Caso Forteto. Relazione finale della Commissione d’inchiesta: gli orrori della comunità

 16 gennaio 2013

Gli orrori della comunità “IL FORTETO”, alla luce delle risultanze della Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori, istituita dal Consiglio della Regione Toscana

Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori

Conoscenza della congruità dell’attività di affidamento dei minori a comunità e centri rispetto agli obiettivi perseguiti dalla legislazione regionale in materia di tutela e promozione dei minori, alla luce della vicenda Il Forteto

Estratto:

SECONDA PARTE

5.

«Alla luce della vicenda Il Forteto»

Il mandato istituzionale di questa Commissione d’inchiesta è la «conoscenza della congruità dell’attività di affidamento dei minori a comunità e centri rispetto agli obiettivi perseguiti dalla legislazione regionale in materia di tutela e promozione dei minori, alla luce della vicenda Il Forteto». Dovendo impiegare Il Forteto quale lente attraverso cui esaminare le politiche regionali per l’affido, ci si imponeva di radunare una messe la più corposa possibile di testimonianze su chi al Forteto ha vissuto o vive tuttora, da chi ne è fuggito denunciando abusi di varia natura a chi ancora oggi ne guida le principali realtà: cooperativa, fondazione, associazione. Il fatto che la vicenda del Forteto costituisse il punto di partenza del lavoro di indagine ha determinato le condizioni per l’accoglimento, da parte della Commissione, della richiesta di essere ascoltati presentata dal “Comitato Vittime de Il Forteto”. Il numero delle persone ascoltate, la drammaticità dei loro racconti, la diversità dei singoli episodi narrati ma al tempo stesso la loro assoluta coerenza col quadro d’insieme rappresentato rende molto difficile avanzare dubbi sulla tragica veridicità di quanto ascoltato in commissione. Pertanto il materiale delle trascrizioni sarà trasmesso agli organi competenti interessati dalla vicenda. Si è trattato di un lavoro sostanzioso, che qui occupa una buona parte della relazione e che ha impegnato in tutto sette sedute durante le quali abbiamo ascoltato 20 testimoni ricavando dati per lo più univoci e concordanti. Nel luglio 2012, nel concedere ai lavori di questa Commissione una proroga, l’Ufficio di presidenza di questo Consiglio regionale formalizzò obiezioni sulla quantità di sedute che la Commissione aveva scelto di dedicare alla ricostruzione di dinamiche e contesti ne Il Forteto. Convinti della nostra scelta, abbiamo proseguito nel nostro lavoro.

5.1. Il Forteto,

5.1. Il Forteto, storia di una comunità

La comunità Il Forteto nacque nel 1977 sotto forma di cooperativa agricola da un gruppo di soci fondatori, giovani frequentatori di una parrocchia pratese. Così racconta in Commissione7 Saverio Praticò, presidente dell’Associazione Vittime del Forteto e socio fondatore: «Il gruppo si frequenta alla Querce di Prato e c’è una parrocchia […] con il parroco, Don Renzo Fantappiè. Lui (Rodolfo Fiesoli, ndr) sottolineava sistematicamente l’ipocrisia della chiesa, dando dei falsi, dei farisei, perché poi all’inizio gli piaceva leggere il Vangelo, poi ha cambiato genere. Erano tutti farisei, lui si identificava nel Cristo, quindi Don Renzo Fantappiè era un egoista […] perché la gente andava in chiesa tutta falsa.. devo dire che con queste cose un po’ faceva presa, perché sinceramente è come dire che le famiglie sono tutte egoiste, chiuse e non vogliono aiutare il prossimo: erano questi gli argomenti per infinocchiare anche noi quando avevamo 17 anni, perché noi si verificava che era così in casa, ossia che i genitori cercavano di essere un po’ più chiusi, di essere preoccupati e di non aiutare.. no? Lui martellava su queste cose. Nell’ambito della chiesa sapeva bene i punti deboli che potevano essere quelli della chiesa e li usava tutte le sere, insomma». Daniela Falorni, altra fondatrice, componente dell’Associazione Vittime del Forteto, prosegue8: «Lui (il parroco Fantappiè, ndr) passava le prime volte, ci sarà stato due volte alla riunione con noi lì a parlare del più e del meno, ma in genere se ne andava e ci lasciava la stanza. Si stava da noi, e questo teatrino lo portava avanti Rodolfo: Rodolfo e un po’ Luigi (Goffredi, ndr), che erano i più anziani». Ma cosa Ma cosa ci faceva Fiesoli in una parrocchia, se contestava così aspramente la chiesa? A questa domanda diretta della Commissione risponde Saverio Praticò: «E’ banale: lui abitava davanti alla parrocchia della Querce, non c’erano altri locali… sì, sì, so che lui aveva un’origine… era un comunistaccio sfegatato, anch’io e lui il cristianesimo e il socialismo li metteva insieme». E’ su questo mix di spinte ideali che, in anni nei quali il comunitarismo era una bandiera, il gruppo di giovani decide di fondare la comunità. Ecco l’ispirazione dichiarata nella home page del sito del Forteto0 «Don Milani era morto ormai da una quindicina d’anni, ma la sua figura ancora viva nel Mugello ed il suo impegno di vita divennero la guida ideale della giovane cooperativa, insieme ad altri personaggi dell’area fiorentina come padre Balducci, Meucci, Gozzini, con il loro pensiero di solidarietà, di riconquista di diritti negati e di civile convivenza». Lo scopo dunque non era solo quello di offrire opportunità di lavoro, bensì anche quello di impegnarsi in un percorso di crescita comunitario, di vita sociale collettiva e di accoglienza di minori con handicap fisici e mentali, con un passato di disagio familiare o abusati sessualmente. «Maturava l’esigenza – raccontano ancora le schermate del sito – di dare un futuro al gruppo, la prospettiva di una vita in comune. L’agricoltura sembrò allora l’ambiente più adatto per concretizzare l’ideale di vivere insieme, dilatando il concetto delle antiche famiglie contadine toscane, di solito molto numerose e abbastanza simili ad una comunità». E Il Forteto, spiega ancora il sito, «è soprattutto una comunità, e la forma cooperativa è stata lo sbocco concreto in cui realizzare una vita in comune».

La comunità nascente, composta da 33 membri, si insediò agli inizi del 1977 in località Farneto, nel comune di Calenzano. Il 4 ottobre di quell’anno si trasferì in località Bovecchio, nel comune di Barberino di Mugello, assumendo l’attuale denominazione Il Forteto. Nel 1982 si trasferì nella sede odierna di Vicchio a seguito dell’acquisizione di una vecchia fattoria denominata Riconi e dei suoi 500 ettari che – tra colline, pianura, boschi e seminativi – si estendono sul confine tra i comuni di Vicchio e Dicomano, in provincia di Firenze. A fianco della struttura di accoglienza (che ha sede in Dicomano, frazione Orticaia n. 13 presso Villa Gentili) esiste la cooperativa agricola Il Forteto (con sede legale in Vicchio, frazione Rossaio n. 6) che rappresenta una realtà di innegabile rilievo imprenditoriale. Oltre all’allevamento di bestiame bovino e alla coltivazione di frutta biologica, la cooperativa possiede un maneggio, un caseificio che esporta prodotti in numerose nazioni estere, un panificio, un supermarket e un vivaio con vendita diretta al pubblico. Inoltre, da qualche anno è aperto un agriturismo nato dalla ristrutturazione di una casa colonica e del fienile.

Tutti i membri della comunità sono impiegati, con differenti mansioni, nella cooperativa agricola che offre però lavoro anche a diverse decine di dipendenti esterni. I soci lavoratori aderenti alla vita comunitaria dell’associazione

Il Forteto, che vengono retribuiti come operai agricoli, versano l’80% della paga in una cassa comune, mentre il rimanente viene riservato alle piccole spese personali. Attualmente, la cooperativa agricola ha un fatturato annuo di circa 15 milioni di euro. Al 31 dicembre 2011 la situazione degli occupati era la seguente: 89 operai agricoli a tempo indeterminato, 13 operai agricoli a tempo determinato, 5 impiegati a tempo indeterminato. Nel numero dei lavoratori occupati sono ricomprese 7 persone diversamente abili, mentre l’occupazione femminile è pari al 46%. Proprio per l’attività di cooperativa agricola, Il Forteto ha beneficiato di contributi regionali.

Alla Querce, dove la parabola del Forteto ha avuto inizio, osservano l’evolversi di questa esperienza con qualche sconcerto. Lo ha riferito alla Commissione Fabrizio Braschi che, in quegli anni, era segretario della locale sezione del Pci e poi – dal 1995 al 1999 – Sindaco del Comune di Calenzano. Braschi ricorda la confidenza di una donna della Querce che, inizialmente, spingeva il proprio figlio a frequentare il gruppo di Fiesoli. Racconta che il figlio un giorno le abbia detto: «A dodici anni non posso stare a masturbare Rodolfo tutti i giorni e a farmi masturbare, non ci posso stare»

Al di là della confidenza raccolta da Braschi, è ancora l’ex segretario di sezione ad affermare: «Rodolfo era solito appassionarsi ai bambini, non gli piacevano le donne mai […] quando ha visto questi ragazzi timidi, poco propensi alla socializzazione e quindi dediti a lui, […] Quando scoprì questa covata di ragazzi lasciò anche il lavoro, smise e cominciò quest’avventura, cominciò a farsi chiamare “il profeta”». Alla Querce, racconta Braschi, la nascita del Forteto produsse un vero e proprio scossone. E accade qualcosa di significativo. Questo: «Alla Casa del Popolo furono fatte varie assemblee […] è venuto l’allora Presidente del Tribunale a giustificare qualcosa che non… Meucci, a giustificare qualcosa che era ingiustificabile […] si sono fatte delle assemblee sul Forteto, perché questa storia ha devastato una comunità, un paese […] Anche lì venne il Presidente del Tribunale dei Minori in una Casa del Popolo… […] è stato tra il 1974 e il 1981. […] Poi era come parlare.. tutto quello che si diceva ci veniva addosso, perché nessuno ci ascoltava». Si tratta davvero di devastazione sociale, dal momento che le persone che con Fiesoli fondarono Il Forteto si distaccarono da quella comunità in maniera traumatica: «I genitori di questi ragazzi […] il primo problema per loro […] era la violenza con cui trattavano la famiglia, perché con la famiglia andava chiuso ogni rapporto, distrutto ogni rapporto […] il rapporto con la famiglia, distruggere la famiglia e il legame con la famiglia»

Simile dinamica, vedremo in seguito, verrà replicata nelle condotte all’interno del Forteto proprio nei confronti dei minori in affido. Negli Anni ’80 la magistratura inizia ad occuparsi del Forteto. Il 3 gennaio 1985 la Corte d’appello di Firenze condanna Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi per vari capi d’imputazione tra cui «corruzione di minorenne», «sottrazione consensuale di minorenne», «usurpazione di titolo», quest’ultimo reato poi amnistiato per entrambi. Il tutto perpetrato «nell’incutere ad individui dalla personalità – o per età o per altra causa – immatura il timore della riprovazione del “gruppo” costituito dalla comunità guidata dal Fiesoli e dal Goffredi, e dopo aver scardinato, ricorrendo a forme di convincimento ossessive, aggressive, emarginanti ed umilianti, ogni preesistente valore e le figure parentali, in modo da renderli del tutto dipendenti da loro, costretto ad accertare e a praticare il regime di vita da loro imposto nella cooperativa e caratterizzato da promiscuità assoluta tra persone dello stesso sesso; pratica dell’omosessualità; messa a disposizione della cooperativa di ogni risorsa personale; autocritica per colpe mai commesse e per fatti mai compiuti; attribuzioni a terzi di colpe mai commesse; divieto di rapporti eterosessuali anche fra marito e moglie; divieto di contatti con le famiglie di origine e ostilità nei confronti delle stesse da manifestarsi anche con violenza fisica».

Alla Querce, dove ‘Foffo’ Rodolfo Fiesoli era cresciuto ed aveva iniziato il cammino costitutivo del Forteto, secondo quanto appreso in Commissione dalla testimonianza dell’ex sindaco di Calenzano Fabrizio Braschi la sentenza venne commentata così: «Nel paese non c’è stato questo ammantare di sovrastruttura ideologica delle vicende di Fiesoli: il giudizio di Fiesoli era rimasto quello dato e quindi il paese diceva “era l’ora, perché un grullo così che facesse tutto” […] nel paese sicuramente il giudizio su Fiesoli era unanime».

Con la finalità dichiarata di diffondere l’esperienza sociale ed educativa della comunità Il Forteto, nel 1998 è stata istituita – su iniziativa di alcuni soci della cooperativa – la Fondazione Il Forteto, poi trasformatasi in Fondazione Il Forteto Onlus al cui vertice è stato nominato Luigi Goffredi. La fondazione si pone lo scopo di individuare, a mezzo di ricerche anche scientifiche, adeguati modelli di rapporti interpersonali e sociali, oltre che di tutelare i diritti dei minori e delle fasce deboli, di istruire le famiglie ai compiti educativi nei confronti dei figli naturali, affidati o adottati e tutti coloro che sono impegnati nello svolgimento di compiti educativi nei confronti di minori con disagi psicofisici. La Fondazione ha ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica dalla Regione Toscana con decreto del Presidente della Giunta n. 3185 del 9.06.2000, ed è inoltre iscritta al Registro regionale del volontariato con decreto della Provincia di Firenze n. 4332 del 2.11.2004

Alla comunità di accoglienza in senso stretto sono stati affidati, sin dai tempi della sua costituzione, numerosi minori con un passato di disagio sociale, di maltrattamento, abuso sessuale o handicap psicofisici. La posizione giuridicamente anomala della struttura è ribadita dagli stessi servizi sociali chiamati a svolgere, sotto diversi profili, i ruoli istituzionali sul territorio. In particolare, il direttore della Società della Salute del Mugello Dr. Massimo Principe scrive alla Commissione: «Né si configurava la funzione di controllo esercitato nell’ambito della Commissione Multidisciplinare di Vigilanza e Controllo dell’Azienda Sanitaria, ai sensi dell’art. 20 della legge regionale 41/2005 […] non essendo Il Forteto né una struttura residenziale né altra tipologia prevista dalla normativa regionale sulle strutture di accoglienza previste per i minori».

Ascoltato in Commissione nell’audizione dedicata ai vertici dei tre soggetti giuridici che formano il Forteto (Cooperativa, Fondazione, Associazione), il presidente della Cooperativa Il Forteto Stefano Pezzati ha tenuto a specificare: «Mi preme segnalare che la cooperativa non ha nei suoi scopi quello dell’accoglienza dei minori, non intrattiene rapporti con gli enti preposti a questo fine e non percepisce finanziamenti a questo titolo. La cooperativa non rientra nel novero degli enti, comunità o centri riconosciuti ai sensi della legge regionale del 24 febbraio 2005 numero 41, né ha attivato specifiche convenzioni con gli enti preposti. Più volte ho avuto modo di spiegare e di segnalare formalmente agli enti competenti, tra questi il Tribunale per i Minori e il giudice tutelare, l’estraneità della cooperativa come soggetto giuridico all’affidamento di minori»

Nella stessa sede, così si è espresso il presidente della Fondazione Luigi Goffredi: «La Fondazione non ha tra i suoi scopi quello di accogliere minori in affidamento, non cura in materia i rapporti con nessun ente, non ha convenzioni con Comuni, Asl e servizi socio assistenziali». Anche il presidente dell’Associazione Il Forteto Silvano Montorsi ha voluto dichiarare: «L’associazione non ha tra i suoi scopi quello di accogliere minori in affidamento, non cura in materia i rapporti con nessun ente, non è riconosciuta in albi o elenchi appositamente istituiti, non ha convenzioni con Comuni, Asl, servizi socioassistenziali e non percepisce alcun contributo a questo titolo». Formalmente, in effetti, gli affidi venivano effettuati a persone appartenenti alla comunità Il Forteto, ma non direttamente alla comunità come soggetto complessivo.

5.2 Il Forteto: lessico familiare

Prima di iniziare ad esporre quanto emerso dalle testimonianze assunte durante le audizioni, è utile comporre una sorta di piccolo vocabolario di espressioni in uso al Forteto che, come accade in ogni comunità chiusa, sviluppa un proprio peculiare linguaggio, una sorta di ‘lessico familiare’ di cui è indispensabile conoscere il significato per comprendere ciò che i testimoni riferiscono. Ecco dunque una breve legenda dei termini e delle locuzioni più ricorrenti:

Acchitare

: provocare sessualmente, fare ‘agguati’ amorosi;

Acchitarsi

: fare questo reciprocamente fra due persone;

Chiarimenti

: pratica molto simile a una pubblica confessione;

Essere di fòri:

avere un problema emotivo, o essere arrabbiati con qualcuno; genericamente: essere turbati e travisare la realtà;

Famiglia funzionale

: nozione coniata dal Forteto, che vi impernia la propria filosofia legata all’educazione dei minori e agli affidi, si sviluppa in opposizione al concetto corrente di famiglia. E’ composta da due persone – un uomo e una donna – spesso accomunate solo da conoscenza superficiale e in ogni caso non legate da vincoli affettivi, ritenuti nocivi;

Farsi le fantasie

: avere fantasie sessuali;

Fissatura

: riunione che avviene ogni sera dopo cena per dividere il lavoro e stabilire i compiti di ciascuno il giorno dopo; è in questo frangente che spesso hanno luogo i ‘chiarimenti’;

Materialità

: fardello interiore dovuto a problemi di origine sessuale;

Sacre stanze

: sono le stanze allestite ad hoc per le visite degli ‘esterni’, dagli ospiti vip agli assistenti sociali.

5.3 Il Forteto: accade durante una giornata

Ore 4:

«Tante volte mi alzavo alle quattro e andavo con lui (il padre affidatario, ndr) invece di andare a scuola, oppure andavo in caseificio e etichettavo lo yogurt, ora non ti dico.. lavoravo o che. Poi per esempio questo dito me lo sono smozzato a 7/8 anni, perché pigiavo i tasti della sponda di un camion che mi diceva lui di pigiare e allora mi amputai mezza falange». (Michele Giumetti, nato a Firenze nel 1984, arrivato al Forteto in affido all’età di 5 anni. Associazione Vittime del Forteto);

Ore 5:

«La vita prima di tutto era h24 là dentro con lavoro, lavoro, lavoro, lavoro. Ci si alzava alla bellezza delle ore 5/6, c’erano un paio di orette di lavoro prima, e poi ci si presentava a scuola. Mi avevano messo nel campo degli ovini, cioè delle pecore, cosa della quale mi vergognavo un po’ perché comunque, specialmente quando vai a scuola, quando sei ragazzino ti dicono “ah il pecoraio! Arriva il pecoraio!”» (Federico Bianchini, nato al Forteto nel 1978, rimasto al Forteto fino ai 18 anni. Associazione Vittime del Forteto);

Ore 6:

«Tutti i giorni erano uguali, ti alzavi presto e andavi al lavoro. La mattina bisognava alzarsi presto e preparare la colazione per gli uomini […] dovevi fare le colazioni, servire, pulire e poi anche andare a lavorare». (Gaia Viviani, entra al Forteto fin dagli inizi ed è sull’orlo della maggiore età. Associazione Vittime del Forteto)

Ore 8:

«Andavo nella scuola con l’idea che – poi può anche essere che non lo si sentisse – però che si sentisse subito che ero stato a contatto con degli ovini per gli odori, per la… anche se comunque mi coprivo, mettevo una tuta, degli stivali e degli… però comunque dei segni c’erano». (Federico Bianchini);

Ore 10:

«Tipo nel periodo estivo, quando finivano le elementari o le scuole, tu andavi a rifare le camere dove dormiva anche Rodolfo, portavi la colazione a Rodolfo, perché lui si alzava alle 10 o alle 11, insomma lui non lavorava» (Michele Giumetti); – «Quando uno era in crisi andava a portare il caffelatte a Rodolfo. Io andai una mattina a portare il caffelatte a Rodolfo […] e quella mattina me lo ritrovai con la canottiera senza mutande, perché entravi nella camera che era buia […] fece per prendermi, io accesi la luce e vidi che era nudo, praticamente, perché dormiva senza mutande… Praticamente mi dice “vieni in collo a me che sei pronta per affrontare tutta la tua materialità, io sono l’uomo puro” e i soliti discorsi. Quel giorno mi ricordo che gli lasciai lì il caffelatte e gli dissi “questo è l’ultimo caffelatte che prendi!”» (Miriam Coletti, arrivata al Forteto in affido nel 1983 all’e

Ore 12:

«Ci si riuniva alle ore del pranzo e della cena e si mangiava tutti insieme giù nella villa […] quindi bisogna essere presenti per forza tutti insieme». (Diletta Giommi, affidata al Forteto nel 1997 all’età di 16 anni, incinta. Associazione Vittime del Forteto); –

«Praticamente le donne mangiano a dei tavoli, non era tanto piacevole avvicinarsi al tavolo degli uomini». (Daniela Falorni, al Forteto fin dalla prima ora, dal 1977. Associazione Vittime del Forteto);

– «C’era una mensa grande con la distribuzione a self service» (Federico Bianchini);


Ore 13:

«Ricordo che a volte tornavo da scuola, c’avevo il viso bianco e dovevo dire come mai c’avevo il viso bianco e allora ero diventato furbo, andavo in bagno prima di andare.. hai visto? Tornavo da scuola che era l’una, mezzogiorno etc.: il tempo di andare in bagno e tirarsi due schiaffi per farlo un po’ più colorito e tu tornavi di là in sala da pranzo, dove c’erano tutti». (Michele Giumetti);

– «Un processo che iniziava così ” eh, ma che hai fatto? C’hai il viso bianco: ma che hai fatto?”, ” no, niente, non ho niente”, ” no, che hai fatto? Eh, no..” e si creava questa cosa e questa persona – me compreso e altre persone – si arenava lì al tavolo dove era il.. speravo tutte le volte che andavo a lavorare – veramente questo ve lo dico con il cuore: speravo – che mi accadesse questa cosa sempre dopo pranzo, perlomeno avevo pranzato e la facevo a stomaco pieno, invece tante volte si verificava prima di pranzo e ero sempre affamato (Federico Bianchini);

– «Vi racconto una cosina bellina delle fragole: si raccoglievano tutti le fragole la mattina, poi ci portavano il panino a pranzo […] insomma, venivano lì al campo a portarci il pranzo e a volte non si doveva mangiare, perché magari durante la raccolta delle fragole avevamo acchitato qualcuno o eravamo troppo.. come si può dire? Faceva un caldo boia e magari a volte ti levavi la maglietta o ti tiravi un po’ su i pantaloni… sì, sì, acchitare nel senso di provocare sessualmente: vi riferisco le parole precise… magari sono parole un po’ particolari, ma insomma per capire. Sono diventate parole di uso comune lì al Forteto… ad esempio, una volta […] perché eravamo state troppo provocanti e allora non si doveva mangiare, oppure a volte anche perché “i panini per voi non ci sono, voi lavorate e noi ci si riposa!”» (Gaia Viviani);

Ore 15-19:

«Io andavo da Rodolfo e praticamente a 15 anni e mezzo […] mi dette un bacio sulla guancia e lì lo accettai volentieri, un bacio sulla guancia uno lo può accettare, poi successivamente – perché è stata graduale, questa cosa – siamo passati al bacio a stampo e lì mi irrigidii un pochino […] successivamente siamo passati al bacio con la lingua […] e io stavo sempre zitto, non dicevo nulla, faceva tutto lui. Praticamente poi lui mi prese la mano e me la mise sul.. però sopra i pantaloni, me lo fece proprio lui, […] la sua mano e io non c’avevo forza di.. e poi, siccome portavo sempre i tony, non avevo mai i jeans, una volta […] mi mise la mano dentro il sedere e per un pochino mi ci ha infilato il dito, questo è capitato cinque o sei volte e queste cose duravano dai dieci ai quaranta/quarantacinque minuti, perché poi io andavo a scuola e dovevo andare a fare i compiti, […] e quindi andavo in bagno, mi sciacquavo e andavo a fare i compiti. Questa cosa la dissi alla Betty, l’affidataria, e lei fu meravigliata, “insomma, non è possibile che abbia fatto queste cose qui!”, c’avevo anche paura a raccontarle, perché avevo paura delle conseguenze […] e allora stavo zitto e subivo». (Emanuele Filotti, in affido al Forteto dall’età di 13 anni. Associazione vittime del Forteto);

-«I compiti dagli altri bambini no, perché Thomas.. c’erano altri bambini dell’età sua e quindi con chi giocare ce l’aveva, non c’era il problema di avere contatti con altri bambini». (Diletta Giommi);

– «Lì i ragazzi dovevano rimanere lì, giocare lì, stare lì, stare con i ragazzi all’interno… non si usciva: né feste, né compleanni organizzati, né andare a vedere uno spettacolo.. (Gaia Viviani);

– E poi c’era anche l’esclusione dal mondo esterno […] a calcio non ci andavi, il calcio lo facevi lì al Forteto tra noi ragazzi (Michele Giumetti);

Ore 20:

«Quella sera sempre a tavola che avevo 14 anni […] mi toccò inventarmi che il mio babbo mi portava a prostituirmi, infatti non me lo ricordavo, non sapevo quello che dirgli lì, perché ti mettono in un modo tale per farti dire le cose…» (Emanuele Filotti);

Ore 22-02:

«La sera nelle riunioni dovevo riferire tutte le fantasie: insomma, onestamente a volte me le sono anche inventate, eh, perché quando c’è da rimanere la sera a mezzanotte, l’una, le due…» (Gaia Viviani);

– Se la donna guarda l’uomo è oggetto di chiarimento e il chiarimento è la tortura quotidiana che tutte le sere viene perpetrata per decenni, non per un giorno […] Questo era un appuntamento di tutte le sere, tutte le sere si fissavano i lavori […] dopodiché prendeva la parola il Fiesoli e si parlava dei problemi che c’erano stati durante la giornata, ma non lavorativi, dei problemi a livello di rapporti interpersonali e di relazioni. […] il tema era monotono, perché era sempre lo stesso: le fantasie sessuali. Si doveva sempre parlare delle fantasie sessuali e sotto processo c’erano quasi sempre delle povere ragazzine». (Saverio Praticò).

5.4 Il Forteto: affido a chi, come e perché

Al Forteto uomini e donne vivono divisi: dormono, mangiano, lavorano separati anche se sposati. Questa è la regola fondamentale della vita in comunità. I rapporti eterosessuali sono chiaramente osteggiati. Ciò implica, fra le altre cose, un effetto inevitabile: al Forteto nascono pochissimi bambini. Nessun bambino viene generato se non per quello che lì viene considerato un errore. Qualora accada, testimonianze dirette riferiscono che il piccolo viene strappato alla madre naturale e cresciuto da altri: «Lui (Rodolfo Fiesoli,ndr) toglieva bambini veri, biologici nati prima dell’inizio del Forteto alle madri vere, perché capirà che la madre vera è un problema, è un pericolo, è una persona che protegge il figlio» Eppure nuove energie affettive e fisiche servono.

Nuove energie arrivano attraverso i minori in affido, che vengono in qualche modo generati non carnalmente – certo – bensì (ri)generati emotivamente, spiritualmente, psicologicamente nel contesto che si è poc’anzi ricostruito attraverso le voci dei testimoni ascoltati in Commissione, un contesto scandito da lavoro, scuola, abusi, paura. Giorno dopo giorno, i ragazzi vengono sostanzialmente plagiati. Sono i soldati del Profeta, come Rodolfo Fiesoli è uso farsi chiamare. I ragazzi ospitati all’interno del Forteto sono di norma scolarizzati fino ai termini minimi di legge e quindi indirizzati al lavoro in cooperativa. Ciò accade fino dai primissimi anni di avvio della comunità. Gli affidi proseguono senza battute d’arresto anche dopo il 1985, anno della condanna di Fiesoli e Goffredi da parte della prima sezione penale della Corte d’appello di Firenze per capi d’imputazione tra cui la «corruzione di minorenne». Di come all’interno del Forteto quella sentenza venne vissuta parla il presidente della Cooperativa Stefano Pezzati: «Per me – ha affermato in Commissione – è stato un errore giudiziario, questa è la mia opinione, ma è un’opinione confermata anche dal fatto che a Rodolfo Fiesoli qualche anno dopo hanno affidato dei bambini, quindi chi ha valutato Rodolfo Fiesoli probabilmente l’ha ritenuto idoneo. Sono confortato anche da queste cose».

I ragazzi accolti al Forteto sono nominalmente affidati dal Tribunale dei Minori a una coppia che è tale solo sulla carta, poiché spesso i genitori affidatari non hanno alcun rapporto fra di loro; è poi però la comunità – in sostanza Rodolfo Fiesoli – a decidere chi effettivamente seguirà i bambini. Qualora ad essere affidati siano dei fratelli, questi vengono separati e i loro rapporti disincentivati, salvo poi mimare spazi comuni e relazioni stabili in occasione delle visite di controllo degli assistenti sociali di cui – a quanto è stato riferito alla Commissione – quasi sempre si sapevano in anticipo le date. Concetto cardine della comunità è quello, del tutto originale, di ‘famiglia funzionale’. Su di esso i vertici del Forteto, sentiti in audizione, non si sono voluti esprimere. A domanda diretta della Commissione che chiedeva «una definizione del concetto», ancora Pezzati ha risposto: «Credo sia oggetto di dichiarazioni per le quali è stata interessata la magistratura, quindi non mi volevo addentrare in circostanze e fatti perché non…». Alla reiterazione della domanda da parte della Commissione, Pezzati ribadisce: «Appunto: per non subire strumentalizzazioni […] in linea generale, se ci sono delle pubblicazioni si rimanda alle… possono essere lette»

Da quanto emerge dalle altre numerose testimonianze, tuttavia, si può affermare che il concetto di ‘famiglia funzionale’ si basa sul presupposto per cui la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quando asserito da Fiesoli e recepito dai componenti della comunità, ci può essere il perseguimento di tali valori. I genitori funzionali sono quindi un uomo e una donna slegati da qualunque vincolo affettivo, accomunati dal solo intento educativo del minore a loro assegnato: «Ancora oggi – racconta Diletta Giommi nell’audizione del 19 giugno 201247 – non so chi sono realmente sulla carta le persone che mi facevano da genitori affidatari: sapevo di essere affidata a Bocchino Mariangela e Rodolfo Fiesoli, che ovviamente non sono spostati tra loro e non fanno parte dello stesso nucleo familiare». La Giommi, tra l’altro, non è solo ‘oggetto’ di una famiglia funzionale in quanto minore affidato, ma ne viene anche resa ‘soggetto’ proprio per quanto riguarda il suo figlio naturale. La ragazza arriva al Forteto già incinta all’età di 16 anni, nel 1997: «Ero incinta e, prima di arrivare al Forteto, stavo con un ragazzo […]: eravamo molto innamorati e il fatto che io fossi rimasta incinta non era un caso, in quanto non stavo bene in casa e era un éscamotage, nella nostra testa di sedicenni, per creare una famiglia, avere un figlio e quindi sposarsi e andarsene via. Il procedimento del Tribunale è andato più veloce di questo, per cui sono arrivata al Forteto e questa cosa ha interrotto i nostri piani. Cosa succede? Che il primo mese non ho contatti con nessuno, non posso parlare assolutamente con nessuno, ovviamente avevo avuto una ribellione in famiglia e quindi avevo rotto tutti i rapporti con i miei familiari, tranne che con questo ragazzo. L’idea mia era quella di passare un periodo lì al Forteto, però di ritornare con questo ragazzo e, poiché ero incinta, di mettere su la nostra famiglia: cosa succede? Che proprio Angela, Rodolfo e tutte le persone intorno a me incominciano a mettermi delle insicurezze, ossia a farmi credere che il mondo esterno nella figura di questo ragazzo non mi avrebbe dato una certezza e una sicurezza per crescere un figlio, incominciano proprio a mettermi… mi insinuano tutti dubbi, tutte paure, giocano su questa mia precarietà psicologica per mettermi contro anche questo ragazzo, per farmi credere che io dovevo stare lì e che l’unico modo per poter crescere questo bambino era avere

una sicurezza dentro il Forteto […] io comunque ero innamorata di questo ragazzo e volevo tornare in casa sua. All’incirca dopo un mese il mio arrivo al Forteto Rodolfo mi chiama e, insieme a Luigi Goffredi, andiamo in Tribunale […]: praticamente abbiamo un incontro con la famiglia di questo ragazzo, […] il padre di mio figlio. Abbiamo un incontro nel quale i genitori di […] (si parla di questo ragazzo, del quale non si ritiene di fare il nomendr) richiedono il mio affidamento, ovviamente io ero incinta di lui, e il (magistrato, ndr) ci manda a fare un giro liberamente, a me e (questo ragazzo, ndr), per Firenze. Io ovviamente ero contentissima, perché dopo un mese o forse anche di più avevo rivisto questo ragazzo, non avevo avuto più contatti, non mi avevano passato una telefonata assolutamente se poi dopo ho saputo che invece lui telefonava tutti i giorni e che era interessato, non mi aveva abbandonato, invece in tutto il periodo che sono stata al Forteto mi hanno fatto credere che lui mi aveva abbandonato, che non gli interessava di questo bambino, che io ero sola al mondo e avrei dovuto stare solo esclusivamente lì dentro. Cosa succede? Che in quell’occasione Rodolfo si arrabbia molto, perché il (magistrato, ndr) ci lascia liberi di fare un giro per Firenze da soli, io avevo 16 anni e questo ragazzo ne aveva 17, poco più di un anno più di me e al mio ritorno al Forteto Rodolfo era arrabbiatissimo, io mi sentivo quasi in colpa, proprio.. mi aveva fatto una testa, durante il percorso in macchina, dicendomi che non era stato giusto, che il giudice aveva sbagliato: si era proprio arrabbiato anche davanti al giudice, mentre eravamo tutti lì, aveva dato un po’ in escandescenza, era evidente che lui era contrario a questa cosa. […] In quell’occasione il (magistrato, ndr) fa un decreto nel quale dà il permesso a (questo ragazzo, ndr) di venire a trovarmi un giorno a settimana, il giorno stabilito era il lunedì e quindi (questo ragazzo, ndr) tutti lunedì di seguito viene a trovarmi: questo succede per tre o quattro settimane. Arrivò un lunedì in cui purtroppo ci fu uno sciopero di treni e (il ragazzo, ndr) chiese il permesso al Forteto – questo lo so dopo, perché ovviamente all’epoca non c’era il cellulare e non ci poteva essere un contatto diretto, quindi queste sono cose che mi hanno raccontato dopo, non potevo saperle, comunque domanda se poteva – di venire il martedì, perché c’era questo sciopero. Angela non gli permette di venire il martedì e gli dice “se vuoi venire a trovare Diletta, se ti interessa di Diletta prendi il treno, non mi interessa a che ora arrivi, non mi interessa come fai, devi venire”.

Questo ragazzo parte da Livorno, rimane bloccato a Firenze e continua a telefonare, a un certo punto mi passano la telefonata, sempre in vivavoce in cucina davanti a tutti, durante la quale mi arrabbio, perché gli dico “scusa, ma sei bloccato a Firenze, se ti interessa vieni”, perché tutta la mattina Angela mi diceva che a lui fondamentalmente non interessava di venire da me e che, se avesse voluto, se gli fosse interessato doveva venire in tutti i modi, non le interessava come. Io gli dissi – il Forteto è lì a 40 km da Firenze e le dissi – ” Angela, andiamo a prenderlo a Firenze”, ” assolutamente no! Lui deve venire da te, se ti vuole viene”. Questo ragazzo, invece che alle nove la mattina o alle dieci arriva all’una a Borgo San Lorenzo, io al telefono con lui mi arrabbio tantissimo… ero proprio imbestialita, perché Angela continuava a dirmi che non gli interessava, “lo vedi che non…”, mi aveva proprio messo su e aveva giocato sulla mia rabbia. […] Praticamente all’una arriva a Borgo San Lorenzo con un autobus, riesco a convincere Angela a andare a prenderlo a quest’autobus, perché lei lì per lì non voleva quasi andare e ovviamente, quando lo vedo, ributto su di lui tutta la rabbia e tutta l’enfasi che avevo perché non era arrivato all’orario in cui doveva arrivare: ovviamente avevo 16 anni e per me era così. Angela gioca su questo fatto e anzi, lo rincorre prendendolo a calci, dicendogli “non ti fare più vedere, non venire più!” […] a un certo punto gli disse “tanto Diletta non è incinta di te”, incominciò a urlargli dietro e questo ragazzo ovviamente impaurito, vedendo me arrabbiata in quel modo lì e tutte e due che gli vociavamo in quel modo prese e scappò via, questo è stato l’ultimo giorno che ho visto il padre di mio figlio» Una volta compiuto il distacco dal padre naturale, al figlio della ragazza un padre viene comunque procurato, ovviamente individuandolo all’interno del Forteto: «E’ qui che incomincia a entrare un pochino la figura di Rodolfo: incomincia a spiegarmi che al Forteto questi bambini hanno tutti un padre e una madre affidatari e quindi mi dice “tuo figlio non ha un padre” […] e incomincia a dirmi che deve avere un padre. Io gli dico “mio figlio un padre ce l’ha: se vorrà si farà avanti lui”, ovviamente io non sapevo che questo ragazzo invece, come in seguito mi hanno raccontato per telefono lui e la madre… […] Cosa succede? Che incomincia a propormi un padre: il padre per questo bambino è suo figlio Marco Fiesoli, che tanto comunque avrebbe dovuto prendere un bambino in affidamento e sicuramente gli è convenuto […] “fare da babbo a un bambino”, perché aveva tre mesi e ovviamente non aveva le difficoltà di un altro bambino tolto alla famiglia con problemi o situazioni un po’ strane. Io non avevo nessun tipo di rapporto con Marco Fiesoli, ma nemmeno… ovviamente i rapporti tra uomo e donna erano limitatissimi: forse ci si diceva “ciao” se ci si incontrava mentre si andava a mangiare, ma forse neanche. Mi trovo questo ragazzo che all’improvviso la sera incomincia a venire su alla chiesa, dove Thomas doveva stare e incomincia a occuparsi di Thomas. Inizialmente non volevo accettare in nessun modo questa cosa, era proprio… non mi tornava, perché dicevo “ma come? Mio figlio un padre ce l’ha e se non ce l’ha sta senza”, era assurdo per me che un’altra persona dovesse fare da babbo al mio bambino. […] Rodolfo continua a spiegarmi che lui mi aiuta, che lì doveva essere così e quindi dovevo accettare questa cosa; piano piano incomincio, col passare del tempo, a accettare Marco e quindi a prendere accordi, “te vieni alle sei, io vado via”, cose di questo genere, non c’era mai… si trattava di tenere il mio bambino due ore alla sera e quindi lui incomincia così a fare da babbo a mio figlio» Questo spiraglio di fiducia si approfondisce quando il bambino, per un incidente, si provoca un’ustione. Nessuno, riferisce la Giommi alla Commissione, vuol soccorrerlo. Solo Marco Fiesoli si fa avanti per accompagnare la mamma e il piccolo all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze: «Da lì incomincio a avere fiducia nei confronti di Marco […]. Thomas incomincia a avere due anni e

Rodolfo incomincia a dirmi “il prossimo anno Thomas avrà tre anni e dovrà andare all’asilo”, ovviamente Marco continua a fare da babbo a Thomas, quindi Thomas chiama babbo lui per la prima volta […]. Rodolfo incomincia a dirmi “guarda, ormai Thomas è affezionato a Marco, Marco fa da babbo a questo bambino, il prossimo anno dovrà andare all’asilo e […] avrà dei problemi con gli altri bambini, si sentirà diverso e poi comunque te fondamentalmente ormai sei dentro il Forteto e non riuscirai mai a avere una vita fuori dal Forteto, non potrai mai stare senza il Forteto, senza le persone che hai intorno” e che la mia forza era stare lì, praticamente, non avrei mai potuto avere un futuro fuori dal Forteto. E poi io non avevo un lavoro fuori dal Forteto, non avevo una casa, avevo rotto con la mia famiglia e non avrei potuto tenere né crescere questo bambino, quindi l’unico modo per poter, alla fine, sopravvivere io e mio figlio era restare al Forteto e fare riconoscere Marco Fiesoli come padre naturale di mio figlio. All’inizio ero arrabbiatissima, non riuscivo a accettare questa cosa […] però non avevo altra via d’uscita, questo è il punto. Mi ero affezionata alle persone che stavano intorno a me, avevo bisogno d’aiuto, ero una ragazza madre di 16 anni con un figlio e l’unica cosa che avrei potuto fare era far riconoscere Marco come padre di mio figlio. Alla fine Rodolfo mi convince, tra l’altro comprandomi, regalandomi un cavallo – sono molto appassionata di cavalli – mi fa questo regalo bellissimo, mi regala questa cavalla stupenda costosissima e quindi io in qualche modo cedo e a quel punto dico “va bene, faccio riconoscere Marco come padre di mio figlio”. Cosa succede? Che lui organizza tutto, mi chiama un giorno e dice “sai, Diletta, devi andare giù in Tribunale, metti una firma e vieni via”, io ero molto contrastata in questa cosa: sapevo quello che andavo a fare, però stavo malissimo, ero combattuta dentro di me, perché io comunque sapevo che mio figlio un padre ce l’aveva, mio figlio non era un bambino preso in istituto che non aveva un padre o una famiglia e stavo male per questo, però non vedevo un’alternativa. Allora prendo e vado giù con Marco Fiesoli al Tribunale dei Minori a Firenze, davanti avevo […] lo stesso giudice che ha fatto il decreto per il mio affidamento al Forteto, lo stesso giudice che conosce il padre di mio figlio naturale e anche la sua famiglia, lo stesso giudice al quale la famiglia del padre di mio figlio chiede il mio affidamento, perché ero incinta di questo ragazzo, lo stesso giudice che fa il decreto degli incontri con il padre di mio figlio mi fa firmare un foglio nel quale dichiaro che il padre naturale di mio figlio è Marco Fiesoli. Io lì mi sono legata le mani, praticamente ho regalato mio figlio a una persona che non era suo padre»

La predicazione di un mondo fuori dal Forteto cattivo, cinico, sbagliato, incapace di comprendere le logiche della comunità giustificava poi – sempre secondo i leader del Forteto – la necessità di dimostrare la normalità della coppia titolare dell’affido del minore e, in generale, di tutte le coppie della comunità. Tale esigenza si acuisce dopo la sentenza con cui, il 3 luglio 2000, la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per l’affidamento a Il Forteto di due bambini, figli di italiani emigrati in Belgio, comminando una multa complessiva di 200 milioni di lire come risarcimento dei danni morali per trattamenti giudicati non conformi alla Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. In occasione di un’ispezione di una delegazione della Corte Europea per verificare le condizione di vita dei minori oggetto della sentenza, una abitazione era stata organizzata in modo da far vedere che i genitori affidatari dormivano insieme in una camera con letto matrimoniale e una camera con foto e giochi a dimostrazione che i fratelli condividevano la stessa camera adiacente a quella degli affidatari. Stessa messinscena veniva attuata in occasione delle visite – rare e annunciate – degli assistenti sociali

Il presidente dell’Associazione Silvano Montorsi, a domanda diretta su questo, risponde: «A questo non le so rispondere: mi viene da sorridere, però… diciamo che quando c’è stata questa situazione o non c’ero… se non c’ero non l’avrò vista, però direi che non mi risulta una cosa siffatta» La recita si arrestava tuttavia alla ‘sceneggiatura’ della famiglia normale. Per il resto, infatti, i rapporti con gli assistenti sociali sono gestiti direttamente da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, come si evince da numerose testimonianze assunte in atti.

Gli adulti, dal canto loro, vengono motivati a ricevere ragazzi in affido come atto di solidarietà: «”C’è tanta gente nel mondo che sta male”.. anche nel prendere i bambini la convinzione più grossa è stata che noi saremmo stati generosissimi, nel senso che si sarebbero presi dei ragazzi levati dagli istituti, gli istituti poi sono a carico dello Stato… si sarebbe fatto il bene del mondo, no, a prendere questi bambini in famiglia? All’inizio io c’ho creduto […] continuamente appena c’era un po’ di stabilità con i ragazzini presi, subito te ne proponeva altri: se avessi dato retta a tutti quelli che mi proponeva Rodolfo avrei una squadra di calcio…»

Come dimostrazione tangibile di un simile slancio di caritatevole responsabilità sociale, gli affidatari del Forteto venivano spinti a rinunciare alle rette che normalmente i Comuni corrispondono per ciascuno dei bambini in affido: «Nel momento in cui sono venuto fuori non si era mai presa la retta dei bambini, perché al Forteto non volevano che si prendesse la retta, anche se è un diritto a noi avevano detto di non prendere la retta».

Scelte personali, replica il presidente dell’Associazione Montorsi: «L’accoglienza di minori o persone svantaggiate è svolta volontariamente e a titolo personale o familiare dai singoli soggetti e nuclei che direttamente si relazionano con gli enti o con i familiari affidanti, i servizi sociali e quanti hanno il compito e la responsabilità di controllare e vigilare. Per quanto in mia conoscenza, le persone interessate all’affidamento dei minori si rendono disponibili gratuitamente e, per loro scelta, rinunciano ai contributi normalmente previsti a sostegno per questo tipo di impegno»

La rinuncia è ovviamente lecita. Tuttavia, essa porta con sé una serie di implicazioni non necessariamente secondarie: innanzitutto rende Il Forteto e le persone che vi abitano autentici catalizzatori per gli affidi. Molti Comuni trovavano infatti vantaggioso affidare lì i ragazzi a costo zero. Ci permettiamo una considerazione: rinunciando alla retta si agevolavano i Comuni sottraendo di fatto risorse ai minori, veri destinatari finali delle rette che dovevano servire al loro mantenimento. Le associazioni di famiglie affidatarie, dal canto loro, hanno espresso viva contrarietà alla pratica fortetiana di rinunciare alla retta. Ecco quanto hanno affermato in Commissione: Marco Landi (Presidente Anfaa): «Noi ci battiamo da anni affinché nessuno rinunci e perché tutti prendano la retta […]. Francamente come Presidente di Anfaa devo dire che non sarei assolutamente d’accordo se una famiglia non prendesse la retta: la prenda e la dia a chi vuole, che è un’altra storia, però la prenda […]».Columbu Annarmaria (Ubi Minor): «Io posso solo confermare».

[…]

Camarlinghi Letizia (Papa Giovanni XIII): «[…] è un atto veramente di giustizia la retta per le famiglie affidatarie: chi ci rinuncia non fa giustizia per quel minore».

(Verbale 21, cit., pagg. 16-18)

Il parere sembra condiviso anche proprio da Montorsi che, a domanda diretta sulla singolarità

della diffusione tanto massiva di quella che viene definita come scelta personale, risponde: «Da un punto di vista pratico questo è stato oggetto di discussioni interminabili, perché ovviamente ogni singolo si interfacciava con quegli altri, a ogni nuovo inserimento: per dire, il tuo vicino prendeva un ragazzo, “te li pigli, ma io quasi quasi non li piglierei”, ovviamente poi dopo ognuno ha deciso in autonomia. Credo anche che qualcuno (ora noi si dice.. io ritengo che la stragrande maggioranza non li abbia presi, però siccome è una cosa che veniva decisa singolarmente, non escludo che qualcuno) li abbia presi, però sicuramente per quello che so io la stragrande maggioranza non li ha presi. Per dire, con il senno di poi, forse, per esempio, dato che erano soldi pubblici, con le difficoltà che tante volte avevamo di inserimento nel mondo del lavoro con i figlioli che ora sono grandi, se anche si fossero presi e, volendo essere genitori al 100%, si fossero accantonati in un loro conto e ora, per dire, la mia figliola avesse avuto un gruzzoletto… però a quei tempi ci garbava fare così: perlomeno a me, poi che le devo dire?»

5.5 Il Forteto: pratiche abusanti

Le numerose testimonianze acquisite restituiscono in maniera univoca e concordante un quadro nel quale all’interno del Forteto le pratiche abusanti rappresentano la consuetudine. Da quanto si è potuto ascoltare, il microcosmo del Forteto scandisce le proprie abitudini secondo regole che si potrebbero definire speculari rispetto al mondo che tutti conosciamo. Lì l’abuso risulta essere la prassi. Il rispetto, un’eccezione da dosare sapientemente per esercitare e consolidare il controllo sulle persone; dunque, in definitiva, è un abuso anch’esso. Per questo, per tentare di tracciare uno spaccato per lo meno sommario di quanto abbiamo acquisito nel corso delle prime sei sedute di audizioni, abbiamo ritenuto opportuno dividere gli abusi secondo tipologia e scegliere qualche  esempio dalle centinaia di pagine dei verbali piene di contenuti tutti drammaticamente simili tra loro.

5.5.1 Abusi sessuali

C’era la corruzione di minorenne tra i capi di imputazione per i quali Rodolfo Fiesoli viene condannato nel 1985

58. Ciò nonostante, gli affidi di minori all’interno del Forteto sono proseguiti. In una comunità che osteggia di fatto i rapporti eterosessuali, il sesso è però presente in ogni aspetto della vita e del pensiero, caratterizza persino linguisticamente chi vive al Forteto. Qualunque comportamento vero o presunto, qualunque gesto o sguardo anche insignificanti: tutto viene ricondotto al sesso, alle fantasie sessuali, a memorie reali o indotte di abusi subiti da parte della famiglia d’origine. Al Forteto il sesso permea l’esistenza e pare essere la meta costante dei cosiddetti chiarimenti. A ogni età. I minori, così, spesso divenivano o continuavano ad essere prede. Purtroppo, ciò avveniva col consenso non solo collettivo, ma anche dei genitori affidatari. Le diverse testimonianze ci riportano di pratiche e di abusi sessuali sui ragazzi del Forteto da parte dei genitori affidatari, siano essi uomini o donne, e di un atteggiamento compiacente nei confronti delle ‘strane’ attenzioni del Fiesoli su ragazzi a loro affidati. Michele Giumetti, arrivato al Forteto in affido alla fine degli Anni 80 all’età di cinque anni, racconta: «Tu andavi a rifare le camere dove dormiva anche Rodolfo, portavi la colazione a Rodolfo […] ci ha provato, però io non sono riuscito a… ero un po’ più sveglio, boh, non so come si dice, però sì, mani nelle mutande, addosso, baci nel collo, poi mi ci portava la mia mamma affidataria da lui, […] e allora in camera “ah, come sei bello! Come sei coso!”, mani nelle mutande, mani… questo succedeva anche davanti alla mia mamma affidataria… sì, mi dava i baci nel collo davanti alla Daniela Tardani (è la madre affidataria, ndr), cioè mi ci portava lei “ma lasciati andare! Rodolfo fa così con tutti, è normale, ti leva questa materialità!”». Ancora Giumetti: «Mi ricordo che la mia mamma mi faceva il bagno e tante volte, quando fai il bagno a un bambino, c’è la possibilità che abbia delle erezioni e lei voleva che io spiegassi le mie fantasie sessuali. Io ti parlo… avrò avuto 6/7 anni e dovevo dirle come mai e che l’essere toccato da lei a me piaceva: insomma, mi aiutava lei a dirlo, però lo dovevo dire».

Da quanto ci è stato riferito ripetutamente, non era unicamente Rodolfo Fiesoli a perpetrare simili mostruosità. Miriam Coletti arriva al Forteto all’età di 8 anni nel 1983, affidata a Luigi Goffredi e Mariella Consorti: «C’era anche l’altra bambina di Luigi Goffredi, che era una bambina down e l’aveva proprio adottata: era più piccola di me, mi sembra di due o tre anni e […] io mi ricordo che Goffredi la sera veniva a darle la buonanotte. Io dormivo nel letto a castello di sopra e lei di sotto e sentivo un po’ di versi strani, quando veniva lì a darle la buonanotte, quindi una sera a un certo punto dissi “ma…” e mi affacciai di sotto per vedere quello che succedeva: vidi che c’era Luigi Goffredi che le aveva levato i lenzuoli di sopra e la stava masturbando». La Coletti finisce in affido per aver subito abusi sessuali: «Negli abusi sessuali che avevo subito c’erano stati dei rapporti orali con degli adulti e, per non farmi sentire che potevo aver fatto cose schifose […] che Luigi Goffredi per farmi capire tutto questo discorso sia arrivato a chiedermi di fare del sesso orale con lui per vedere che era una cosa che normale […] però mi ricordo quella volta che Luigi Goffredi mi chiese davvero quel rapporto orale con lui e mi ricordo che all’inizio mi rifiutai, perché non.. primo perché non capivo, mi vergognavo, non capivo: avevo davanti una persona della quale per due anni mi ero fidata […] Comunque andò che dovetti fare quello che mi chiese e devo dire la verità, si ruppe un po’.. tutta questa fiducia che avevo […] era l’87, sì, ho fatto un po’ di conti e era l’87»

Dunque aveva 12 anni. Come vedremo più avanti, Miriam Coletti riferisce di essere stata messa nelle condizioni di dover avere rapporti sessuali non solo con il padre affidatario, ma anche con la madre affidataria.

Ivi, il sesso è anche merce di scambio, moneta sonante per pagarsi uno spazio di tranquillità. Piero Zavattini entra al Forteto che ha appena compiuto 18 anni. Gli vengono comunque assegnate due figure di riferimento di tipo genitoriale. Gli abbiamo chiesto come fossero i rapporti con questa ‘mamma’, e se lei fosse una donna affettuosa. Ecco la risposta: «Io c’ho fatto sesso, con questa qui, perché capii il giochetto come funzionava: l’unico modo per non subire certe cose […] era avere la protezione completa di qualche grande. In questo caso qui io, facendo l’amore con la OMISSIS (si riferisce alla madre affidataria,ndr), mi ero.. innanzitutto non chiarivo più con la OMISSIS (ancora la madre affidataria, ndr), con la quale all’epoca chiarivo un giorno sì e un […] mi eliminai l’80% dei problemi […] L’unico punto debole – prosegue Zavattini – era sempre Rodolfo, infatti quando si riavvicinò più pesantemente ai conigli, mi attaccò al muro, mi mise la lingua in bocca e mi mise la mano dentro ai pantaloni lì ci fu uno dei primi scontri fisici forti tra me e lui: lo spinsi via e, quando si arrivò poi in villa a desinare, successe del casino, sempre con il discorso che non volevo affrontare la mia omosessualità».

Già, l’omosessualità. Al Forteto era non solo permessa ma addirittura incentivata, un percorso obbligato verso quella che Fiesoli definiva “liberazione dalla materialità”. Somministrata quale medicina per superare conflitti edipici o traumi passati, l’omosessualità diventava balsamo al divieto di rapporti tra sessi differenti ma anche via maestra per un’evoluzione individuale di successo e, in conseguenza, strumento per ottenere il consenso sociale all’interno del Forteto: «Lì gli unici rapporti che erano permessi tra i sessi erano di tipo omosessuale: non che abbiamo niente contro l’omosessualità – racconta Saverio Praticò, il presidente dell’Associazione Vittime del Forteto – però lì erano vere e proprie forzature, ossia l’amore riconosciuto e accettato, l’amore vero, alto e nobile era solo quello con lo stesso sesso. Chiunque avesse […] la tendenza verso l’altro sesso, cioè la normalità, era sottoposto a verifiche e a chiarimenti […]. Il bene e l’amore vero erano quelli di tipo omosessuale, perché lì non c’era materia»

6Sottrarsi a questa pratica, e alle avances di Fiesoli, era possibile al prezzo di rimorsi e angosce: «Un giorno – racconta Gianni Anzini – Rodolfo viene a consolarmi, io […] ero entrato un po’ in crisi per la questione sessuale riferita al mio passato, viene a consolarmi […] cercando di avere un approccio sessuale. Io lì per lì mi irrigidii e gli dissi di no, ma a lui la cosa non andò molto a genio. Io però nei due mesi successivi mi sono sentito in colpa per aver detto di no. […] Mi sentivo in colpa per avergli detto di no e non comprendevo perché […] psicologicamente parlando sono cose che devi fare per affrontare la tua materialità, per poter star meglio: in effetti io ero entrato in crisi proprio per un discorso sessuale e, volendo incastrarcelo, aveva la sua logica […] lì dentro e la risposta che avevo da tutti era che la cosa era normale, ero io che ero maligno, in realtà quelle cose Rodolfo le faceva controvoglia. Che poi in realtà non è solo lui a farle, ma le fanno anche gli altri»65. Ancora: «Se avevi un rapporto sessuale con un ragazzo – racconta Miriam Coletti – era il peccato più grosso che tu potessi fare, perché te avevi preso la strada del genitore che era da condannare». Se i ragazzi, come si è visto,sono oggetto di attenzioni da parte dei leader del Forteto e vengono così instradati alla pratica omosessuale, le ragazze vengono indirizzate dalle altre donne. Diletta Giommi, lo si è visto poco sopra, arriva al Forteto già incinta all’età di 16 anni, nel 1997. Ritiene, perché come si è appreso dalla sua testimonianza non è del tutto sicura, di essere affidata a Rodolfo Fiesoli e Mariangela (detta Angela, ndr) Bocchino: «Angela mi dice che […] se una persona si fa delle fantasie su un uomo vuol dire che scappa dalle proprie difficoltà nel rapporto tra le donne. […] Lei incomincia a spiegarmi e a dirmi che […] i rapporti nel mondo fuori dal Forteto non sono giusti, perché le persone scappano dalla realtà facendosi delle fantasie tra uomo e donna, addirittura inizialmente lei si bacia con altre donne davanti a me e, proprio tra donne, c’è una sorta di insegnamento al rapporto omosessuale: praticamente lei mi spinge proprio a avere rapporti omosessuali con altre ragazze, mi insegna e la normalità è quella, al punto che se mi fosse venuta una fantasia nei confronti di altre persone dovevo.. mi sentivo in dovere di andare a spiegarle il motivo di questa cosa: avevo sicuramente avevo una difficoltà, se io avevo guardato un ragazzo sicuramente avevo avuto una difficoltà nel rapporto con altre ragazze lì dentro, questo era un dato di fatto. E piano piano io incomincio a arruolarmi nell’esercito del Forteto con la testa […]: avevo 16 anni e avevo ben chiaro come funzionava il mondo, ero incinta e quindi non ero omosessuale». Miriam Coletti, minorenne, racconta di avere avuto un rapporto omosessuale con la madre affidataria: «Per affrontare tutte queste cose c’era sempre il solito rapporto omosessuale che ti portavano piano piano a […] avere dei rapporti con delle donne adulte: questo mi è capitato una volta con la madre affidataria, verso i 13 anni, la Mariella Consorte era la madre affidataria e poi più da grande mi sono ritrovata con altre due persone adulte e devo dire che […] mi sono ritrovata a un certo punto a non distinguere più davvero la cosa: se ero omosessuale o no, a un certo punto non lo sapevo più, perché avevo questi rapporti abbastanza obbligati con queste persone adulte e, avendo questi rapporti omosessuali, Rodolfo Fiesoli mi considerava la meglio del mondo, in quel periodo ero la meglio, ero la più brava e quindi vivevo in pace e alla fin fine avevo anche i miei rapporti di nascosto con i ragazzi, perché stando in pace non ero tanto sotto controllo»

Lilia Vezzosi entra al Forteto in affidamento all’età di 11 anni; è il 1987. Ecco la sua testimonianza: «Già quando ero più piccola dicevano che mi piacevano le ragazzine e infatti una volta con la Miriam fui chiusa in una stanza e si doveva avere un rapporto, però io mi ricordo che […] lì ero in prima o in seconda media e lei era un pochino più grande, di due anni o tre, di me. E niente, si fu chiuse in questa stanza e si doveva avere un rapporto, fatto sta che io e lei non si ebbe niente, però poi ci si era organizzate su cosa dire, perché poi dopo ci interrogavano»

Con l’adolescenza, poi, arrivano le prime, inevitabili cotte: «Siccome io e lei (si tratta di una ragazzina coetanea della Vezzosi, ndr) eravamo nella stessa camera […] era un’evasione questa di avere dei ragazzi e quindi dovevo affrontare la mia materialità con questa OMISSIS. Siccome dormivamo insieme la Daniela Tardani disse “buonanotte, mi raccomando, affrontate la vostra materialità” e chiuse la camera. Io e lei si stette tutta la notte a parlare e a dire che cosa che si poteva raccontare e si raccontò il giorno dopo, però non so per chi, se per me o se per lei non tornò la versione, qualcosa si era sbagliato e allora si fu umiliate davanti a tutti nella sala dove si pranza, […] davanti a tutte le persone dopo mangiato. Fatto sta che il giorno dopo si stette tutti a parlare così e la sera si dovettero affrontare le nostre materialità: alla fine, insomma, si disse “va beh, affrontiamo le nostre materialità, perché sennò qui non si va avanti” e niente, così se te dopo dichiaravi o facevi quello che era.. dopo te stavi in grazia di Dio, dopo per un almeno un mese o due stavi.. anzi, eri brava, “hai visto la Lilia? Ha affrontato le sue materialità! Un applauso alla Lilia”, capito? Facevano proprio delle cose plateali e quindi te ti sentivi bene e per un pochino te la scampavi»

5.5.2 Abusi fisici

«Mi ricordo di una volta quando avevo 17 anni in cui c’era una ragazzina down appoggiata al muro con dietro il babbo affidatario che gli tirava gli scappellotti; io mi arrabbiai […] insomma, non sopportavo i soprusi, però quando entrai nel giro c’erano la caramella e lo schiaffo e loro erano bravi e equilibrare queste due cose». Le numerose testimonianze ascoltate riferiscono per la stragrande maggioranza che botte e punizioni, al Forteto, sono prassi quotidiana e vanno di pari passo con ritmi di lavoro che sfuggono qualunque modello di contrattazione da paese occidentale. Le violenze colpiscono tanto i piccoli quanto i grandi, e ciascuno è protagonista di un’osmosi continua tra l’essere vittima e il farsi aguzzino di altri sfortunati. Così la stessa persona che un momento subisce, nel momento successivo può scaricare parte della propria frustrazione nel praticare violenza a sua volta; in questa oscillazione di ruoli, da un lato maturerà un senso di colpa individuale che la renderà più docile nel sottoporsi alla sua dose di abusi fisici che a quel punto si convincerà di meritare, dall’altro concorrerà allo svilupparsi di un senso di colpa collettivo utile collante a una comunità voluta per essere chiusa. Ciascuno, infatti, custodisce il terribile segreto suo e di tutti. Il silenzio diviene una forma spontanea di autotutela ma, al tempo stesso, preserva il gruppo. Per i membri della comunità ragazzi compresi, trama e ordito delle giornate è il lavoro: «Lavoravo da quando ero alle elementari con la mia mamma affidataria, perché quando ero più piccola si andava a lavorare sia nel caseificio che nei campi, dappertutto, in bottega…»

Per riflettere ed elaborare, in questo contesto, manca il tempo: «Continuo a vivere nel Forteto lavorando giorno e notte, sempre di continuo, sono incinta e per tutto il periodo della gravidanza lavoro… diciamo che, quando ho detto “mi sono arruolata nell’esercito”, è perché ero diventata un soldato». Il presidente della Cooperativa Stefano Pezzati non nega che nell’azienda abbiano lavorato dei minorenni: «Nell’azienda hanno lavorato dei minori, però regolarmente assunti con assunzioni. Prima si poteva assumere a 14 anni, con i contratti di formazione lavoro ed è stato uno strumento molto utilizzato, soprattutto per quelli che non avevano intenzione di continuare a studiare». Ma le testimonianze acquisite ci spingono purtroppo a constatare, in una tragica scala di valutazione, che per il minore questo sia forse l’abuso meno agghiacciante. Racconta Saverio Praticò: «Mi ricordo il figlio di un giudice della Corte d’Appello […] non era un minorenne, ma era un minorato e sul minorato si inveiva. […] nel caso specifico di Pietro, lui spesso si ritrovava a mangiare con le donne e a mangiare tipo insilato: l’insilato è un mix di fieno, silomais di fibre lunghe che si dà ai ruminanti: noi avevamo un allevamento di bovini e ovini, veniva portato appositamente da un responsabile della stalla e Rodolfo serviva il piatto di silomais a Pietro Ciampi, che lo mangiava, vomitava e si doveva rimangiare questo vomito. Questa è una violenza»

I minori in affido non sfuggono alla prassi: «Tante volte prendevi le botte con gli zoccoli o che e sicché tante volte, quando andavi a scuola il giorno dopo, a sedere ci stavi male, non è che.. ti faceva male il culo. […] avrò rotto tre mestoli!», riferisce Michele Giumetti alla Commissione. Ma fino a che punto? «Botte, schiaffi, tirate di capelli, a volte eravamo proprio… una volta a scuola non ci andai da quanto ero pesta: ero in seconda media e non ci andai per tre giorni, perché Mauro me ne aveva date talmente tante che non andai a scuola, perché avevo tutti i segni qua al collo, poi la Elena il quarto giorno mi truccò un pochino e mi ricordo che vidi il correttore». Una volta a scuola, qualcuno si accorgeva del malessere di questi ragazzi. Lo riferisce un’ex insegnante di Dicomano, Augusta Gaiarin, ascoltata dalla Commissione: «Una cosa che penso che mi rimarrà sempre impressa è che mi diceva (uno dei bambini della sua classe che viveva al Forteto, ndr) “sai, ho paura” e tante volte vedevo che tra di loro c’era un atteggiamento molto strano, tipo… non so… quando qualche insegnante o io si sgridava un bambino perché esagerava e allora diceva “stai attento, eh, perché lo dico, eh, questa sera!”, poi io ho capito che la sera c’era questo momento di riflessione che era traumatico per i bambini, dove piombavano i castighi e… […] mi è rimasta impressa questa paura: capivo che non erano bambini sereni». Più di un testimone riferisce dell’esistenza di una stanza deputata alle punizioni: «Mi ricordo che con la mia amica di classe, che abitava lì al Forteto, ci davamo la crema dopo che uno veniva picchiato in una stanza che si chiamava forno, perché quando c’ero io no, ma prima lì veniva fatto il pane e c’era un po’ l’abitudine di sentire che il bambino che in quel momento doveva essere punito veniva chiuso in questa stanza del forno, si sentivano gli urli e mi ricordo che noi, abbastanza terrorizzate, si rimaneva fuori; quando succedeva a te… mi ricordo che entravo lì dentro e un pochino reagivo, però più reagivi e peggio era, quindi a un certo punto mettevi il fermo».

Talvolta le punizioni, pur rimanendo di carattere corporale, escludono le percosse ma si concretizzano nel dover rimanere in piedi alla cosiddetta madia, o in un angolo. O, anche, in una stanza buia: «Con quei bambini che erano lì e tante volte succedeva che si litigava e allora, questo quando ero cresciuto, da adolescente, succedeva che ti toccava stare in piedi in una camera al buio».

E poi c’è un bambino, Francesco. Non è al Forteto in affido ma la sua esperienza è paradigmatica: la mamma di Francesco, una fondatrice, lo aveva partorito prima che la comunità nascesse. Lui arriva lì con lei ma poi, come da regole fortetiane, le viene sottratto per essere affidato a una ‘coppia funzionale’

Nemmeno lui, figlio naturale, sfugge a questa frenesia punitiva. Lo abbiamo tristemente appreso nel corso di una delle prime audizioni. Ecco uno stralcio di quel verbale:

Saverio Praticò: «A un certo punto questo figlio, che ha un po’ di malessere, farà la pipì ancora a 9/10 anni […] È questo bambino nel corridoio che tutte le notti o spesso verrà trovato nel corridoio con i lenzuoli pisciosi, lì rannicchiato e a volte anche a dormire a due  passi dai morti che sono nella cappella: terapie selvagge, no? Dalla Daniela Tardani. L’ha cresciuto la Daniela Tardani, Federico Bianchini e lì ci sono i pavimenti […] con tutte le bare dei morti della famiglia dei Conti Gentili e dei Conti Guidi, tutto il pavimento pieno.. e questo bambino è lì a due passi a dormire da solo rannicchiato».

Commissione: «Cioè questa donna che l’aveva in affido, quando il bambino faceva la pipì lo prendeva e gli diceva “ora te ne vai nel corridoio..?».

Saverio Praticò: «Sì». […]

Daniela Falorni:«Molto spesso, sì».

Commissione: «Chi è che ci inciampava: lei? Era lei che ci inciampava?».

Daniela Falorni: «Io e mio fratello. Uscendo, come potete ben capire, avevo bisogno di andare dallo psicologo, perché… e la prima cosa che ho raccontato era che vedevo questo bambino […] mi alzavo alle quattro la mattina per essere giù e il bambino sì, praticamente ci stava tutta la notte, a volte aveva freddo, era bagnato e…»

(Verbale 4, cit., pagg. 16-17)

Esiste anche un altro genere di abusi fisici: quelli legati alla pratica abusiva di prestazioni di carattere medico-infermieristico, con i leader della comunità che alla bisogna – stando a quanto ci è stato più volte raccontato – si improvvisavano dentisti, fisioterapisti, capo infermieri… A riassumere le tante voci ascoltate in questo senso, ecco la testimonianza di Gaia Viviani: «Se un ragazzo si feriva, sia ragazzini presi lì in affidamento minorenni, sia noi, non si doveva andare né dal dottore né al pronto soccorso: queste cose erano fissazioni, i punti li metteva Rodolfo e Luigi curava i denti, faceva tutte le cose… le carie e tutte queste cose. E poi vorrei dire anche un’altra cosa: per esempio, nel periodo in cui svenivo in caseificio e dovevo chiarire, dopo finalmente mi sono fatta gli analisi e avevo un’anemia da trasfusione… ma di nascosto, eh, gli analisi…». Per la cura dei denti, al Forteto era stata regalata l’apposita poltrona attrezzata, il cosiddetto ‘riunito’. E quindi, come ammette il presidente della Fondazione Luigi Goffredi: «No, se uno c’aveva un buco nel dente che gli faceva male c’erano le goccioline da metterci e gli si mettevano, o sennò per esempio l’altro giorno è cascata la protesi a uno, in farmacia vendono il cemento fai da te, perché erano tutti in ferie… era in ferie il dentista, quindi ho fatto abuso di professione e poi gli hanno messo l’apparecchio, insomma»

Pur non volendo indugiare nell’esposizione del dolore di queste persone, abbiamo ritenuto necessario riportare le testimonianze utili a rendere chiaro e comprensibile il quadro. Quanto accaduto a Lilia Vezzosi merita di essere ascoltato:

«Non sono solo le punizioni, è tutto: per esempio, quando nel ‘93 sono cascata dal motorino ero minorenne… caddi dal motorino e mi feci male al ginocchio. Caddi dal motorino recandomi in caseificio a etichettare lo yogurt, eravamo in ritardo […] Subito vennero, “non ti sei fatta nulla”, perché effettivamente visibilmente non c’era niente, però io piangevo perché sentivo male, comunque andai in caseificio, lavorai tutta la mattina in piedi allo yogurt, “eh, ma cosa piangi a fare? Eh, vedi, perché sei di fori sei cascata…”, rimontai sul motorino per ritornare a casa all’una, mi faceva male e non volevo andare a mangiare perché mi faceva talmente male che volevo sdraiarmi. No, andai a tavola, mangiai e niente, dopo dovevo sparecchiare, feci per alzarmi e non ce la facevo, perché mi era venuto un pallone, ma un pallone così. Sicché “ma come mai? Perché tu eri di fori, perché non eri di fori”, comunque finalmente alle sette di sera mi portano al pronto soccorso a Borgo San Lorenzo, “è cascata dal motorino, così e così”, mi aspirano il ginocchio, mi dicono che è un versamento e torno a casa fasciata, vado alle nove in caseificio, perché tanto un versamento che vuoi che sia?

Questo per dodici giorni. Alla fine all’ultima aspirazione tiro un calcio a quello che mi stava aspirando il ginocchio, perché sento un dolore atroce, sicché subito mi mandano da uno specialista che subito mi rimanda al Palagi e il giorno dopo vengo ricoverata per il legamento crociato, in più mi si era rotto l’osso, comunque ho avuto una vite, in più ho avuto il legamento crociato e il menisco aspirato. Finito questo mi rimandano a casa dopo una settimana con un Donjoy che partiva da qua fino in fondo, con le ruote: insomma dovevo piegarle per varie gradazioni e dovevo fare la fisioterapia, questa fisioterapia non era un fisioterapista che te la poteva effettuare, ma era Mauro Vannucchi che mi doveva fare lui da fisioterapista, perché io mi dovevo fidare, perché più esperto di lui che guardava le mucche… eh! Comunque urlavo, ma urli! Perché praticamente dalle camere mi sentivano fin dove si mangiava, sicché poi arrivava Rodolfo che si incazzava, perché diceva “ah, guarda, fai un casino che sembra che stai sgozzando un maiale!”, ma io urlavo perché il ginocchio a ripiegarlo mi faceva male, dovevo fare fisioterapia nell’acqua – questo l’ho saputo dopo: dovevo fare fisioterapia nell’acqua – certe cose… […] dovevo andare in caseificio lo stesso: avevano preparato una sedia con un coso in legno saldato e dovevo tenere la gamba così e tingere, etichettare etc. […] Comunque dovevo fare per sei mesi fisioterapia così, la bicicletta legato il piede, la bicicletta stava ferma, le avevano levato le ruote e l’avevano saldata dentro un coso […] Comunque tornai a fare il controllo e il ginocchio non mi è tornato perbene: perché? “Perché è colpa tua, perché non hai ascoltato gli insegnamenti di Mauro e tutte le cose”, questo nel ‘93, fatto sta che nel ‘98 mi ricedette il ginocchio: era quello che mi avevano aspirato, siccome non avendo fatto fisioterapia perbene mi era rimasto a manico di secchio mi hanno dovuto fare un altro intervento, però day hospital. Lì ero un po’ più grandicella […] però tutti mi dicevano sempre “come mai non hai voluto piegare il ginocchio?”, proprio i dottori: come se io non mi fossi impegnata nella riabilitazione, quando non mi è stata fatta la riabilitazione e il ginocchio non mi tornerà mai come mi doveva tornare, infatti nel 2003 ho dovuto risubire un altro intervento perché mi si riruppero i legamenti laterali e quindi ho subito tre operazioni. Mauro diceva “te la faccio io fisioterapia” e io a quel punto, nel 2003, gli dissi “no, tu non me lo tocchi proprio il ginocchio!”, comunque Mauro non mi parlò per quattro mesi, perché ho scelto di andare dal fisioterapista».

( Verbale 5, cit., pagg. 15-16)

5.5.3 Abusi emotivo-affettivi

L’ostacolo maggiore per la comunità nell’annettersi psicologicamente, oltre che fisicamente, i ragazzi che vi venivano affidati era la famiglia d’origine, legame naturale con l’esterno che perciò andava immediatamente rescisso: «Una delle condizioni da mettere subito in atto era di tagliare completamente i ponti con la famiglia d’origine e quindi uno si ritrova a 18 anni, quando ti senti di essere un uomo ma in realtà non lo sei, tagliato fuori, la famiglia d’origine l’hai in qualche maniera allontanata, gli amici che non sono lì non esistono più, non possono neanche venirti a trovare e tu ti trovi completamente isolato»

A domanda diretta da parte della Commissione su questo specifico argomento, il presidente dell’Associazione Silvano Montorsi risponde: «A volte, a quanto mi consta, per le cose che ho sentito ci sono state delle disposizioni del Tribunale in cui si vietavano in modo categorico i contatti tra… è successo […] di dover intervenire per cercare di nofare effettuare questo contatto, perché magari i genitori, il cui figlio o i cui figli erano in affidamento presso qualcuno lì da noi venivano all’improvviso e quindi c’era da avvertire i Carabinieri, perché si sapeva che il dispositivo non permetteva il contatto, perlomeno per far sapere… così come c’ho la contezza per poter dire che in tantissimi casi è stato cercato di riallacciare dei rapporti anche da parte di persone che erano sottoposte a questo tipo di vincolo»

Ad alcuni bambini – che sono oggi tra gli adulti ascoltati dalla Commissione – è stato raccontato che i genitori erano morti. Ad altri è stato detto, anche se non era vero, che non li avevano più cercati e dunque non li avrebbero più rivoluti indietro: «Anch’io – racconta ad esempio Lilia Vezzosi – credevo davvero che la mia famiglia d’origine non ci fosse più e che non mi volesse ed ero arrabbiata fissa, perché dicevo “ma come? […]” non c’avevo più nessuno, nessuno veniva mai e invece poi uscendo ho saputo che venivano e che dicevano loro che io non li volevo vedere, mi telefonavano e dicevano loro che non c’ero». Altri sono stati spinti – con esito positivo o meno – a denunciare i propri genitori per abusi mai subiti: «Io avevo dei problemi perché da bambina ero stata abusata da uno zio e su questa cosa Rodolfo ci […] ha giocato tanto, per esempio allontanandomi dalla famiglia, dicendomi che mio padre non mi aveva difeso, mia mamma nemmeno […] mettendo su tutto un castello, una costruzione per cui praticamente la mia famiglia era quasi come se mi avesse abusato, era come se mi avessero abusato loro: anzi, perfino insinuando che mio padre potesse avere delle attenzioni sessuali nei miei confronti, cosa mai successa, che la mia mamma mi odiava, perché la mia mamma era arrivato pure a dire che aveva delle tendenze omosessuali: insomma, sinceramente vi dico che in quel periodo c’ho creduto». Oppure: «A Gianni Anzini arrivarono a far dire che aveva visto la sua mamma prendere i soldi dall’uomo che l’aveva violentato […] Rodolfo ci disse così tanto che lui lo doveva dire, perché sennò la sua mamma sarebbe riuscita a riaverlo […] l’importante era che alla fine di ogni chiarimento […] la colpa ricadesse sui genitori per il discorso della patria potestà». In almeno un caso, a quanto ci è stato riferito si sarebbe addirittura pianificato a tavolino di impiantare in due bambine più piccole falsi ricordi attraverso delle recite. Ecco, secondo quanto abbiamo ascoltato durante le audizioni, come ciò avvenne:

«E poi si iniziavano a inculcare nella testa piccole cose: magari il babbo l’ha toccato come è successo alla OMISSIS, con il discorso della OMISSIS delle recite, insomma funzionava così, l’annullamento dei genitori era la prima cosa da fare […].Il discorso della OMISSIS e della OMISSIS… furono portate di forza via da Dicomano dai Carabinieri e dagli assistenti sociali, furono portate al Forteto, però con loro c’era un problema: non c’era nulla di scritto […] l’unica soluzione sarebbe stata quella di far parlare la OMISSIS e la OMISSIS del loro passato e allora c’era pochissimo tempo, anche perché la madre avrebbe messo in mezzo il proprio avvocato e non ci sarebbe stato nulla, non ci sarebbe stato nessun motivo apparente perché fossero tolte queste due bambine. Dopo qualche giorno di studio arrivò il discorso della recita: l’organizzazione era… naturalmente la OMISSIS era troppo piccola per affrontare certe situazioni, le affrontava solo come… come si può dire? Come spettatrice, più che altro per aiutare OMISSIS (la sorellina più grande, ndr) e per far capire a OMISSIS che se lei diceva queste cose salvava la vita anche alla sorella, perché c’era un legame parecchio forte come c’è tra fratelli. Comunque era stato pensato che potevano essere costruite piccole recite, naturalmente sempre per gradi, non potevano subito far mettere al mostro nero la mano tra le gambe alla bambina e allora iniziò… c’era la Betty Sassi, che era la mamma – non so se affidataria, insomma era la mamma – ufficiale della OMISSIS, la teneva in collo, poi c’era la Grazia che considerava la OMISSIS e poi magari in quel momento lì c’era la Marida che faceva, in questo caso, il pedofilo, cioè la persona che violentava la OMISSIS e che all’inizio le dava noia solo a livello vocale, poi pian piano si avvicinava e le faceva la carezzina sulle spalle (qui si parla di giorni, non si parla di minuti: era una cosa proprio graduale, ma nelle due o tre settimane in cui è successa questa cosa), io ero lì come spettatore, perché dovevo imparare anch’io queste tecniche. In poche parole dopo un pochino magari poi scambiavano i ruoli, perché non doveva essere sempre una persona a fare l’uomo nero, come non doveva essere sempre una persona a considerare la bambina, come non doveva essere sempre una persona a fare la madre, quella che proteggeva la bambina e anche questa è una cosa importante, perché la bambina non doveva riconoscere in nessuna delle persone coinvolte una persona cattiva, perché sennò quelli del Forteto sarebbero stati puniti da questa cosa, era una cosa tattica studiata bene a tavolino. […] Insomma, alla fine della storiella si vedeva come esempio la Marida in collo alla OMISSIS, la Betty Sassi lì a dare il bacino alla OMISSIS per rassicurarla e per far sentire la protezione del Forteto a questa bambina e poi magari c’era la Grazia che le metteva le mani tra le gambe e le diceva “l’uomo nero ti faceva questo, vero?” e la OMISSIS […] diceva “sì, mi faceva così”, “e poi come ti faceva?”, “sì, mi toccava i seni”, ora una bambina naturalmente… però tutti gli atti sessuali che vengono fatti normalmente. E poi naturalmente a un certo punto mi dovevano mandare via, perché magari alle volte la OMISSIS scoppiava a piangere… c’erano dei momenti che erano un po’ più delicati e facevano allontanare tutti lasciando lì solo le persone interessate, tipo Francesco Bacci, che era il ” babbo” della OMISSIS. […] ora non so se sia affidatario, diciamo che all’interno del Forteto era il babbo della OMISSIS»

(Cfr. Piero Zavattini, Verbale 6, cit., pagg. 6-7)

Ciò che sostanzialmente sembra perseguirsi al Forteto è la sottrazione di rapporti stabili, in maniera che la sola continuità relazionale si stabilisca con i leader; in senso verticale, cioè, non tra ‘pari’ in senso orizzontale. Laddove si creino, con gli affidi ad esempio, legami affettivi solidi, allora avviene che nel nome di quelli si fugga dalla comunità per mettere in salvo quel brandello di affettività ritrovata. Se per gli adulti lo svuotamento relazionale si concretizza nella divisione tra uomini e donne ancorché sposati e nel contrasto a qualunque interesse esterno al Forteto, per i bambini invece si materializza nell’essere figli di tutti e di nessuno, abusati o ignorati dai loro stessi genitori affidatari, privati di spazi gioco individuali nonché di una sistemazione anche logistico-abitativa che garantisca intimità familiare. Inoltre, ai ragazzi si nega il circuito di relazioni normalmente assicurato dalla scuola o dalle attività ludico-sportive le quali dovevano svolgersi tutte collettivamente all’interno del Forteto. Per chi vive al Forteto, nulla più esiste al di fuori se non un mondo ostile e ignoto.

5.5.4 ABUSI PSICOLOGICI

Al fine della formazione e del consolidamento della ‘personalità collettiva Il Forteto’ sembrano concorrere le pratiche che stiamo per passare in rassegna le quali – dall’azzeramento di ogni tipo di privacy alla disincentivazione sistematica agli studi, dalle pubbliche umiliazioni ai ripetuti ‘chiarimenti’ – innescavano una sudditanza psicologica molto simile al plagio, o per lo meno al condizionamento. Spesso durante le audizioni abbiamo sentito utilizzare l’espressione “lavaggio del cervello”, quel brain-washing che fin dagli anni Sessanta del Novecento viene applicato tra l’altro nei processi di affiliazione delle sette religiose. E proprio con il termine di ‘setta’ molte testimonianze definiscono Il Forteto per via delle sue dinamiche interne. Se non è un abuso psicologico in senso stretto, il fenomeno della sistematica disincentivazione scolastica cui si assiste al Forteto può esservi comunque ascritto in quanto limita il naturale processo evolutivo dei minori ostacolandone – piuttosto che assecondarle come sarebbe tra i compiti genitoriali – le genuine inclinazioni individuali. Il presidente della Fondazione Luigi Goffredi sostiene: «A noi risulta che ci fosse l’incoraggiamento (a proseguire gli studi, ndr. Fatto sta che al Forteto, l’incidenza dell’abbandono scolastico dopo le scuole dell’obbligo è massiva e per nulla spontanea: «Abbiamo un 80% di scuola dell’obbligo, i casi che si differenziano sono il figlio di Rodolfo, Marco Fiesoli e altri pochi casi […] Molti, in quasi tutti i casi non li hanno fatti iniziare, in alcuni casi hanno iniziato la prima o la seconda superiore e poi sono stati tolti»94. L’effetto di una simile pratica è molteplice: acquisire forza lavoro per la cooperativa, livellare verso il basso l’autonomia di pensiero dei ragazzi ed evitare che si consolidassero rapporti con l’esterno. Cresciute all’interno della comunità, queste persone hanno denunciato la loro difficoltà ad emanciparsi e ad organizzarsi una vita autonoma all’esterno del Forteto, e denunciano oggi la loro paura concreta di perdere il posto di lavoro che hanno all’interno della cooperativa, con le gravi conseguenze che ne possono derivare quali, in almeno un caso, anche la perdita dell’affidamento del proprio bambino. Per il resto, la prima novità che il nuovo arrivato si trova a sperimentare è l’abbattimento verticale della propria intimità e della propria individualità. Lo riferisce sinteticamente Diletta Giommi raccontando il suo primo giorno al Forteto: «Angela (la donna che le viene affiancata in funzione di madre affidataria,ndr) sta con me dalla mattina alla sera, ventiquattro ore su ventiquattro senza lasciarmi mai un secondo sola: non posso in nessun modo avere un secondo di libertà». Si procede a spersonalizzare e uniformare il suo aspetto fisico: «Il giorno dopo Angela incomincia… io vedo tutte queste ragazze della mia età e anche più grandi che mi guardavano come se fossi un’extraterrestre, una cosa venuta da fuori dal mondo perché […] mi truccavo, mi vestivo molto carina, avevo i capelli molto lunghi e ero una ragazza che a 16 incominciava le prime sue cose da donna. E subito Angela incomincia a farmi notare queste cose e a dirmi che non è giusto che io sia così, che mi deve tagliare i capelli, che mi devo vestire un po’ meno provocante, che devo essere un po’ più anonima, diciamo così, e proprio alle cinque del pomeriggio del giorno dopo che arrivo mi fa tagliare tutti i capelli, butta via tutti i miei vestiti e mi spiega queste cose.. io ovviamente sono arrabbiatissima, perché questa qui mi trasforma completamente da quella che ero». All’omologazione di ciascuno con ciascun altro e di tutti con l’ideale omo-sessuato predicato dal Fiesoli e perseguito dalla comunità, si aggiunge la privazione – per tutti tranne che per Fiesoli – di qualunque spazio di riservatezza. Abbiamo visto che al Forteto si mangia tutti assieme, con tavoli diversi per uomini e donne; si dorme, uomini con uomini e donne con donne, in camerate numerose. Tutto, a detta del presidente dell’Associazione Silvano Montorsi, per «scelta dei singoli individui che hanno fatto in piena libertà». Le telefonate sono alla mercé di tutti: «Lì c’era solo un telefono […] con il numero di telefono della cooperativa, c’era solo un tavolino, c’era il telefono e sopra c’era un altoparlante: chiunque rispondesse al telefono per affari di lavoro o per affari che riguardavano la cooperativa o per affari e cose personali tutti i presenti nella stanza potevano sentire il colloquio telefonico, capito? Questo era un forte imbarazzo», testimonia AntonioFrangioni. Sostanzialmente, sintetizza Praticò, «se uno tentennava e telefonava alla famiglia c’era il vivavoce nella sala mensa, quindi tutti ascoltavano la telefonata». Tutti ascoltavano, così come tutti assistevano alle punizioni inflitte sempre in quell’agorà fortetiana rappresentata dalla sala mensa: «Lei – riferisce ancora Antonio Frangioni parlando di una donna del Forteto – è stata fatta camminare sul tavolo avanti e indietro a dire “sono una stronza, sono una stronza”». Oppure: «C’erano proprio delle punizioni plateali – spiega Lilia Vezzosi – una volta avevo il sacco nero in testa perché mi sentivo inferiore alla OMISSIS che era in classe con me e allora mi sentivo una monnezza, capito? Comunque alla madia, che sarebbe un mobile davanti dove si mangia, mentre tutti mangiavano io ero con questo sacco nero in testa e a me poi dopo piaceva il sacco nero, perché dopo a levalo vedevano che ero io e mi vergognavo il doppio, sicché ci stavo con il sacco […] erano tutte cose alle quali alla fine ti dovevi adeguare».

***

Sempre in sala mensa, la sera dopo cena, si svolgono i cosiddetti ‘chiarimenti’. E’ obbligo per tutti, tranne che per i bambini piccoli, partecipare alle riunioni cosiddette di ‘fissatura’ in cui appunto si ‘fissano’ i compiti lavorativi di ciascuno per il giorno successivo. Ma, sera dopo sera, qualcuno finisce bersaglio dei ‘chiarimenti’, una sorta di pubbliche confessioni non necessariamente di fatti davvero avvenuti, durante le quali i singoli di volta in volta vengono tenuti su una sedia finché non ammettono ciò che Fiesoli e altri ‘anziani’ della comunità vogliono sentire. I testimoni riferiscono di essersi trovati a cedere al sonno, alle pressioni emotive, alla stanchezza e al peso degli sguardi di tutti gli adepti raccontando fantasie sessuali mai avute, abusi mai subiti, torti mai ricevuti dalle famiglie d’origine. Tutti non-ricordi che, ammessi come veri in quel contesto pubblico, finiscono per entrare comunque a far parte del bagaglio emotivo di chi, per poi raccontarli, è costretto a doverli intimamente elaborare. Divengono una sorta di bagaglio esperienziale indotto, una modalità particolarmente sottile di condizionamento.

Quanto può durare un ‘chiarimento’? Dipende dalla resistenza del singolo: «Il funzionamento era questo: […] ti svegliavi e iniziavi a chiarire con le persone che naturalmente si davano il cambio, perché loro si riposavano, te no e dopo fissare, si continuava a fissare perché c’erano le umiliazioni pubbliche, perché non bastava fare il chiarimento davanti a due o tre persone che magari erano più vicine a te e dalle quali potevi sentirti più considerato o almeno valorizzato: no, c’erano le umiliazioni pubbliche […]. Mi ricordo Federico Bianchini quando doveva partire per fare il militare e io ero uno degli aguzzini […] si stette almeno una settimana, fino alle quattro/quattro e mezzo di notte a fargli dire perché voleva partire per il militare, quando in realtà era […] omosessuale, magari si sentiva omosessuale e non aveva accettato l’abbandono del babbo perché c’aveva la mamma che era brutta e scema, chiarimenti così, erano una cosa abbastanza normale». Sulla materia dei ‘chiarimenti’, in audizione il presidente della Fondazione Luigi Goffredi a domanda precisa risponde così: «E’ un procedimento che qualsiasi genitore per conoscere e incontrare il proprio figlio, perché ovviamente, soprattutto quando i bambini e i ragazzi hanno un problema a scuola, il luogo dove si confrontano e dove emergono i problemi, le difficoltà positive e negative, tutte quelle cose, poi dopo a qualcuno devono comunicarle, devono chiedere un aiuto, se è emerso il problema, o comunque un aiuto a definire quello che gli succede. Ecco il chiarimento: chiunque, qualunque genitore chiede, se quello gli risponde male un’altra volta glielo richiede o aspetta un po’, aspetta il giorno dopo e così via». La Commissione domanda quindi di specificare durata e contesto dei chiarimenti che avvengono all’interno del Forteto: «Ripeterei quello che ha detto prima il presidente della Cooperativa, nel senso che qui sento proprio… siccome questo è uno dei punti di accusa, non è che.. senza raccontarsele tanto, preferirei passare avanti, perché… […] in questo contesto mi sembra opportuno, ma è anche una richiesta esplicita degli Avvocati che seguono la causa, non entrare nel merito delle cose sottoposte a indagine. Preferisco non rispondere ulteriormente»

***

Finora abbiamo esplorato condotte variamente condizionanti attraverso testimonianze puntuali. Esse trovano continuità nella vicenda di Mario Melani che – arrivato al Forteto all’età di 14 anni per raggiungere sua sorella Iris che vi è in affido dal 1982 – diviene il risultato di questa serie di trattamenti. Ecco la sua storia:

Mario Melani: «Devo dire il nome? Sono Mario Melani. Dicevo che il gioco più che altro è sapere i problemi, le problematiche del minore o di chiunque, di modo che poi dopo ci si possa colpevolizzare sopra, quindi uno in qualche modo.. te sei scoperto nelle tue debolezze e loro tendono a metterti il coltello sui fianchi rispetto a questa cosa qui, capito? E’ un creare delle situazioni a incastro […] io sono arrivato a 14 anni al Forteto e […] c’era già mia sorella al Forteto dall’’82, mia sorella è stata levata di casa a 8 anni tramite il Tribunale (per i Minorenni, ndr). […] Praticamente c’è stata mia sorella, che era venuta al Forteto, inizialmente c’erano gli incontri da fare con mia sorella, che tra l’altro sono stati solo due incontri fino a 14, perché poi non c’era verso né di vederla, né di salutarla: insomma, nell’unico incontro che c’è stato quando sono andato al Forteto Il Forteto si è presentato bello, diciamo, per una problematica di famiglia come la mia io ritenevo mia sorella fortunata, tra virgolette, se fosse andata via di casa e fosse venuta al Forteto, perché quando uno arriva tutto il fatto della villa, del giardino, del lago per fare il bagno, delle persone che sono tante e sorridenti, accoglienti etc. etc., il negozio dove potevi prendere il gelato gratis… tante cose che un bambino lo affascinano, c’erano i giochi e tutte queste qui e ci rimanevi affascinato. Comunque poi i rapporti con mia sorella si sono interrotti, perché non c’era mai verso.. […] E poi sono rimasto in casa fino a 13 anni e il rapporto con il mio babbo era devastato, perché il mio babbo era alcolizzato […] e poi con mia mamma c’era stato un episodio in cui avevo chiamato i Carabinieri, quando lui una sera in cui era molto ubriaco le mise il coltello.. perché ci minacciò anche di morte. […] al che, finita la seconda media – ero ripetente, perché ero bocciato un anno – fui trasferito […] al Villaggio del Fanciullo, alla Casa del Fanciullo a Lucca […] in qualche modo mia sorella era venuta a sapere che ero andato via di casa […] e da lì ci fu l’invito a riavvicinarsi, a […] andare al Forteto a trovarla e così via […] Inizialmente l’ho frequentato il fine settimana […] mi venne il Fiesoli Rodolfo, che era l’affidatario di mia sorella, e si iniziò a chiacchierare “come mai sei andato via di casa?” e così via e Fiesoli si propone sempre con uno charme… è il padre, è quello che sa i problemi, infatti lui mi diceva “conosco i tuoi problemi, lo so, tua sorella mi ha raccontato”, si presenta come una persona che già in qualche modo ha individuato quelli che possono essere i tuoi problemi e ti può aiutare in qualche modo a risolverli, perché è quello che ti individua.. no? Ti racconta le cose come se avesse la lucidità della vita per risolverti i problemi, diciamo così. Niente, iniziò così, il mio percorso al Forteto è iniziato così: io andavo i fine settimana e c’era mia sorella. E poi Rodolfo – sempre lui – faceva quello che mi diceva “vai, vieni il sabato e la domenica qui, vieni a trovare tua sorella. Ti piace? Non ti piace? Ci staresti?” […] Io poi, finiti gli studi, decisi di andare lì anche perché c’ero bell’e stato il Natale prima di finire la terza media, però via via che ci andavi, per esempio, mi ricordo – la prima cosa – che ero un tipo che aveva l’orecchino, avevo 14, avevo l’orecchino, avevo il chiodo e fumavo e quando misi piede lì dentro nemmeno conoscevo quello che avevo accanto, tra l’altro, e questo si rigirò e mi disse “oh, qui l’orecchino non si porta, eh! Te lo levi!”, ma nemmeno “ciao, come stai? Chi sei?”, niente, così! Siccome io lì per lì dico ” va bene”, ero lì ospite, sicché uno prende e si leva l’orecchino. Dopo poco c’era una figliola a mangiare davanti a me di cui lui era praticamente l’affidatario, insomma quella lì era la sua figliola, in qualche modo iniziano a litigare di brutto e questo l’ha presa a manate, ma proprio a manate piene, a schiaffi, sicché lì per lì ci rimani… ti impaurisci, no? Nel senso che dicevo “qui bisogna stare buoni, bisogna stare tranquilli, bisogna stare fermi”, così, e poi dopo frequentandolo Rodolfo inizia a farti i discorsi, “vedi? La tua sorella ha affrontato il discorso della tua famiglia, della tua mamma, perché la tua mamma non ti voleva bene, non vi voleva bene sennò decideva di stare con voi, invece ha scelto di stare con il tuo babbo, anche il tuo babbo era un violento” etc. etc., tra l’altro poi io non sapevo la motivazione per cui mia sorella era stata levata di casa e il Fiesoli disse che era stata levata perché a un certo punto lei veniva.. insomma, il mio babbo la palpava. Io di questa cosa in casa non mi ero mai accorto, insomma. L’aveva abusata, diceva che l’aveva abusata. […] e poi, prima di andare definitivamente, ci fu già un episodio del Fiesoli che si avvicinò, perché lui pian piano quando prendi confidenza.. a me, andando il sabato e la domenica, chiedeva di andare a sedere accanto a lui, perché quando uno era nuovo – per esempio io ero nuovo, avevo 14 anni – alle riunioni serali, che erano la fissatura, non era permesso di andare, inizialmente io non ci andavo, non sapevo di che cosa parlassero la sera […] il Fiesoli, per dire, mi diceva “vieni a sedere accanto a me alla televisione e stai qui” e ci fu il primo avvicinamento, insomma gli acchiti del Fiesoli tipo il solletichino, la linguaccia, mi metteva le mani sulla coscia, tutte queste manovre qui. Ora uno dice “ma perché hai continuato a andarci?”, eh, effettivamente ho iniziato a continuare a andare perché appunto dalla famiglia mi ero allontanato, lì c’era la possibilità, a un certo punto, di stare con mia sorella e poi non pensavo che fosse una cosa di routine, di abitudine del Fiesoli, finché c’è stato il primo avvicinamento quando praticamente mi propose di andare a dormire per Natale, di passare tutte le vacanze di Natale lì e una sera, siccome non avevo camere né niente, mi misero a dormire nella camera detta dei malati, dove era isolato. Di solito andavo a letto da solo e una sera mi disse invece “ti accompagno io”, lì mentre mi ero spogliato e messo a letto iniziò a palparmi, insomma iniziò a toccarmi fino quasi a mettermi il dito nell’ano, però non ebbi il coraggio di dirlo a nessuno, prima di tutto perché […] non conoscevo ancora nessuno […] e poi lui si presentava subito come il capo, questa è la cosa fondamentale: lo vedevi subito, io avevo 14 anni ma lo vedevo, lui si presentava come […] quello che in qualche modo era il capoccia che comandava e poi a tavola tutti lo salutavano, tutti. Stando a fianco a lui, giacché io ancora non l’avevo frequentato, vedevo che eri in qualche modo considerato. Sicché non dissi nulla, non dissi niente».

Commissione:

«Te alla fine ti ritrovi formalmente affidato al Forteto senza che tu abbia espresso questo desiderio in maniera formale con un’assistente sociale?»

Mario Melani

: «Sì, loro mi chiesero ” vuoi venire qui?”, io dissi loro di sì..

Commissione:

«’Loro’ chi? Il Fiesoli?»

Mario Melani:

«Sì, il Fiesoli. Mi chiese se volevo andare lì e poi dopo dissi di sì e disse “guarda, ci si pensa noi”: praticamente dalla Casa del Fanciullo mi sono spostato al Forteto, però l’assistente sociale non l’avevo vista in quel momento lì, capito? […] E poi praticamente a 15 anni, fatta la carta d’identità per entrare nel mondo del lavoro etc. etc., perché con loro iniziai subito a lavorare, a scuola non è che fossi tanto bravo e comunque stavano già smettendo di andare a scuola tutti i ragazzi che erano all’interno […] Insomma, andai in Comune a fare la carta d’identità e nello stato di famiglia io ero nello stato di famiglia del Fiesoli insieme a mia sorella, però realmente il Fiesoli quando andai al Forteto definitivamente – ma già prima avviò a farmi l’avvicinamento – mi fece conoscere altre due persone: quelle che sarebbero state poi i miei genitori finché non sono venuto via. Non ho avuto come riferimento proprio paterno il Fiesoli Rodolfo, che era…

Commissione: «

Quelli che sarebbero stati i tuoi genitori in termini – come dire? – di legge o nel quotidiano all’interno della comunità?»

Mario Melani

: «No, nel quotidiano della comunità […] erano altre due persone. Me le fece conoscere e mi disse “guarda, stai con loro”, poi avviai a studiare un po’ con quella era la mia mamma, un po’ avviai a studiare con quello che era il mio babbo, a lavorare stavo sempre con loro e quindi è iniziata questa cosa e il Fiesoli però continuava… in qualche modo appunto veniva a vedere i lavori che ero a fare, mi elogiava, mi diceva “il Melani è bravo, il Melani è intelligente”, faceva tutti i discorsi sempre sui problemi, no? Diceva “lo so che te e tua sorella… insomma, tutte le dinamiche di casa etc. etc., però vedi, bisogna affrontarli, questi discorsi” e poi c’è stato il discorso che iniziarono a dirmi di questi chiarimenti, tipo di linguaggio, tipo “tu sei di fori” e a me suonava… non lo sapevo che cosa voleva dire “tu sei di fori”, oppure “tu ti fai le fantasie, tu fai gli acchiti”: che cosa sono gli acchiti? Non sapevo neanche cosa fossero. E appunto […] tra tutti i discorsi e questo gergo che loro usavano non capivo dove volevano arrivare: per dire, ti facevano a stare a lavorare e ti iniziavano a dire “eh, tu hai paura, ti senti bischero, non hai… non riesci nel lavoro e allora ti fai le fantasie, hai bisogno di evadere con il cervello perché ti senti bischero” e queste cose erano nuove, non capivo cosa volessero dire, comunque lo scopo era arrivare a farti dire che ti eri sentito bischero e che ti facevi le fantasie, però le fantasie erano un discorso omosessuale, andavi a ricascare lì, il problema era quello, cioè te praticamente facevi gli acchiti, gli acchiti li facevi alle ragazze che c’avevi accanto e dovevi per forza dire che – non so – avevi fatto.. non lo so, boh, qualsiasi bischerata, sculettare o cose che non erano neanche vere, tra l’altro. E lì toccava dire che era così, anche perché in tanti momenti non capivo dove volevano arrivare e poi si stava per ore e ore a parlare, anche questo inizialmente.. prima però iniziavano con una cosa così, simpatica, perché iniziavano così, a me quando iniziarono a parlarmi iniziarono così “eh, via, ti sei sentito bischero, e che sarà? Giù!”, ridendo e scherzando dicevano “eh, ti è successa qualche fantasia! Hai fatto qualche fantasia!”, poi mano a mano che si andava avanti le cose erano molto più rigide, cioè venivi fermato e picchiato, anche, perché se non rispondevi a quello che volevano loro c’erano le punizioni in questo modo qui e poi da 15 anni in poi ho iniziato a frequentare le riunioni la sera. Insomma, effettivamente credo fossi il primo ragazzo di 15 anni che quella sera frequentava le riunioni, perché il Fiesoli in qualche modo mi voleva tenere sotto la sua ala, perché il Fiesoli aveva delle attenzioni particolari nei miei confronti, infatti poi c’era via via il discorso.. si era avvicinato dicendomi di affrontare questo discorso della materialità con lui, insomma si doveva affrontare il discorso della materialità […] Niente, praticamente c’era il discorso di.. va beh, a parte le attenzioni del Fiesoli, che erano sempre più forti, anche perché lui riusciva a farti sentire […] l’unico al mondo, ti faceva sentire che eri importante per lui, ti faceva sentire la persona più benvoluta, creava questa relazione nei tuoi confronti come se lui ti volesse bene, come se… mi diceva “io sono il tuo babbo, sono una persona con la quale ti puoi confidare, sono un babbo spirituale” e contemporaneamente offriva questo discorso della materialità in questo modo. Come me l’ha fatto a 14 anni e mezzo, avevo 14 anni e mezzo, il primo rapporto l’ho avuto con lui a 14 anni e mezzo, cioè voglio dire a 15 anni. Comunque il discorso era che le persone che stavano all’interno della cooperativa, per dire – queste due persone che mi aveva proposto – proponevano anche loro gli stessi discorsi, non c’era alternativa ai discorsi. Per esempio, questa Tardani Francesca, che era quella che mi doveva da mamma, tutte le volte che si faceva un chiarimento in qualche modo andava a cascare sul discorso che, in un modo o in un altro, mi facevo le fantasie, ero un acchitone e puntavo gli uomini per forza, ho dovuto anche dire […] che ho avuto rapporti con la mia mamma e con il mio fratello: insomma, lo dovevo dire per forza in tutti i modi in questo modo qui, perché tanto non c’era verso di levarci le gambe. […] una volta, per dire, s’era a fare scuola il pomeriggio giù nella scuolina tutti insieme e, siccome io avevo le galline e andavo a vendere le uova, sapevo che cosa era la dozzina, ma uno sa cosa è una dozzina e dovrebbe essere.. e gli altri ragazzi si misero a ridere, per dire, quindi mi ero arrabbiato per questa cosa qui, perché mi sentii preso in giro. Tornai su, ero arrabbiato e mi chiesero “che c’è? Che non c’è?”, insomma non lo volevo dire, perché mi vergognavo a dire che dall’essere bravo mi ero sentito quasi scemo, a saperlo. Mi vergognavo e non lo volevo dire e lui fui picchiato con il manico di una granata dato dappertutto, in testa e sulle braccia perché non stavo dicendo quello che dovevo dire e non parlavo. Mi riempirono veramente, c’avevo bozzoli così e questo fu Luigi Serpi a farlo, che era quello affidatario. Comunque anche la Francesca Tardani… la maggior parte delle volte erano o mestolo o zoccolo oppure sempre botte e erano episodi… questi due genitori non sono neanche fidanzati, non si conoscono neanche e questo ci tengo a precisarlo: non sono una coppia né di fatto né di nulla, sono lì e basta. […] perché quando uno arrivava al

Forteto – e questo prima l’ho saltato – c’erano i maschi da una parte e le femmine da un’altra: ora io, avendo 14 anni, vidi – tra l’altro è mia moglie ora – questa ragazza bionda, il primo giorno che arrivai erano a sedere e io dissi “Madonna che bella fica la bionda!” e Rodolfo subito a alta voce fece “eh, ora ha da fare il maschione!”, ma subito subito disse “questo c’ha da fare il maschione, fa il maschio, fa quello che ***” e così, quasi come fosse una cosa che non era normale. Questo subito all’inizio e in più si presentava la scena che vedeva i maschi da una parte e le femmine da quell’altra e via via che uno stava lì non poteva rivolgere la parola alle femmine, cioè i maschi non potevano rivolgere la parola alle ragazze, perché diventava un discorso di acchitarsi a vicenda, di farsi le fantasie o di evadere dalla realtà e questa cosa era proibita, non ci si poteva nemmeno guardare. Questo quando sono arrivato a 15 anni, all’inizio, nel ‘91 […] le camere sì, nelle camere si dormiva solo maschi con maschi e le femmine con le femmine, anche questo era tutto… ogni cosa diciamo che era incanalata a vivere l’omosessualità in un modo in un altro, sicché te dovevi essere obbligato a dire che eri, perché poi per esempio io prima di venire via, raccontando la verità alla Tardani Francesca, lei mi ha detto che sono arrivato malato al Forteto: malato, perché io ero già omosessuale a 14 anni […] per anni sono stato – posso dirlo? – il concubino di Rodolfo, finché non mi sono accorto che andava anche con quegli altri ragazzi, perché io c’ho creduto veramente a Rodolfo, io mi ero veramente affezionato, perché mi faceva sentire importante Rodolfo […] oltre a vivere il rapporto sessuale, io credevo davvero che fosse una cosa che mi serviva e che mi faceva sentire importante, perché effettivamente il problema con il mio babbo… è sempre stato di merda, scusate… e quindi nulla. Però venne fuori che la maggior parte… siccome ci fu un’esplosione proprio da parte di questi due ragazzi che lo dissero chiaro e tondo, tutti i grandi – tutti: non salvo nessuno, perché lì sono tutti – dissero che era la terapia e che anche loro l’avevano affrontata, questa terapia. Qualcuno disse “eh, ma che sarà? S’è fatto anche noi!” e Gianni Romoli era uno che urlava che era una terapia, questo lo fecero per tappare tutto… Gianni Romoli era uno che urlava “è una terapia, è una terapia!”, come una cosa vissuta così, capito?»

Commissione

: «Veniva detto la sera a cena davanti a tutti, o comunque con un gruppo di persone ristretto?»

Melani: «

No, questa cosa della terapia fu detta nel momento in cui ci fu questo caos, questo boom di questi ragazzi che dissero quello che era successo nei confronti di Rodolfo, mentre la sera… […] la sera a fissare.. queste fissature quando uno arriva, è nuovo e guarda l’ambiente – io parlo con gli occhi di un quindicenne, no? Per dire, io non c’ero mai stato, però – arrivi lì e c’era Rodolfo a capotavola che era quello che dava inizio alla spiegazione, cioè al discorso, perché tutti poi dopo – questo l’ho scoperto in conseguenza – andavano a dire le cose a Rodolfo, le cose di quello che si raccontava, perché io ho scoperto poi, raccontando le mie cose alla Francesca Tardani, tra l’altro anche le cose più… insomma, dalle cose più pesanti alle cose… per dire, se uno diceva una fantasia oppure un suo problema di casa, se raccontava un fatto di casa lei subito andava e lo raccontava a Rodolfo, quindi c’era questa cosa: te riportavi una cosa in confidenza alla persona che per te era quella che ti doveva proteggere, però non era più così, perché lì tutti in un modo o nell’altro… prima era Rodolfo, poi dopo veniva raccontato a tutti quelli che erano i grandi e quindi tutto quello di cui, per dire, si ragionava noi bambini, noi ragazzi, tra grandi se lo dicevano subito, quella andava da un’altra e le diceva “oh, mi ha raccontato questo, quest’altro e quest’altro”, sicché una cosa intima vera che poteva essere tua diventava voce in capitolo di tutti, tutti sapevano quello che tu avevi raccontato e tra l’altro la sera, durante le fissature, veniva fuori ai miei occhi di quindicenne che a una persona adulta veniva detto “tu sei di fori, tu sei incazzato e ora spieghi come mai, tu ci dici che cosa hai”, ma anche per cose che a me parevano delle banalità, insomma per bischerate: per dire, se a uno era cascato di mano un oggetto mentre era a lavorare e tutte le discussioni erano appunto riferite al passato, al discorso dell’immagine vecchia di casa, uno doveva raccontare che si era sentito imbranato, che si era sentito… tutte cose – come dire? – attraverso le quali uno si penalizzava per sé stesso, dietro a questa cosa qui, no? E poi dopo c’era il discorso della materialità, si ricascava lì: ancora questo discorso della materialità, secondo cui uno doveva.. non lo so, c’erano dei grandi che, per dire, raccontavano che si erano vestiti da donna e che si truccavano, oppure che avevano avuto fantasie su altri uomini etc. etc. in questo modo qui, sempre… […] come impatto vedi e dici “qui si ragiona di questo”, è come un percorso dove devi acculturarti e devi parlare in quel modo lì, tutto andava… il filone era quello. Alla fine, quando uno è grande, sapeva già dove doveva andare a parare e infatti alla fine, come Piero, sapevo già dove dovevo arrivare: anche se non era la verità, bastava che dicessi una bischerata. Sono arrivato a dire – ora però è una bischerata: sono dovuto arrivare a dire – che mi sono messo su per l’ano un Kinder Brioss.. no, per dire.. […] potevi raccontare tutte le bischerate possibili, bastava stare lì sul discorso della fantasia, sul discorso dell’omosessualità e non c’erano problemi.. […] Se eri sotto l’ala del Fiesoli come ero io.. io per esempio io invulnerabile, finché sono stato il concubino ed ero convinto di esserlo ero invulnerabile, nel senso che lui elogiava, perché lui mi elogiava anche davanti agli altri […] per dire, io ero arrivato al punto, avendo questo rapporto con il Fiesoli, che se non parlavo alla Francesca Tardani perché non ci volevo parlare lei mi diceva “vuoi andare dal Fiesoli?”, io gli dicevo “sì, vado a parlare con il Fiesoli”, perché.. ma poi non dicevo nemmeno nulla, sapevo che cosa andavo a fare, perché tanto poi alla fine anche ragionare con lui.. lui diceva “si ragiona”, ma poi era solo l’atto, perché era solo l’atto e tra l’altro c’era questa manovra del Fiesoli, come dice lui, che mi veniva a trovare a lavorare, mi prendeva e mi portava via. Insomma, io con il Fiesoli.. va beh, c’era questa parte di attenzione e per esempio quando avevo 15 anni ero a tingere le camere, il primo lavoro che ho fatto è stato imbiancare le camere della villa e lui veniva addirittura in camera lì e si andava nel bagno della camera, ma c’era questa Francesca Tardani che era lì a tingere insieme a me in camera, però io ci stavo mezz’ora in bagno e quando uscivo questa non diceva niente, cioè “ciao”, lo salutava come nulla fosse.. io mi vergognavo, nel senso che poi a ritornare a parlare con questa qui mi vergognavo, però vedevo che era una cosa.. Come dire? Il “ciao” era una cosa per dire che era accordato, non mi veniva nemmeno di andarle a dire la verità, perché pensavo “se vado a dire a questa che ho fatto mi dice che sono un bugiardo”, perché non faceva domande, non mi chiedeva nulla e poi c’era il discorso del fatto che tutte le volte le persone andavano a riportare le cose a Rodolfo, quindi in un modo o in un altro.. questa cosa qui. E poi un’altra cosa brutta è il fatto che io e mia sorella – io ero andato lì apposta per mia sorella – non ci si potesse vedere e nemmeno parlare: ero andato lì con l’invito a stare con mia sorella e invece è stato fatto di tutto per rompere il discorso con mia sorella, è stata creata competizione, rottura, di lei mi parlava male tanto Rodolfo, la Francesca Tardani me ne parlava male, le poche volte che si è parlato insieme la Francesca Tardani andava a dirle “non ti devi avvicinare a tuo fratello, perché tu gli vuoi fare da mamma”, insomma, c’è stata proprio una rottura e infatti c’ho fatto anche a botte con mia sorella: da ultimo, prima di mandarla via […] è stata buttata fuori […] la Iris è stata buttata fuori proprio in malo modo, è stata buttata proprio fuori per strada. Ora è a casa dalla mia mamma, è a casa: c’ha un bambino […] E niente, per quanto riguarda le amicizie – ritornando al discorso delle amicizie – c’è stato tutto il discorso della competizione e, oltre alla competizione, si doveva chiarire e si cascava sempre nel discorso che io dovevo dire a lui che mi ero fatto le fantasie su di lui e lui doveva dire che lui si era fatto le fantasie su di me, in qualche modo c’era sempre un discorso quasi.. Però questa cosa qui creava un imbarazzo grande tra di noi ragazzi, nel senso che se si stava insieme poi con uno non ci stai insieme, perché se lo stare insieme deve essere solamente un discorso sessuale.. a quei punti ci si odiava, io perlomeno. […] Sì, il problema… torno a dire, data la mia esperienza, che non ho avuto rapporti solo con il Fiesoli, ho avuto rapporti anche con Serpi Luigi, che ci ha provato ma non ho fatto niente, non è successo niente perché io avevo paura, quindi mi sono bloccato e questo ancora prima di Rodolfo, prima che avessi il rapporto con Rodolfo, il che… a 14 anni e mezzo… Serpi Luigi, quello che mi avrebbe fatto da babbo.. […] Poi ho avuto anche un rapporto con Goffredi Luigi, questo da grande, però: qui si è proposto lui.. […] gli atteggiamenti da parte dei grandi erano sempre quelli di.. finché ti facevi abbracciare e baciare eri bravo, eri considerato quello.. Lì il discorso era che se ti isolavi, se tendevi a rompere questa cosa venivi preso e considerato uno stronzo, finché c’avevi questa considerazione – io la chiamo considerazione – con gli altri uomini di essere abbracciato, baciato etc. etc. eri ben accettato […] Lì tutti o la maggior parte […] hanno avuto la stessa terapia, sono quelli che in qualche modo sono quelli più cosati da Rodolfo, quelli che stanno sotto l’ala di Rodolfo, quelli che bene o male lo spalleggiano, che sanno bene quale è la verità perché l’hanno avuto anche loro, questo trattamento e l’hanno coperto […] mi hanno sempre raccontato che il Fiesoli non è stato condannato e questo lo dico proprio per certo. Finché non ho letto un articolo di giornale dove ho letto che il Fiesoli era stato condannato nell’’85 non lo sapevo, perché loro hanno sempre smentito.. tutti, tutti dentro hanno sempre smentito questa cosa qui, tutti, dal primo all’ultimo! .. e comunque qualsiasi cosa venisse fuori.. se, per dire, un ragazzo diceva che l’aveva tentato lì veniva ricoperto.. veniva detto che questa persona era una stronza, era una bucaiola, che non era vero, che a un certo punto aveva dato di fuori, insomma che era un pezzo di merda, come diceva il Fiesoli Rodolfo e quindi tutti si mettevano contro quella persona, perché poi veniva fatta anche questa cosa qui. Per cui noi ragazzi la verità.. tante volte non si sapeva la verità, perché uno andava via operché non andava via, capito? […] La mia assistente sociale l’ho rivista poi a 18 anni, è stata l’unica volta che l’ho rivista… […] quando è venuta a salutarmi per dirmi “ciao, sei maggiorenne” e è finita lì».

Commissione

: «Cioè non è mai venuta a controllare?»

Melani

: «No»

Commissione

: «Scusa, lo ridico perché resti a verbale. Non è mai venuta a controllare come stavi negli anni in cui sei stato lì, da quando sei entrato?».

Melani

: «No, in quei quattro anni che sono stato lì».

(Cfr. Verbale 6, cit. pagg. 19-31)

 

 

 

 

LA RELAZIONE INTEGRALE DEL CONSIGLIO DELLA REGIONE TOSCANA  E’ VISIONABILE QUI

http://www.consiglio.regione.toscana.it/upload/crt/fascicolo/Relazione_Fine.pdf

Ricordiamo anche la recente interrogazione parlamentare presentata dalle sen. Allegrini e Gallone, sulla realtà dei minori inseriti in contesti settari e abusanti

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=16&id=695872

 

Un pensiero su “Caso Forteto. Relazione finale della Commissione d’inchiesta: gli orrori della comunità”

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