Lo studio della vittimologia per capire il ruolo della vittima

Introduzione.

La vittimologia, ritenuta da molti una branca della criminologia, ha, rispetto alle altre discipline, una storia piuttosto breve. I primi studi, infatti, fioriscono a partire dagli anni quaranta. Nel 1948, per esempio, H. Von Hentig scrive un’opera dal titolo “The criminal and his victim”. Con Von Hentig l’attenzione, prevalentemente focalizzata fino a quel momento sull’autore del reato, sulle sue caratteristiche e sulla sua responsabilità, si concentra invece sul carattere duale dell’interazione criminale: reo e vittima, un binomio inscindibile, una coppia di attori sociali, che non solo nella letteratura, ma anche nella prassi quotidiana, meritano la medesima considerazione affinché si possa intervenire in maniera adeguata nel percorso di recupero di entrambi. Von Hentig non fu il solo ad accorgersi dell’importanza del ruolo della vittima, altri studiosi, quali Frederick Wertham e Benjamin Mendelsohn, che si contendono il conio del termine vittimologia, si interessarono allo studio del crimine, auspicando l’attribuzione di un nuovo ruolo alla vittima di reato. Resta, in ogni caso, imprescindibile che, soltanto a partire dagli anni ’40, nascono i primi studi di natura vittimologica sebbene se ne possano rintracciare segni anche in un passato più remoto. Thomas de Quincey, per esempio, scrittore vissuto tra il 1785 e il 1859, aveva già intuito il ruolo rilevante delle caratteristiche della vittima. Secondo lo scrittore, infatti, esiste una “specie di personaggi che s’adattano meglio al disegno dell’assassino”. De Quincey, nello scritto satirico sull’omicidio, ritiene che la vittima debba avere determinate caratteristiche: essere un uomo per bene, avere buona salute e non essere un personaggio pubblico. La vittimologia, secondo Guglielmo Gulotta, può essere definita come “una disciplina che ha per oggetto lo studio della vittima di un crimine, delle sue caratteristiche biologiche, psicologiche, morali, sociali e culturali, delle sue relazioni con il criminale e del ruolo che ha assunto nella genesi del crimine”.

Secondo alcuni orientamenti, però, la vittimologia non si occupa esclusivamente delle vittime di reato ma, in senso lato, interessa tutte le vittime, intendendo con tale termine quegli esseri umani che versano in uno stato di sofferenza, includendo perciò anche le vittime di calamità naturali, e comprendendo, in tal modo, anche forme di vittimizzazione che prescindono dall’arbitrarietà degli uomini, dalla volontarietà dell’azione o dalla colpevolezza dell’agente. La vittimologia ha sicuramente il merito di aver messo in luce, nella diade criminale, la figura della vittima, da intendersi, non esclusivamente come un soggetto che subisce passivamente le conseguenze di un reato perpetrato a suo danno, ma come parte attiva, che può addirittura diventare preponderante durante un processo di vittimizzazione. Questa disciplina, come sostengono Correra e Martucci, “(…) ha quindi il merito di avere integrato i fattori predisponenti con i fattori preparanti e scatenanti, le variabili individuali con le variabili situazionali, e ha evidenziato la necessità di abbandonare l’eziologia statica, fondata sullo studio degli aspetti e dei fattori criminogeni, a favore di  un’eziologia dinamica che ricerchi la genesi del comportamento criminale nel suo aspetto più propriamente dinamico, cioè il passaggio all’atto”

La vittima.

Di etimologia incerta, di derivazione latina “victima”, il termine affonda le radici in un passato assai lontano e richiama immediatamente alla mente l’idea del sacrificio, un sacrificio che, a seconda dei contesti, delle società e delle epoche, può essere animale o umano e spesso svolge la funzione di elemento catalizzatore, sul quale far confluire le energie negative, che viene immolato per la salvaguardia dell’ordine comunitario. Ancora oggi può assolvere ad un ruolo simile, “una funzione di catarsi perché ci consente di liberarci dalla contaminazione delle nostre angosce private che ci tormentano quando siamo posti dinanzi allo spettacolo di orrori più grandi di quelli individualmente esperiti: il confronto con la situazione della vittima ci atterrisce ma al contempo ci libera”. Nella legislazione penalistica italiana però tale vocabolo non trova posto se non nell’accezione di “persona offesa dal reato” che ha la facoltà secondo quanto stabilito dall’articolo 74  del codice di procedura penale, di costituirsi parte civile durante il processo, al fine di ottenere il risarcimento del danno patito. In senso lato, dunque, la vittima può essere definita come un soggetto che patisce una sofferenza che può essere originata dalle più svariate cause: reati, ingiustizie, calamità, discriminazioni, malattie, paure, ecc., ma, se consideriamo un punto di vista più strettamente criminologico, per avere una interpretazione esauriente, possiamo adottare la definizione data, ormai più di dieci anni or sono, dalla Decisione Quadro n. 220 del 15 marzo 2001 del Consiglio dell’Unione Europea inerente la posizione delle vittime di reato durante il procedimento penale secondo la quale, la vittima è “la persona fisica che ha subito un pregiudizio fisico o mentale, sofferenze psichiche, danni materiali causati da atti o omissioni che costituiscono una violazion del diritto penale. Il soggetto che ha subito, a causa di un reato perpetrato a suo danno, un pregiudizio di tale entità sarà dunque, suo malgrado, costretto ad affrontare le conseguenze di un processo di vittimizzazione che non aveva messo in conto. È per questo che spesso, a seconda non solo della gravità del reato ma anche in base alle risorse personali e psicologiche, il soggetto vessato si  trova ad esperire sentimenti nuovi e sconosciuti che possono essere di totale disorientamento tanto da rendere necessario il supporto professionale e specializzato di esperti in grado di orientarlo e aiutarlo ad elaborare quanto accaduto, al fine di riprendere il percorso di vita interrotto bruscamente dall’episodio vittimizzante. Il pregiudizio subito va a intaccare le dimensioni fiduciarie indispensabili per orientarsi nel proprio ambiente quotidiano. Il mondo non è più sicuro, una sensazione di spaesamento e angoscia s’impadronisce della vittima e la costringe spesso a un blocco emotivo in grado di condizionare negativamente la sua esistenza. La brusca e inaspettata interruzione del percorso di vita intrapreso, fino a quel momento, può modificare per sempre gli strumenti interpretativi della realtà circostante che ciascuno di noi possiede. L’aiuto di cui necessitano le vittime di reato per ristabilire un equilibrio psicologico che è stato incrinato non è solo emotivo, emozionale ed empatico, ma spesso è anche di natura pratica, poiché la persona offesa dal reato è costretta ad affrontare realtà sconosciute come può essere, per esempio, quella di un iter processuale. Può accadere però, come già accennato, che la vittima non sia esclusivamente un soggetto passivo, obbligato a subire le conseguenze spiacevoli di un crimine, ma può anche, secondo un’ottica smaccatamente utilitaristica, servirsi della vittimizzazione, strumentalizzandola a suo vantaggio, per ottenere benefici e privilegi, calandosi paradossalmente nel ruolo di “una sorta di eroe moderno, colui che è riuscito ad emergere dall’anonimato della folla”. È a quest’aspetto peculiare che si richiamano Caroline Eliacheff e Daniel Soulez Larivière quando, analizzando il complesso di Erostrato, attribuiscono alla vittima un desiderio narcisistico di protagonismo La strumentalizzazione non si esaurisce nella sfera personale e individuale, ma può riguardare anche chi, a livello politico o istituzionale, si fa carico dei bisogni delle vittime. Quest’atteggiamento può, però, tradursi in vittimismo “e cioè in qualche forma di commiserazione (o autocommiserazione) strumentale, mirante a difendere o acquisire privilegi, declinare responsabilità dovute, legittimare posizioni leaderistiche da parte di autoproclamate ‘avanguardie’ di difensori degli ultimi, quando non a lucrare economicamente sui cospicui movimenti finanziari attivati dall’appello alla condizione vittimaria”. La vittima di reato, secondo gli orientamenti e le specifiche situazioni, può avere un carattere ambivalente: da una parte c’è una persona che soffre a livello fisico, emotivo, le conseguenze di un’azione criminosa, dall’altra una persona che, approfittando della condizione di vulnerabilità in cui versa in seguito alla commissione del reato a suo danno, escogita il modo per ottenere benefici e privilegi di varia natura.

Fattori predisponenti: variabili personali e situazionali.

La maggior parte degli studiosi che, nel corso degli anni, si è interessata a temi di natura vittimologica, ritiene che esistano delle caratteristiche personali, che possano, in determinate circostanze, contribuire al precipitare degli eventi. Sarebbero, infatti, alcune variabili individuali e sociali a condizionare il verificarsi dell’episodio criminoso e ad attirare fatalmente il responsabile a commettere il reato. Caratteristiche fisiologiche quali l’età e il genere, psicologiche come gli stati depressivi e psicopatologici, e sociali connesse all’attività professionale e alla condizione economica possono avere un ruolo predominante nell’eziologia del crimine. È possibile dunque che la vittima non sia completamente innocente, ma che in qualche modo partecipi alla dinamica criminale. Hans Von Hentig, per esempio, ritiene che specifiche condizioni come l’appartenenza al genere femminile, la giovane età o l’anzianità, la debolezza mentale, l’appartenenza a minoranze etniche o razziali e ancora la depressione e la solitudine, attirino a sé il criminale che individua nella loro vulnerabilità un facile bersaglio. Si può distinguere una predisposizione generale, tipica di coloro i quali vengono vittimizzati ripetutamente, e una predisposizione specifica, connessa invece al possesso di determinate caratteristiche bio – fisiologiche, psicologiche o sociali.

È Guglielmo Gulotta a definire tali predisposizioni come specifiche e a ritenere che il rischio di vittimizzazione non sia equamente distribuito nella popolazione poiché taluni soggetti favoriscono la commissione di determinati tipi di crimine. E. A. Fattah, analizzando i fattori di predisposizione vittimogena, sostiene che la probabilità di divenire vittima sia dipendente dalla maggiore o minore vulnerabilità dei soggetti che, in base alle loro caratteristiche, incorrono in un rischio più alto. Le predisposizioni di cui parla Fattah concernono, oltre alle variabili sociodemografiche e occupazionali, anche l’ambiente, la devianza e la transitorietà della situazione. B. Mendelsonh, concentrando l’attenzione sul rapporto che intercorre tra la vittima e il reo, durante l’interazione criminale, intravede una partecipazione morale da parte della persona offesa che può avere gradi d’intensità variabili e può anche essere del tutto assente, come nei casi in cui le vittime siano bambini innocenti. L’autore classifica diverse categorie di vittime, si parte da quella appunto completamente innocente per arrivare a quella più colpevole in assoluto mentre i gradi intermedi, di quella che A. Saponaro definisce “scala della partecipazione morale della vittima” comprendono la vittima meno colpevole dell’autore, la vittima colpevole tanto quanto l’autore e la vittima più colpevole dell’autore. A proposito del ruolo attivo che ha la vittima nella dinamica criminale, è necessario menzionare l’importante contributo di Wolfgang, sebbene sia stato nel tempo oggetto di numerose critiche. Quest’autore, che conduce una ricerca sugli omicidi a Philadelphia tra il 1948 e il 1952, introduce un concetto molto discusso che è quello di victim precipitation, in base al quale si ribaltano i termini canonici dello stereotipo manicheo del rapporto tra reo e vittima. In questo caso è la vittima, innescando l’interazione violenta, a far precipitare gli eventi e a causare l’azione delittuosa a suo danno. La “precipitazione” si concretizza “qualora la vittima  sia stata la prima ad impiegare forza fisica direttamente contro colui che ne provocherà infine la morte, ossia la prima ad iniziare un’interazione contrassegnata dal ricorso alla violenza”. Alla fine degli anni settanta, nuovi orientamenti teorici, volti a trovare un nesso causale tra crimini e vittime, correlano il rischio di vittimizzazione alla variabile della residenza o a quella degli stili di vita. Nel 1978, Hindelang, Garofalo e Gottfredson in quella che viene definita la teoria degli stili di vita, ritengono che le abitudini lavorative, professionali e quelle del tempo libero, incidano sul rischio di vittimizzazione e, dunque, sulla possibilità che un soggetto divenga vittima di un crimine. È lo stile di vita, derivante dal ruolo sociale, dalla posizione nella struttura sociale e dalla componente razionale, in base alla quale si può decidere quale stile adottare e assumersene i rischi che, secondo questi autori, diventa determinante in un processo di vittimizzazione. Nel 1979, invece, Cohen e Felson elaborano la teoria delle attività di routine, la quale prevede che il numero dei reati sia connesso alle interazioni sociali intrattenute dagli individui e dalle attività da loro svolte. Le attività di routine, che comprendono sia quelle lavorative sia quelle ludiche, influenzano la condotta del criminale anche se, perché questo agisca, è necessario che siano presenti: un aggressore motivato, una vittima designata e l’assenza di protezione.

Rodney Stark, alla fine degli anni ottanta, si concentra sulla variabile residenza e, dando vita alla Deviance Places Theory, cerca di dimostrare come, in base al luogo di residenza, si possa avere una maggiore o minore vulnerabilità e, quindi, una diversa probabilità di vittimizzazione. Secondo tale prospettiva, chi vive in zone urbane disorganizzate avrà un rischio maggiore di incorrere in episodi di vittimizzazione.

 I danni e le possibilità d’intervento.

Il processo di vittimizzazione, che coinvolge la persona offesa dal reato, può avere conseguenze più o meno serie in relazione non solo al tipo di reato subito, ma anche in base alle caratteristiche individuali, psicologiche della persona. Non tutti gli individui, infatti, reagiscono allo stesso modo al verificarsi di un evento e possiedono le stesse risorse per affrontare l’impatto di un episodio criminoso. Il percorso per il recupero della normalità talvolta può essere lungo e complesso, irto di difficoltà e può essere indispensabile il ricorso ad un supporto di tipo professionale. Come spiega E. Viano perché la vittima si riconosca come tale, è necessario che superi quattro momenti ben precisi: la presenza di un danno, il riconoscersi come vittima, decidere quale strada intraprendere, se quella della denuncia penale o della confidenza ad una persona vicina, e, infine, ottenere il riconoscimento da parte della società, della comunità di riferimento, al fine di ricevere sostegno sociale e solidarietà. I problemi cui deve far fronte una vittima possono essere i più diversi, può trattarsi, per esempio, di danni di natura fisica o psichica, possono altresì riguardare difficoltà pratiche e burocratiche. La persona offesa spesso non possiede gli strumenti idonei a fronteggiare l’accaduto per la situazione contingente o perché ne è priva. I danni possono distinguersi in primari e secondari, il danno primario “è quello direttamente conseguente all’azione criminosa: oltre che per le perdite economiche e le eventuali lesioni fisiche, esso si caratterizza pure per rilevanti disagi psicologici di medio e lungo termine, presenti anche in coloro che hanno subito reati apparentemente meno gravi” il danno secondario, invece, “è determinato dagli effetti negativi indotti sulla vittima dalla risposta sociale formale (dipendente dal comportamento delle forze di polizia e dell’apparato giudiziario) e informale (dipendente dal comportamento di familiari, amici e conoscenti delle vittime) alla vittimizzazione”.  Spesso però è proprio il ruolo delle agenzie di controllo sociale, formale e informale, a rendere ancora più arduo il ripristino della normalità. Non di rado, infatti, si assiste al concretarsi di un fenomeno spiacevole e odioso, quello della vittimizzazione secondaria. Molto spesso, infatti, si assiste a una seconda vittimizzazione ai danni della vittima che, soprattutto nel caso di determinati reati come, per esempio, la violenza sessuale o quella intrafamiliare, è costretta a subire ulteriori umiliazioni da parte di coloro i quali invece dovrebbero proteggerla, assisterla e accompagnarla nel percorso di recupero. Se decide di intraprendere l’iter giudiziario, si pentirà di avere scelto tale strada perché è “impotente e dimenticata nei meccanismi della giustizia penale, attonita ed estranea ai ritmi processuali, relativamente ai quali non ha poteri di sorta, e che anzi talvolta le appaiono addirittura incomprensibili e ostili”. Questo tipo di vittimizzazione riguarda dunque la reazione delle agenzie di controllo formale e avviene quando forze dell’ordine, magistrati, legali si lasciano condizionare da stereotipi e pregiudizi diffusi nell’ambiente sociale. Le conseguenze, soprattutto a livello psicologico, per la vittima, come si può immaginare, sono serie; il trattamento che le è riservato non è dei migliori, ne viene messa in dubbio la credibilità, così perde la fiducia nelle istituzioni, invischiata com’è in un sistema che la sottopone, spesso senza ragione alcuna, ad inutili rinvii, estenuanti attese e continui interrogatori. Prerogativa indispensabile, perché la vittima possa intraprendere un buon percorso di recupero e possa proficuamente collaborare con le istituzioni al fine di assicurare il colpevole alla giustizia, è il rapporto con le forze dell’ordine, che spesso rappresentano il primo contatto per la vittima dopo il reato.

Le istituzioni europee, a questo proposito, sono intervenute per porre l’accento sull’importanza e la necessità di una formazione adeguata e professionale per tutti quegli operatori che hanno a che fare con le vittime di reato. Nella Decisione Quadro del 15 marzo 2001 (2001/220/GAI), all’articolo 14, si ribadisce che “ ciascuno Stato membro incentiva, attraverso servizi pubblici o mediante il finanziamento delle organizzazioni di assistenza alle vittime, iniziative atte a offrire un’adeguata formazione professionale alle persone che intervengono nel procedimento o che comunque, entrano in contatto con le vittime, con particolare riferimento alle necessità delle categorie più vulnerabili. L’operatore di polizia dovrà, dunque, essere in grado di rispondere ai bisogni delle vittime e dovrà farlo con professionalità ed empatia, affinché la vittima possa sentirsi accolta e possa imparare a fidarsi di chi, in quel preciso momento,“rappresenta un’ancora di salvataggio per uscire da una situazione che ha provocato un profondo disagio” Purtroppo talvolta la mancanza di tempo, la standardizzazione delle procedure, l’asetticità dei luoghi e la precarietà dei rapporti, rendono il compito ancora più complicato e il rischio di incorrere in una seconda vittimizzazione è molto elevato. La vittima, infatti, ha bisogno di un lasso di tempo, che può essere più o meno breve, in base alla capacità di reazione e gestione personale, per elaborare quanto le è accaduto, ha bisogno di comprendere la situazione in cui è precipitata e non di meno, necessita di essere accompagnata nel percorso di recupero e nell’iter giudiziario per far sì che i suoi diritti non vengano calpestati, oltre che dalla scarsa professionalità, da una prassi burocratica che difficilmente si fa carico dell’aspetto umano. Basti pensare che già Enrico Ferri, alla fine dell’ottocento, metteva in luce le distorsioni del sistema della giustizia penale, i cui ingranaggi erano caratterizzati da impersonalità, disorganizzazione, arbitrarietà e impotenza.

Il fenomeno della seconda vittimizzazione non riguarda soltanto le vittime dirette, vale a dire coloro che sono stati colpiti dal crimine in prima persona, ma possono subirne le conseguenze anche le vittime indirette o ‘vittime di rimbalzo’, cioè i familiari, che devono essere anch’essi, a pieno titolo, considerati vittime del medesimo autore di reato. A questo proposito C. Rossi, in un articolo intitolato Les proches des victimes d’homicide: des victimes à double visage, si chiede se ai parenti delle vittime di omicidio possa essere parimenti riconosciuto lo status di vittima e quale sia la natura dell’interesse che spinge i congiunti delle vittime a vedersi riconosciuto tale status. L’autrice conclude sostenendo che sono tre gli aspetti coinvolti, uno di natura giuridica relativo all’esito del processo, uno sociale relativo al riconoscimento della propria sofferenza e l’ultimo personale connesso all’elaborazione del lutto e quindi al superamento della condizione di vittima. Intorno agli anni settanta, come alternativa all’assenteismo delle istituzioni, nascono i primi movimenti in favore delle vittime, che spesso si costituiscono in associazioni con il precipuo scopo di assistenza e per il rispetto dei loro diritti. In Italia questa realtà, ancora oggi, stenta a decollare nonostante le indicazioni e gli imperativi giunti dall’Unione europea. Esiste un numero esiguo di associazioni sul territorio nazionale e si tratta prevalentemente di forme associative basate sul volontariato o nate in seguito a delle esperienze comuni legate a particolari episodi, come per esempio le associazioni createsi dopo una strage terroristica. Spesso si tratta di iniziative rivolte a vittime di specifici reati quali il racket, l’usura, le vittime di tratta o ancora, -e queste sono sempre più numerose su tutto il territorio-, le vittime di violenza domestica. Si tratta dunque di esperienza ancora settoriali e talvolta emergenziali per particolari categorie di vittime. Non esistono centri simili a quelli che ormai nei paesi anglosassoni sono delle istituzioni, ossia i Victim Support, dei centri di sostegno alle vittime di reato in senso lato, cui possono rivolgersi tutte le persone che versano in stati di sofferenza e bisogno e che possono trovare non solo un aiuto pratico che le possa indirizzare su come affrontare incombenze burocratiche, ma anche un supporto psicologico e un’assistenza legale. In Gran Bretagna sono presenti da circa quarant’anni, lavorano in stretto contatto con le istituzioni e seguono una metodologia basata sul lavoro di rete, vale a dire un network di associazioni presenti sul territorio, che collabora facendo tesoro ciascuno delle esperienze altrui. Anche da questo punto di vista il nostro paese si trova in grave ritardo rispetto ai dettami delle direttive europee che incoraggiano, invece, la creazione e la diffusione di tali centri a livello nazionale. Per esempio, la Decisione Quadro (2202001/GAI), all’articolo 13, Servizi specializzati e organizzazioni di assistenza alle vittime, stabilisce che: “ciascuno Stato membro promuove l’intervento, nell’ambito del procedimento, di servizi di assistenza alle vittime, con il compito di organizzare la loro accoglienza iniziale e di offrire loro sostegno e assistenza successivi attraverso la messa a disposizione di persone all’uopo preparate nei servizi pubblici o mediante il riconoscimento e il finanziamento di organizzazioni di assistenza alle vittime.  [continua…]

Il testo completo a firma di Sandra Sicurella, è reperibile sulla “Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza”, Anno
6, Numero 3, Settembre-Dicembre 2012
  e visionabile alla pagina web

http://www.vittimologia.it/rivista/articolo_sicurella_2012-03.pdf

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...