Profezia Maya, guida alla fine del mondo

Ci siamo quasi. Secondo coloro che vedono nelle iscrizioni Maya i segni di un’incombente fine del mondo – sebbene già sia stata confermata  la validità di un’altra interpretazione (vedi Galileo) – l’apocalisse è imminente: precisamentedetail-ed-big-121109000012387 il 21/12/2012. Questa, tuttavia, non è la prima volta che viene formulata una simile previsione, come ci ricorda Telmo Pievani nel suo ultimo libro: La fine del mondo – Guida per apocalittici perplessi. Quest’idea ricorre infatti in molte delle culture e delle religioni del passato e in molte di quelle ancora prevalenti, cristianesimo in primis. Fortunatamente, come sottolineato nel libro, la percentuale di errore di queste profezie è oggi del 100 per cento, e negli scorsi secoli l’umanità è passata indenne attraverso date simboliche stabilite attraverso calcoli improbabili e osservazioni di insoliti fenomeni astronomici. E non sarà neanche l’ultima visto che, come spiega l’evoluzionista, “profezie sbagliate, generano nuove profezie”.

Ma come mai l’essere umano è ossessionato dalla fine del mondo? Cosa vuol dire fine del mondo? Da cosa potrebbe essere causata? Nella sua “guida”, Pievani risponde indirettamente a queste domande affrontando la questione da un punto di vista, come è giusto, evoluzionistico. Per farlo adopera cinque parole chiave: catastrofe, disastro, nemesi, estinzione, apocalisse. Attraverso questi cinque concetti lo studioso ci mostra che il “mondo non ha mai smesso di finire” e suggerisce un cambio di prospettiva che sposti il focus da una visione esclusivamente antropocentrica a una più universale e scientifica.

Le cinque parole scelte da Pievani gli permettono di prendere in esame cinque aspetti diversi della questione. Cosa che l’autore fa con una chiarezza, un linguaggio e una struttura formale che permettono al lettore di non perdersi nel mare di accurate e approfondite informazioni storiche e scientifiche ma di usarle, come sassolini di Pollicino, per seguirne i ragionamenti e le riflessioni.

Di queste cinque parole, a ognuna delle quali corrisponde un diverso capitolo, Catastrofe è la prima e lo studioso se ne serve per dimostrare che quella della fine del mondo è più di un’ossessione. È un’esigenza del genere umano: “Inserisce l’apparente casualità degli eventi terreni in un grande disegno universale che riempie di significato ogni cosa […]”. Segue Disastro, nel quale l’autore passa in rassegna le possibili cause reali di un’ipotetica fine: da terremoti, alluvioni e tsunami a impatti di asteroidi, dalle conseguenze del climate change a pandemie di virus inarrestabili. In questo capitolo – in realtà in tutto il libro – l’autore spiega come troppo spesso per fine del mondo si intenda molto più semplicemente la fine del genere umano, dimenticando che noi stessi siamo figli di altrettante “fini del mondo” di altre specie, che hanno permesso alla nostra di evolversi e prosperare.

In Nemesi l’oggetto dell’analisi è l’azione umana. Qui Pievani mostra come noi prima o poi saremo artefici della nostra distruzione. Come del resto siamo già stati. Basti pensare agli abitanti dell’Isola di Pasqua, o meglio ancora all’Impero Maya “portato all’estinzione” dal colonizzatore europeo. L’autore battezza questa tendenza umana all’autodistruzione come “paradigma del dottor Stranamore”, ispirandosi al famoso film di Stanley Kubrick. Qui la visione antropocentrica torna con l’idea dell’essere umano che tiene in mano il destino della Terra, che “salva il pianeta” e che dimentica che non è il pianeta ad aver bisogno di essere salvato: sono le condizioni che ci permettono di abitarlo che l’essere umano deve salvaguardare.

La nostra specie invece, come chiaramente illustra Pievani quando affronta il tema dell’Estinzione, persiste nel distruggere queste condizioni e contribuisce alla scomparsa di molte altre forme di vita ed ecosistemi indispensabili al suo stesso benessere.

Il libro si conclude poi con l’Apocalisse, ovvero letteralmente, la rivelazione. E questa potrebbe essere che la fine è relativa, che non c’è un senso o un ordine nella presenza umana sulla Terra e che, “secondo i modelli più recenti la Terra dopo la scomparsa della specie umana vivrebbe una rapida e rigogliosa rinascita di forme di vita, di nuovi adattamenti, di lussureggianti diversificazioni. In pochi mesi e anni il volto del pianeta rifiorirebbe”. Un messaggio, tutto sommato di speranza, per chi – come dovrebbe essere naturale una volta terminata la lettura – riesce davvero a fare quel famoso cambio di prospettiva.

 

di Caterina Visco

 

Fonte: Galileo Giornale di Scienza

http://www.galileonet.it/articles/50caded0a5717a7ff70000c1

 

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