Forteto, la relazione finale in sintesi

Nel rendere conto delle testimonianze, per chi si è presentato in commissione in qualità di vittima, sono stati adoperati nomi di fantasia.

La genesi. L’iniziativa di istituire una Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori nasce su impulso di consiglieri appartenenti a tutti i gruppi politici, sulla base delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Il Forteto a cominciare dall’arresto, il 20 dicembre 2011, di Rodolfo Fiesoli, 71 anni, fondatore della cooperativa agricola Il Forteto di Vicchio del Mugello e capo carismatico di quella realtà. I reati ipotizzati sono maltrattamenti e violenza sessuale anche ai danni di un minore. Il 23 dicembre Fiesoli viene rimesso ai domiciliari. Il 28 dicembre è la procura ad avanzare i primi dubbi sulle procedure di affidamento. Circa sessanta gli affidi di minori a persone all’interno del Forteto dopo il 1985, quando Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, anch’egli fondatore del Forteto, sono stati oggetto di una sentenza di condanna per vari capi d’imputazione tra cui «corruzione di minorenne», «sottrazione consensuale di minorenne», «usurpazione di titolo», quest’ultimo poi amnistiato.

L’obiettivo politico che la commissione si è posta in maniera condivisa è stato quello di fornire, attraverso il lavoro di inchiesta, una serie di indicazioni utili a rendere sempre più efficienti le attività di affidamento di minori in Toscana, partendo dalle criticità che sono emerse e stanno tuttora emergendo dalla vicenda del Forteto, senza sovrapporsi, nel caso specifico, all’attività giudiziaria in corso. Altro obiettivo prioritario era quello di stabilire se vi fossero smagliature normative da poter sanare.

L’istituto dell’affido. L’affidamento familiare è un intervento temporaneo di aiuto e di sostegno a minori provenienti da famiglie non in grado di occuparsi delle loro necessità. I dati forniti dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Consiglio regionale dicono che in Toscana ci sono 111 strutture di accoglienza per minori riconosciute dalla Regione Toscana e quasi tutte queste hanno fatto o stanno facendo le procedure per l’accreditamento. Chi non ha ancora l’accreditamento ha comunque l’autorizzazione al funzionamento da parte dei Comuni. Più di 600 i minori ospiti di queste comunità educative, comunità di tipo familiare o case famiglia, ossia tutte le tipologie che la nostra legge comprende. Di questi, circa 90 sono minori stranieri non accompagnati e sono quasi tutti concentrati nell’area fiorentina.

In generale, gli affidi sono per il 77% disposti dall’autorità giudiziaria, con un aumento considerevole negli ultimi anni. In Toscana, per ogni bambino o ragazzo ospite di una comunità ce n’è 1,7 – ovvero quasi il doppio – in affido familiare, o intrafamiliare o eterofamiliare. La scelta della famiglia cui affidare il minore prevede di norma specifici percorsi di conoscenza e valutazione da parte dei servizi sociali. Associazioni hanno riferito che la diffusione e la strutturazione dei centri affidi non è affatto omogenea sul territorio regionale.

Quando i servizi collocano un minore in una famiglia o in una struttura, sono tenuti a curare la vigilanza su quell’affidamento. Un altro dei compiti principali che la legge, anche quella nazionale, assegna ai servizi è quello di curare il rapporto tra il minore e la famiglia d’origine. Infatti l’affido, per sua natura e per disposizione legislativa, ha carattere temporaneo. La legge stabilirebbe un termine di due anni (prorogabili per altri due) che raramente risulta rispettato.

 

 

La vicenda del Forteto. In tutto sette sedute sono state dedicate all’ascolto di persone che si sono presentate come vittime rispetto a quanto accaduto in quella comunità, a cominciare dall’Associazione Vittime del Forteto, che ne aveva fatto richiesta. Sono stati ascoltati 20 testimoni, ricavando dati per lo più univoci e concordanti.

Alla comunità di accoglienza in senso stretto sono stati affidati, sin dai tempi della sua costituzione, numerosi minori con un passato di disagio sociale, di maltrattamento, abuso sessuale o handicap psicofisici. La posizione giuridicamente anomala della struttura è ribadita dagli stessi servizi sociali chiamati a svolgere, sotto diversi profili, i ruoli istituzionali sul territorio. Ascoltati in commissione i presidenti dei tre soggetti giuridici che formano Il Forteto – Cooperativa, Fondazione, Associazione – hanno tenuto a specificare che tra gli scopi non c’è l’accoglienza dei minori, non si intrattengono rapporti con gli enti preposti a questo fine e non vengono percepiti finanziamenti a questo titolo. Formalmente, in effetti, gli affidi venivano effettuati a persone appartenenti alla comunità Il Forteto, ma non direttamente alla comunità come soggetto complessivo.

Le testimonianze delle vittime: accade durante una giornata al Forteto (pagg. 18-20).

Il Forteto: affido a chi, come e perché (pagg. 20-26). Al Forteto uomini e donne vivono divisi: dormono, mangiano, lavorano separati anche se sposati. Questa è la regola fondamentale della vita in comunità. I rapporti eterosessuali sono chiaramente osteggiati. Ciò implica, fra le altre cose, un effetto inevitabile: al Forteto nascono pochissimi bambini. Nuove energie arrivano attraverso i minori in affido, che vengono (ri)generati emotivamente, spiritualmente, psicologicamente nel contesto che si è poc’anzi ricostruito attraverso le voci dei testimoni ascoltati in Commissione, un contesto scandito da lavoro, scuola, abusi, paura. Giorno dopo giorno, i ragazzi vengono sostanzialmente plagiati. Sono i soldati del Profeta, come Rodolfo Fiesoli è uso farsi chiamare.

I ragazzi accolti al Forteto sono nominalmente affidati dal Tribunale dei Minori a una coppia che è tale solo sulla carta, poiché spesso i genitori affidatari non hanno alcun rapporto fra di loro. Concetto cardine della comunità è quello, del tutto originale, di ‘famiglia funzionale’. Da quanto emerge dalle altre numerose testimonianze, tuttavia, si può affermare che il concetto di ‘famiglia funzionale’ si basa sul presupposto per cui la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. «Ancora oggi – racconta Diletta Giommi nell’audizione del 19 giugno 2012 – non so chi sono realmente sulla carta le persone che mi facevano da genitori affidatari».

Il Forteto: gli abusi (pagg. 26-44). Le numerose testimonianze acquisite restituiscono in maniera univoca e concordante un quadro nel quale all’interno del Forteto le pratiche abusanti rappresentanola consuetudine. Lì l’abuso risulta esserela prassi. In una comunità che osteggia di fatto i rapporti eterosessuali, il sesso è però presente in ogni aspetto della vita e del pensiero, caratterizza persino linguisticamente chi vive al Forteto. Qualunque comportamento vero o presunto, qualunque gesto o sguardo anche insignificanti: tutto viene ricondotto al sesso, alle fantasie sessuali, a memorie reali o indotte di abusi subiti da parte della famiglia d’origine. Al Forteto il sesso permea l’esistenza e pare essere la meta costante dei cosiddetti chiarimenti.

Il sesso è anche merce di scambio, moneta sonante per pagarsi uno spazio di tranquillità.

Per i membri della comunità, ragazzi compresi, trama e ordito delle giornate è il lavoro.

Esiste anche un altro genere di abusi fisici: quelli legati alla pratica abusiva di prestazioni di carattere medico-infermieristico, con i leader della comunità che alla bisogna – stando a quanto è stato più volte raccontato – si improvvisavano dentisti, fisioterapisti, capo infermieri…

L’ostacolo maggiore per la comunità nell’annettersi psicologicamente, oltre che fisicamente, i ragazzi che vi venivano affidati era la famiglia d’origine.

Ciò che sostanzialmente sembra perseguirsi al Forteto è la sottrazione di rapporti stabili, in maniera che la sola continuità relazionale si stabilisca con i leader; in senso verticale, cioè, non tra ‘pari’ in senso orizzontale. Laddove si creino, con gli affidi ad esempio, legami affettivi solidi, allora avviene che nel nome di quelli si fugga dalla comunità per mettere in salvo quel brandello di affettività ritrovata. Se per gli adulti lo svuotamento relazionale si concretizza nella divisione tra uomini e donne ancorché sposati e nel contrasto a qualunque interesse esterno al Forteto, per i bambini invece si materializza nell’essere figli di tutti e di nessuno, abusati o ignorati dai loro stessi genitori affidatari, privati di spazi gioco individuali nonché di una sistemazione anche logistico-abitativa che garantisca intimità familiare.

Se non è un abuso psicologico in senso stretto, il fenomeno della sistematica disincentivazione scolastica cui si assiste al Forteto può esservi comunque ascritto in quanto limita il naturale processo evolutivo dei minori.

Per il resto, la prima novità che il nuovo arrivato si trova a sperimentare è l’abbattimento verticale della propria intimità e della propria individualità.

Sempre in sala mensa, la sera dopo cena, si svolgono i cosiddetti ‘chiarimenti’. E’ obbligo per tutti, tranne che per i bambini piccoli, partecipare alle riunioni cosiddette di ‘fissatura’ in cui appunto si ‘fissano’ i compiti lavorativi di ciascuno per il giorno successivo. Ma, sera dopo sera, qualcuno finisce bersaglio dei ‘chiarimenti’. Quanto può durare un ‘chiarimento’? Dipende dalla resistenza del singolo.

Il Forteto: la rete di relazioni (pagg. 44-53). Le testimonianze fin qui presentate, oltre a tutte le altre che la Commissione ha acquisito, rilanciano con prepotenza il quesito che muove l’intero lavoro della Commissione d’inchiesta: com’è possibile che, anche dopo le sentenze passate in giudicato e nonostante tutta l’attività inquirente che fermentava attorno alla comunità, si sia continuato ad affidare minorenni a persone residenti all’interno del Forteto? Oggi lì si trovano ancora collocati in affido alcuni minori. Numerose testimonianze che  hanno via via restituito – in maniera univoca e concordante – il quadro di una continua ricerca di relazioni da parte di Fiesoli con personalità della politica, della magistratura, della cultura e della comunità scientifica. Dinamiche che, da quanto si evince dal materiale acquisito dalla Commissione, sono il frutto dell’abilità e della capacità carismatica del leader della comunità Rodolfo Fiesoli, paziente ed accurato tessitore di una rete di relazioni e conoscenze eccellenti ciascuna delle quali concorreva, consapevolmente o meno, a un duplice risultato: da un lato conferire maggior credito alla struttura del Forteto nel suo complesso di realtà produttiva, sociale ed economica; dall’altro aprire nuovi orizzonti e nuovi contatti utili a ramificare ulteriormente quella stessa rete.

Una quindicina i libri usciti sul Forteto tra il 1980 e il 2010, tra cui anche un paio di tesi di laurea e molti testi, questi ultimi a firma di Luigi Goffredi, in cui trova spazio la teorizzazione del modello comunitario del Forteto e in particolare il concetto di ‘famiglia funzionale’. (..) è del tutto evidente come il consolidamento di un diffuso pregiudizio positivo nei confronti della realtà del Forteto si sia prodotto anche attraverso l’attenzione che – specie dopo le sentenze passate in giudicato – uno spaccato importante del mondo politico soprattutto locale ed altre importanti istituzioni dedicavano a quella realtà. Per fornire un’idea di massima del fenomeno tentiamo di ricostruire dalle testimonianze ascoltate un elenco dei personaggi che, a vario titolo e con differenti modalità, passano al Forteto: Edoardo Bruno, Piero Fassino, Vittoria Franco, Francesca Chiavacci, Susanna Camusso, Rosi Bindi, Livia Turco, Antonio Di Pietro, Tina Anselmi, Claudio Martini, Riccardo Nencini, Paolo Cocchi, Michele Gesualdi (Presidente Provincia di Firenze),Stefano Tagliaferri(Presidente Comunità Montana del Mugello), Alessandro Bolognesi (Sindaco di Vicchio), Livio Zoli (Sindaco di San Godenzo e Londa), Rolando Mensi (Sindaco di Barberino di Mugello). E poi i magistrati del Tribunale per i Minorenni di Firenze, a cominciare dai presidenti che si sono succeduti (Francesco Scarcella, Piero Tony, Gianfranco Casciano), dal sostituto procuratore Andrea Sodi, i giudici Francesca Ceroni e Antonio Di Matteo e il giudice onorario Mario Santini. Frequenta Il Forteto Liliana Cecchi, allora presidente dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, ma anche molti medici tra cui Roberto Leonetti (responsabile dell’Unità funzionale Salute Mentale Infanzia-Adolescenza perla zona Mugello). (..)

La contiguità fra Tribunale per i Minorenni di Firenze (ma non solo) e Forteto è ribadita poi, una volta di più, dall’ex Responsabile dell’Unità Funzionale perla Salute Mentaledi Infanzia e Adolescenza della Asl 10 perla zona Mugello, Marino Marunti.

Non era gradito neppure il dissenso collettivo, per dir così, come dimostra il caso di Dicomano raccontato in parte da Piero Zavattini: «A Dicomano c’era più scontro, un po’ perché quelli del paese erano un po’ contrari al Forteto». Prosegue Saverio Praticò: «Ci fu una sorta di embargo nei confronti di Dicomano da parte del Forteto, perché Dicomano raccolse le firme dell’intero paese che si rifiutava che queste due bambine venissero tolte dalla nonna, perché non ce ne era motivo e quindi tutto il paese firmò […]. Al Forteto ci fu l’embargo contro Dicomano e nessuno a tutt’oggi va a fare la spesa a Dicomano, ecco». La circostanza è confermata da un’ex insegnante proprio di Dicomano, Augusta Gaiarin, che ha voluto affidare alla Commissione una sua memoria scritta. «Un giorno vengo chiamata dal Sindaco senza dirmi chi era o chi non era, dice “c’è una persona che ti vuol vedere”, “va bene”. Entro nel suo ufficio e vedo il Presidente Fiesoli».

6. La Regione Toscana e Il Forteto (pagg. 53-61). È fuor di dubbio che Il Forteto in tutte le sue declinazioni – Cooperativa, Fondazione, Associazione – abbia goduto negli anni di grande credito presso la Regione Toscana che ha accolto con continuità richieste di contributi.

Tra i principali enti erogatori di servizi del Sistema Sanitario Regionale, le Aziende sanitarie locali (Asl) possono a buon titolo considerarsi parte integrante e attiva dell’ente-Regione.

Un elenco sintetico e assolutamente senza pretese di esaustività degli atti attraverso cuila Regione Toscanaha, negli anni, destinato risorse al Forteto in termini sia di denari che di concessioni, sovvenzioni, sponsorizzazioni o quant’altro. Da una prima ricerca: alla cooperativa agricola 1.203.597,63 euro; alla fondazione 51.386,04 euro

La Toscana e le politiche per gli affidi (pagg. 63-75). La cosa che colpisce di più è che, nonostante due sentenze di condanna, nel corso di trent’anni della sua storia Il Forteto abbia potuto godere di una reputazione positiva. Anche in virtù di ciò per anni, per decenni, decine di minori hanno continuato ad essere collocati presso persone all’interno del Forteto malgrado i pronunciamenti della magistratura e dietro al comodo paravento di un assetto giuridico-normativo che frammenta competenze e legittimità d’azione.

Nel corso delle audizioni che la Commissione ha effettuato con gli enti che a vario titolo sono attori nei processi di affido, è apparso chiaro fin da subito che tra l’uno e l’altro segmento di azione c’è stato un vuoto che almeno in un caso – quello del Forteto – ha avuto esiti drammatici per la vita di molti minori. Si è generata una zona franca dovuta a un collasso delle istituzioni. Al di là delle discussioni su chi abbia colpa e chi no, chi più e chi meno, resta il fatto che chi aveva la responsabilità prevalente in materia (Tribunale per i Minorenni e servizi sociali in primis) non ha effettuato le verifiche necessarie all’interno di quella comunità. Dal fronte istituzionale non si è concentrata l’attenzione sulle procedure di affido, ma la si è diretta in modo acriticamente benevolo verso la struttura intesa a tutto tondo. Con finanziamenti, patrocini, promozione all’estero dei prodotti, passerelle politico-istituzionali, presentazioni di libri e così via, si è costruito e alimentato un pregiudizio che faceva sì che chi aveva la competenza per effettuare il controllo su un segmento del percorso di affido si sentisse quasi legittimato, nel dubbio, a prendere per buono quello che veniva raccontato, dal momento che tanti soggetti istituzionali importanti e autorevoli testimoniavano – con la loro presenza, la loro vicinanza e il loro sostegno nei comportamenti pubblici – che quella era una struttura benemerita. Ascoltata in Commissione, la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Grazia Sestini si è così espressa: «Qui non c’erano le condizioni giuridiche per un affido, perché la legge sull’affido, che è una legge nazionale, non contempla situazioni di questo tipo».

L’assessore  regionale al welfare Salvatore Allocca sentito in Commissione: «Gli affidamenti per legge sono proposti dal servizio di assistenza sociale e quindi dai territori, dai Comuni e vengono monitorati, sempre per legge, ogni sei mesi quelli che riguardano gli affidamenti familiari. Diversa è invece la questione delle strutture, che hanno il processo di accreditamento e quindi una possibilità di controllo sulla qualità da parte della Regione Toscana. La struttura, per così dire, del Forteto non rientra con precisione né nell’una né nell’altra fattispecie, perché non si tratta né di una Asp (Azienda di Servizi alla Persona), né di una struttura di accoglienza; si tratta di un’associazione di famiglie che, nella previsione delle varie fattispecie per gli affidamenti, è prevista dalla Regione Toscana ma è assimilata a quella degli affidamenti familiari, perché di famiglie trattasi».

Le parole dell’assessore collocano Il Forteto in una dimensione esterna a ogni processo di accreditamento cui invece sono soggette altre strutture (…)

Il Tribunale per i Minorenni e i servizi sociali. Si chiama Laura Laera l’attuale presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze. La Presidente Laera ha fornito indicazioni assai utili sulle procedure di affido e sulla parcellizzazione di responsabilità e competenze in cui il Tribunale per i Minorenni viene inopinatamente sospinto in un perimetro marginale. Ecco cosa ci ha spiegato la Presidente Laera: «Per quanto riguarda gli affidi disposti dal Tribunale per i Minorenni, in genere sono gli affidi che o non possono essere consensuali, oppure, quando c’è stato il previo affido consensuale, non finisce nei termini di due anni e quindi talvolta viene prorogato anche dallo stesso giudice tutelare, ma in genere va disposto dal Tribunale per i Minorenni. Fatta questa breve premessa tecnica, in realtà la famiglia affidataria non la sceglie mica il Tribunale: la famiglia affidataria in genere la sceglie il servizio […] perché noi non abbiamo un elenco di famiglie affidatarie, come per esempio per le famiglie adottive […] Per l’affido no: la scelta delle famiglie affidatarie, la selezione delle famiglie affidatarie, la valutazione, la formazione etc. fanno parte di tutta un’attività amministrativa, quindi in realtà la famiglia affidataria viene individuata dai servizi. […] Dopo si fa, si dovrebbe fare, un po’ d’istruttoria per verificare questa scelta e dopodiché si può fare un provvedimento sia di conferma di affido al servizio perché lo mantenga collocato nella famiglia affidataria, sia, in alcuni casi, soprattutto in quei casi in cui l’affido non è più temporaneo come dovrebbe essere in linea di massima, ma si prolunga sine die […] si può fare anche l’affido diretto alla famiglia». Il Tribunale per i Minorenni non opera le scelte delle famiglie, ma neppure ha in carico i processi di verifica.

Le diverse testimonianze acquisite durante le audizioni della Commissione hanno ravvisato gravi responsabilità su verifiche e controlli nei servizi sociali. Le relazioni semestrali di vigilanza sugli affidi che secondo la legge sarebbero chiamati a svolgere sono «molto, molto scarne, sono delle mezze paginette», affermala Presidente Laeramostrando l’esiguità di alcuni fascicoli d’affido. Anche la scadenza imposta dalla legge pare sfumata: «Qualche relazioncina c’è, la scadenza semestrale non c’è».

 

Lunghi percorsi di formazione e valutazione, inserimenti nelle banche dati dei centri affidi o – in loro assenza – in appositi elenchi di disponibilità, abbinamenti ponderati tra minori da affidare e famiglie valutate e disponibili poi, laddove non si rivelasse possibile l’affido etero familiare consensuale, l’intervento del Tribunale per i Minorenni con appositi decreti di affido. Questa la prassi con cui – secondo quanto la Commissione ha potuto ricostruire nel corso delle numerose audizioni – si giunge a definire l’affidamento di un bambino o comunque di un minore a un nucleo familiare. Non al Forteto.

Mentre il Tribunale per i Minorenni ha riferito di individuare le famiglie ove collocare i minori fidandosi in tutto e per tutto delle valutazioni stilate dai servizi sociali, questi ultimi ribaltano completamente gli equilibri e le responsabilità.

Le conclusioni (pagg. 77-88). Come affermato nella prima parte di questa relazione la Commissione, attraverso il lavoro d’inchiesta, ha raccolto una serie di indicazioni atte ad affrontare un’analisi critica  delle politiche di affidamento di minori in Toscana.  Il punto di partenza è stato l’ascolto di persone che, a vario titolo, hanno avuto a che fare con la vicenda del Forteto. Per questo, come già ricordato, la Commissione si è data il compito di acquisire informazioni ed elementi di conoscenza diretti sugli aspetti procedurali, normativi, tecnici, ma anche sui riflessi della vita quotidiana di esperienze affettive ma anche traumatiche scaturite dalla vicenda personale dell’affidamento. Il tutto badando a non sovrapporsi, nel caso specifico della vicenda del Forteto, all’attività giudiziaria in corso. Il percorso di audizioni effettuato è stato a tratti drammatico e inverosimile. Per questo motivo la Commissione ha scelto di concentrarsi nell’acquisizione di tutti i dati utili a far emergere eventuali errori nelle procedure e nei comportamenti che governano la molteplicità di soggetti coinvolti nei procedimenti d’affido. In altri termini, il metodo logico impiegato dalla Commissione ha seguito una via di astrazione attraverso cui si è tentato di risalire a concetti generali prendendo le mosse da casi particolari: da questi concetti generali, poi, evidenziandone le problematicità ma anche i punti di forza, la presente parte descrittiva vuol essere la sintesi auspicata. Altro obiettivo prioritario era quello di stabilire se vi fossero smagliature normative da poter sanare.

A fronte di questa premessa, la domanda principale da cui la seconda parte dell’indagine ha tratto l’avvio è stata la seguente: come è stato possibile che sia successo quanto abbiamo ascoltato? Come è potuto accadere? Come hanno potuto avere luogo tutte le cose clamorose che abbiamo sentito raccontare e dalle quali la magistratura ha fatto emergere “il caso Forteto”? Da qui, abbiamo sviluppato poi una serie di riflessioni per argomentare quello che nella prima parte è stato definito il “corto circuito istituzionale”. Come si vedrà meglio in seguito, le altre due macro domande alle quali la Commissione ha prestato attenzione, anche con appassionati dibattiti, sono state: come ha funzionato il “sistema” dell’affidamento in questi anni? Quali nuovi strumenti auspichiamo si possano attivare per evitare il determinarsi di situazioni simili a quelle che hanno reso possibile quanto accaduto al Forteto? Dinanzi a queste domande, poche ma sostanziali, la Commissione ha deciso di mettere in risalto le criticità normative sulle quali sarà possibile intraprendere in un secondo momento l’iniziativa legislativa per modificare, sanare o innovare i dettati legislativi e deliberativi esistenti.

Sia a livello di spiegazione del come si sia potuta determinare la vicenda del Forteto, ma anche alla luce di altre dichiarazioni di soggetti affidatari nonché dei servizi stessi, le maggiori problematicità si sono riscontrate nell’individuazione netta dei ruoli e delle competenze per quanto attiene gli affidamenti giudiziari. Dovrebbe apparire scontato porre la competenza del Tribunale per i Minorenni un gradino sopra il ruolo dei Servizi (sia sociali che sanitari): tuttavia, il rapporto di collaborazione tra i due soggetti istituzionali è emerso oscuro e sbilanciato.

Le esperienze ascoltate nel corso dell’indagine hanno portato in risalto alcuni problemi che potremmo definire di ‘governo’ dei processi di vigilanza dell’affidamento. Le maggiori incertezze ricadevano infatti sul ‘chi’ dovesse seguire il minore, se il servizio sociale del Comune della residenza originaria del minore stesso (quello dove vive con la famiglia d’origine) oppure il servizio sociale del Comune di destinazione dell’affido (nel caso appunto in cui l’allontanamento disposto dal Tribunale preveda un cambiamento di domicilio e quindi di distretto sociosanitario).

Sempre alla luce della vicenda del Forteto, dalle stesse dichiarazioni di assistenti sociali sono emerse negligenze di operato che non spetta a questa Commissione giudicare, ma che potrebbero aver costituito una sorta di concorso involontario al comporsi di tuttala vicenda. Ricordiamoad esempio – dalle parole di un’assistente sociale adesso in ruolo dirigenziale ma all’epoca dei fatti tutrice di due minori affidati a due coppie che vivevano al Forteto – che le visite di monitoraggio nei due anni di affidamento (diventati poi quattro) sono state soltanto quattro e che gli stessi incontri, mai alla presenza della famiglia di origine nonostante il nulla osta del Tribunale, si consumavano nell’arco di dieci minuti circa a bambino.

Nel corso dell’audizione in Commissione d’Inchiesta alla quale è intervenuto l’assessore alle politiche sociali si è dibattuto a lungo su quale potesse essere stato il ruolo della Regione nei processi di controllo e vigilanza sul progetto di affidamento di un minore. A scanso di equivoci occorre ribadire che attualmente, in base alla normativa vigente, il compito della Regione Toscana è quello di effettuare il controllo sui requisiti strutturali qualitativi dei centri residenziali, e cioè la loro rispondenza ad elementi di qualità attraverso il procedimento dell’accreditamento istituzionale. Su questo punto l’assessore ha confermato che gli uffici stanno procedendo per aumentare il livello di controllo.

Da questo rapporto evidentemente sbilanciato – talvolta sui Servizi, talvolta sul Tribunale – sembra però essere gettata una nuova luce grazie ai contenuti del nuovo protocollo tra Regione Toscana e Tribunale per i Minorenni.  I due organismi hanno infatti stipulato, fin dal 1999, una serie di protocolli di intesa attraverso i quali si è avviato e realizzato un percorso di collaborazione finalizzato alla stabilizzazione di un flusso informativo in grado di approfondire e sviluppare i livelli di conoscenza sul tema del diritto del minore ad una famiglia.

Anche il Tribunale fa emergere problemi in seno alla gestione del progetto di affidamento da parte dei soggetti istituzionali coinvolti, chiamandosi in causa in prima persona come organo istituzionale. D’accordo con la Presidente del Tribunale, la Commissione ha rinvenuto la necessità di formalizzare in un accordo conla Regione Toscanale lacune esistenti. La Commissione ha quindi intenzione di segnalare gli aspetti critici da modificare.

 

Fonte: LIBERagorà

http://www.liberagora.it/?p=2989

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