Un modello di Psicopatologia Gruppale: Il Suicidio di Massa

Sezione di Psichiatria, Università degli Studi di Ferrara

Annalisa Fontana, Valentina Pera, Bruno Biancosino, Luciana Marmai, Luigi Grassi

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Estratto:

Abitualmente siamo portati a considerare i fenomeni psicopatologici come prettamente individuali, fenomeni sui quali hanno effetto dinamiche relazionali o sociali, ma che rimangono sostanzialmente confinati all’universo della singola persona. Eppure da tempo sono noti alcuni spettacolari eventi che sfuggono a questa catalogazione e investono contemporaneamente e quasi “epidemicamente” ampi gruppi umani, sfidando così, nella loro complessità, i singoli saperi a produrre ipotesi multidisciplinari che possano donare un senso a queste manifestazioni. Tra questi fenomeni classicamente viene inclusa l’isteria collettiva (Bassi et al. 1997) e, sicuramente caratterizzato da un profilo più inquietante, il suicidio di massa. Per suicidio di massa si intende la morte volontariamente autodeterminata di tutti i membri appartenenti ad un gruppo sociale (Maillot et al. 1988; Maris 1997; Mancinelli et al. 2002); di fatto è un’estensione numerica del suicidio a due (Bassi et al. 1998), che può coinvolgere un intera famiglia o un gruppo umano più esteso. Più precisamente vengono abitualmente distinti due tipi di suicidio di massa: 1) etero-indotto, caratteristico di popolazioni assoggettate da un nemico reale che vengono a trovarsi in una situazione in cui non è riconosciuta loro la dignità di esseri umani (modalità più tipica di alcuni famosi casi storici); 2) auto-indotto i cui la realizzazione è correlata ad una visione distorta della realtà, in assenza di un reale pericolo o rischio di morte  (più comune nelle sette religiose e mistiche) (Mancinelli et al. 2002). Esso è, fortunatamente, un evento abbastanza raro; la sua realizzazione spesso è caratterizzata da una teatralità macabra, si manifesta in gruppi isolati, settari e in genere chiusi all’esterno e guidati da un leader carismatico (Maillot et al. 1988). Malgrado la rarità, questo fenomeno ha catturato da sempre l’attenzione e stimolato l’immaginazione collettiva molto più del suicidio individuale, e per la drammaticità con cui si presenta e per l’inquietudine che genera nelle persone, suscitando una serie di interrogativi sulla natura delle forze che accomunano e uniscono i membri di un gruppo fino a spingerli al suicidio collettivo. […]

Un breve excursus storico

Il suicidio collettivo costituisce un evento storicamente noto e ben documentato in varie epoche. Per queste ragioni ci è sembrato utile fare una breve ricognizione sui casi storici meglio documentati, con lo scopo di delinearne gli elementi comuni e possibilmente correlabili ai casi descritti nella letteratura psichiatrica recente. Uno dei più antichi suicidi di massa conosciuti riguarda quello degli ebrei di Masada, avvenuto durante la Guerra Giudaica (73 d.C.), nel quale morirono 960 persone (Maillot et al. 1988; Maris 1997). Questo episodio costituì l’epilogo dell’assedio alla città ebraica di Masada da parte dei Romani. Eleazaro Ben Yair, il capo dei cittadini ebrei, constatata l’inevitabile sconfitta da parte dei romani, indusse il suo popolo al suicidio convincendolo a rifiutare l’asservimento ai Romani in nome della fedeltà al loro unico Dio e a scegliere liberamente una morte onorevole insieme ai loro cari, ricordando loro che la morte terrena avrebbe permesso all’anima di separarsi dal corpo mortale ricongiungendosi alla divinità. Dopo questo discorso, “pervasi da uno spirito divino” come li descrive lo storico Flavio Giuseppe, gli abitanti di Masada uccisero le loro mogli ed i loro figli scegliendo dieci tra loro affinché fossero i sicari di tutti gli altri; questi ultimi, compiuto il macabro progetto, designarono a sorte uno di loro, che, dopo aver ucciso i compagni, si suicidò. Un famoso storico greco, Diodoro Siculo, descrivendo gli avvenimenti di due grandi rivolte di schiavi in Sicilia e delle guerre che Roma dovette combattere per domarle, verso la fine del II secolo a.C., ci tramanda la figura di Euno, il leader della prima rivolta, il quale aveva “indole di mago e di taumaturgo”. La rivolta finì in un bagno di sangue. Così racconta gli eventi Diodoro: “Gli insuccessi dei Romani proseguirono finché il console Rupilio riconquistò ai Romani Taormina, dopo un lungo assedio. Durante questo assedio, Rupilio strinse i ribelli in una morsa, costringendoli alla fame e alla disperazione, spingendoli addirittura al cannibalismo […] alla fine un siriaco, di nome Sarapione, consegnò a tradimento la cittadella ai Romani […] Anche ad Enna Rupilio vinse grazie al tradimento […] Quanto ad Euno, prese con sé le sue mille guardie del corpo e fuggì vigliaccamente in certi rifugi impervi. Ma gli uomini che erano con lui compresero di non avere più scampo: già Rupilio marciava contro di loro. Si sgozzarono l’un l’altro a colpi di spada”. Un episodio analogo accadde anche durante la seconda rivolta degli schiavi; dopo che si furono arresi ai Romani, “essi scelsero di morire di una morte nobilissima: rifiutarono di combattere contro le fiere, ma si uccisero l’un l’altro sugli altari pubblici; l’ultimo lo uccise Satiro [il capo dei rivoltosi], che alla fine si suicidò di sua propria mano, eroicamente”.  Alla fine del diciassettesimo secolo in Russia si verificarono numerosi suicidi collettivi che vide coinvolta la setta dei “Vecchi Credenti”, avversari della liturgia ortodossa e delle riforme intraprese da Pietro il Grande, da loro considerato l’Anticristo. Fin dal 1666, tra i membri della setta si diffuse la convinzione dell’imminenza dell’apocalisse, profetizzata prima per il 1669 e successivamente più volte posticipata. Tra il 1670 e il 1690 i Vecchi Credenti vollero provocare la fine del mondo dandosi fuoco: il loro intento era quello di distruggere il mondo per salvarlo dall’Anticristo. I Vecchi Credenti, nel 1667, riuscirono ad occupare il monastero di Paleostrovskii ma vennero circondati dai soldati dello Zar. In questa situazione d’assedio essi si rinserrarono in una cappella dandosi fuoco, causando più di duemila morti. Nel diciottesimo secolo, nella Guyana britannica, un Indiano Arekuna di nome Awakaipu annunciò alle tribù indios che coloro che volevano vedere cose meravigliose e sapere come diventare ricchi e potenti come gli uomini bianchi dovevano riunirsi nella valle di Kukenaam ai piedi del monte Roraima, dove fondò un nuovo insediamento chiamato “Bekeranta” o “Terra dei Bianchi”. In una notte orgiastica, egli annunciò di essere stato ricevuto dal grande spirito Makunaima che gli aveva rivelato che gli Indiani non sarebbero mai stati cacciati dalle loro terre dagli uomini bianchi, ma dovevano avere essi stessi pelli bianche e per realizzare ciò dovevano uccidersi l’un l’altro cosicché le loro anime sarebbero ascese sulla cima di Roraima, dove sarebbero risorti con la pelle bianca, per ritornare alla valle di Kukenaam dopo due giorni. Gli Indiani ubriachi cominciarono ad uccidersi tra di loro: quattrocento uomini, compresi donne e bambini, perirono e i sopravvissuti, dopo aver atteso per vari giorni il ritorno dei risorti, si recarono da Awakaipu e lo uccisero (Swan, 1958; Mancinelli et al. 2002). Questi episodi famosi ed estremamente interessanti, a nostro avviso ci permettono di rintracciare una costellazione di caratteristiche tipiche che ricorrono in modo singolarmente costante nel corso dei vari episodi. I gruppi risultano essere isolati e/o molto coesi internamente; in questi gruppi c’è “scarsa individuazione”,  l’individuo è assorbito dal gruppo il quale di conseguenza è fortemente integrato” (Durkheim, 1897).  Il gruppo sembra dipendere da un capo carismatico, considerato spesso “un garante diretto della propria precaria sopravvivenza” (Fachinelli 1992); Fachinelli  ipotizza due esiti della morte del capo carismatico nel gruppo arcaico, un esito maligno con la morte del gruppo, o un esito benigno con la nascita di credenze sulla sopravvivenza dei morti e la fondazione del culto dei morti come “momento aurorale” delle religioni.

L’aspetto dottrinario risulta una caratteristica rilevante in questi gruppi in cui è avvenuto il suicidio collettivo. Come evidenziato, in particolar modo dagli studi antropologici, le dottrine del gruppo sono incentrate sull’escatologia e sul messianesimo: vi sono credenze sulla fine del mondo, quindi sul bisogno di liberarsi da ogni legame terreno, per prepararsi ad una una rinascita palingenetica (Lanternari 1983). Il gruppo, nel periodo suicidarlo, vive una situazione emotivamente pericolosa, si trova in uno “stato d’assedio” reale o immaginario (Lanternari 1983; Villa1987).

La casistica recente.

I suicidi collettivi verificatisi negli ultimi 20 anni riguardano tutti sette religiose (Mancinelli 2002). Gli episodi che ci accingiamo ad esporre sono tratti da riviste psichiatriche o medico-legali o, i più recenti, dalla pubblicistica giornalistica. Il più famoso e più frequentemente discusso esempio moderno di suicidio di massa commesso da un gran numero di appartenenti ad un setta religiosa fu il caso dei People’s Temple. Il 18 novembre del 1978, a Jonestown, in Guyana (Takahashi), avvenne il suicidio dei membri appartenenti al Peoples Temple, una setta religiosa di derivazione metodista fondata dal reverendo Jim Jones. Questo episodio può essere considerato il primo e più eclatante caso nella storia dei suicidi di massa recenti e in ordine cronologico e per la particolare drammaticità dell’episodio: morirono, infatti, 912 persone. E’ opportuno delineare alcune caratteristiche del suo fondatore, per meglio comprendere l’evoluzione e l’epilogo della storia di questa setta. Fin dalla nascita, avvenuta il 13 maggio del 1931 nell’Indiana, James Warren Jones era stato avvolto da un alone di mistero, magia e soprannaturale; sua madre, infatti, durante la gravidanza, aveva fatto dei sogni, a cui aveva attribuito un valore di “presagio”, su quello che sarebbe stata la futura missione del bambino che aspettava: James avrebbe avuto l’alto compito di porre rimedio ai mali del mondo (Nesci, 1991). In questo clima, pervaso da credenze mitiche imperniate su reincarnazione, spiriti, oracoli e sogni come visioni del futuro, fu allevato Jones. Da sua madre egli ricevette “insieme alla sua aggressività, il suo disprezzo per il mondo in generale ed un senso di autolegittimazione e grandiosità che gli consentivano di considerarsi uno spirito indipendente, in fiera opposizione con le opinioni prevalenti della società” (Nesci 1991). Egli non si sentì mai accettato dalla comunità in cui viveva e per questo si unì ad una chiesa Pentecostale, la più estremista (The Oneness), perché, come lo stesso Jones affermava in alcuni documenti, sentiva i suoi appartenenti come i più simili e vicini a lui: erano i reietti della società, i più isolati e disperati, perseguitati per le loro convinzioni. Jones qui trovò un’accettazione mai esperita prima e tutto l’amore che poteva desiderare. Nel 1957, a Indianapolis, Jones diede origine ai Peoples Temple, una chiesa fondata principalmente sul metodismo, a cui si mescolavano elementi, ampiamente elaborati, derivanti da altre confessioni cristiane, dal Buddismo e dal Marxismo. In questa chiesa Jones assunse il ruolo di “pastore”, “reverendo”, “Dio socialista”, “profeta” e “padre” (Nesci, 1991). I Peoples Temple erano soliti registrare tutte le loro riunioni e proprio grazie a queste registrazioni (a Jonestown furono trovati più di 1000 nastri relativi a tali sedute) è stato possibile cogliere quale era l’atmosfera che si respirava nella setta quando si verificò il suicidio di massa. In seguito a una inchiesta di una commissione governativa statunitense a carico della setta, alcuni membri avevano deciso di abbandonare il gruppo di Jones, e questo aveva creato un frattura “insanabile”, definita “il tradimento del secolo” al suo interno. Jones delineò ai suoi seguaci uno scenario apocalittico, la fine inevitabile della loro esistenza sulla terra a causa dell’abbandono, del tradimento, della menzogna, del timore di nuove inchieste, che avrebbero reso loro la vita impossibile. L’unica via di uscita possibile era compiere “quel passaggio verso l’altra riva”, che non era la morte, la distruzione, ma solo l’abbandono di “questo mondo maledetto” per realizzare “ la salita ad un livello superiore”, dove sarebbero stati riparati tutti i torti subiti, un mondo ideale di bellezza, armonia e perfezione, dove sarebbero stati felici ed uniti per sempre. Jones, “padre amorevole” li avrebbe aiutati in questo passaggio, li avrebbe presi per mano, aiutati salire verso Dio, “un breve sonno, un breve riposo…”.(Pozzi et al. 1988). Esistono diverse interpretazioni del gesto compiuto dai Peoples Temple: secondo Nesci, determinante fu il ruolo del deterioramento della salute sia fisica che mentale di Jones, verificatosi dopo l’esodo in Guyana, responsabile della destabilizzazione della comunità. Non era possibile, infatti, proprio per le qualità divine venerate in Jim Jones, una successione tranquilla. Restavano solo due alternative: lo smembramento del Peoples Temple o la sua consacrazione nella morte come rinascita in un’altra dimensione, dove il gruppo potesse restare unito per l’eternità. Inoltre, dopo il “tradimento del secolo” commesso dalla gente che aveva abbandonato la comunità durante la visita della commissione d’inchiesta, Jones aveva in un certo senso chiesto a tutti di dimostrare la loro innocenza e la loro lealtà in un clima analogo a quello che aveva caratterizzato, nel 1973, la prima notte bianca. L’ipotesi teorizzata dal sociologo Hall (1981) interpretò il gesto di morire insieme dei seguaci di Jones come un tentativo di cercare la vittoria nell’immortalità, un’immortalità che avrebbe potuto realizzarsi solo nella morte e che li avrebbe posti al di fuori della portata di qualsiasi nemico, essi infatti erano conviti che non avrebbero mai potuto raggiungere una vittoria contro il loro nemico, cioè l’intero mondo capitalista. Secondo Galanter (1989), l’inchiesta governativa disgregò il “controllo sul proprio confine” rendendo vulnerabile il gruppo e minandone l’integrità, e spingendo Jones a voler far morire nel corpo il gruppo per preservarne l’integrità spirituale.

All’alba del 1 novembre 1986, ad Hamanomiya, in Giappone, risale la scoperta di sette donne, tutte appartenenti ad una setta religiosa locale, “Michi-no-tomo Kyokai” (la Chiesa Amica della Verità): si erano date la morte bruciandosi. Sembra che avessero seguito il loro capo Seiji Miyamoto, morto di cirrosi epatica il giorno prima.(Takahashi 1989). Una di queste sette donne era la moglie del guru. Seiji Miyamoto fondò la Chiesa Amica della Verità nel 1950 (la setta fu riconosciuta ufficialmente dal governo locale nel 1976). Si trattava di gruppo religioso al quale facevano capo centoventi credenti, eterogenei per età e sesso. Il culto di questa setta era caratterizzato da elementi del Cristianesimo e del Buddismo fusi insieme; i fedeli erano mossi dalla credenza che una vita onesta e la purificazione del proprio spirito avrebbe permesso loro di ricevere aiuto nei cieli dopo la morte. Non chiedevano denaro, né nuovi adepti, ma accettavano tutti coloro che spontaneamente volevano entrare a far parte del gruppo. Seiji Miyamoto rappresentava per i suoi fedeli “lo Spirito della Verità” o “il Maestro” di vita; le sette donne lo consideravano come un uomo/ Dio e lo adoravano. (Takahashi 1989). Le sette donne vivevano insieme nella casa di Miyamoto, apparentemente in armonia e, comeriferito dai vicini, non c’era nessun dubbio sul fatto che formassero una vera famiglia. Sembra che non ci fossero rapporti sessuali fra lui e queste donne, ad eccezione della moglie. Esse erano realizzate nel mondo del lavoro e godevano anche di un’ottima reputazione fra i loro colleghi, i quali ignoravano la loro appartenenza alla setta. Il loro stipendio era utilizzato per sostenere Seiji Miyamoto. Cinque di loro, non sposate, erano considerate le “Spose di Dio” dagli altri fedeli: conservavano la loro verginità e offrivano in sacrificio il loro spirito per il loro capo e per Dio nella speranza di diventare le discepole del capo e diffondere il suo insegnamento in tutto il mondo. Quando le condizioni di Seiji Miyamoto, ammalato di cirrosi da numerosi anni, si aggravarono e fu ricoverato in ospedale le sette donne si dedicarono totalmente ad assisterlo e, nel frattempo, meditarono la decisione, per loro libera scelta, di seguire il loro capo nella morte; iniziarono a preparare il loro suicidio. Questa è una delle frasi ritrovate nei biglietti scritti dalle donne alle loro famiglie (alcuni scritti circa tre anni prima): “Se il nostro Maestro muore, io desidero accompagnarlo in cielo”. Il suicidio delle donne fu accettato con serenità dal resto della comunità religiosa, uno di loro disse: “ il maestro è morto. Hanno dovuto seguirlo perché il reale sollievo esiste solamente in cielo.”; anche il fratello di una di esse pronunciò parole di approvazione: “Geova ci mandò il Maestro; ora egli è tornato a casa, nei cieli, e le Spose di Dio lo hanno seguito, perché tutte le loro vite ci furono date da Dio”. (Takahashi 1989). Takahashi sottolinea la presenza di analogie tra questo episodio ed una forma di suicidio rituale, chiamato “Junshi”, esistente anticamente in Giappone: i sudditi del feudatario si uccidevano quando il loro signore moriva, per dimostrargli la loro fedeltà e continuarlo a servire anche dopo la morte, non era pensabile per loro sopravvivergli.

Il 28 agosto 1987, in una fabbrica della città sudcoreana di Yonging, muoiono 32 persone (28 donne), strangolate o avvelenate con compresse al cianuro. Erano tutte appartenenti alla setta “O -Dae-yang” (I Cinque Oceani). Tra loro anche la fondatrice della setta, Pak-Sun-Ja, in quel momento ricercata dalla polizia per frode. Pak-Sun-Ja, oltre a dirigere la ditta, si attribuiva poteri soprannaturali e divini. I membri della setta la adoravano come un dio e consideravano “0-Dae-yang è come un’oasi nel deserto, 0-Dae-Yang è il paradiso il luogo ove interrare le nostre ossa” così come era scritto in uno degli inni cantati durante le sedute catartiche( Nesci 1991). Gli elementi caratteristici della setta furono: una rapida crescita del movimento politicoreligioso, una elevata capacità di penetrazione nel tessuto sociale, un capillare controllo sui suoi membri e una angosciosa attesa della fine del mondo.

Il 19 aprile del 1993 negli Stati Uniti si verificò una strage, seguita in diretta tv da milioni di persone. A Waco, nel Texas, 84 persone della setta dei “Davidiani” (appartenente al culto Cristiano) e il loro santone David Koresh si uccisero appiccando il fuoco alla loro sede, una fattoria assediata dalla polizia. I superstiti furono solo otto e tra le vittime si contarono anche 17 bambini. Tutto era iniziato il 28 febbraio quando gli agenti del BATF (il Dipartimento americano per Alcool, Tabacco, ed Armi) prese d’assalto la setta. Furono uccisi quattro agenti che indagavano sulla setta. A questo episodio seguì l’estenuante assedio, durato 51 giorni, durante il quale gli agenti del BATF, adottarono una strategia di pressione, nonostante gli avvertimenti degli esperti del comportamento, che avevano ricostruito il profilo psicologico di Koresh, fino al tragico epilogo, preceduto da un attacco con i carri armati. Koresh interpretò l’attacco armato come la fine apocalittica profetizzata, disse ai suoi adepti che gli agenti federali erano pronti ad ucciderli, che l’unica soluzione era morire per non cadere in mano al nemico e che una volta morti sarebbero rinati ad una nuova vita. Il risultato fu un suicidio collettivo: i membri della Setta appiccarono fuoco al luogo in cui erano riuniti, causando in questo modo 75 vittime, tra cui lo stesso Koresh, il leader, e 25 bambini (Maris 1997). Secondo Adityanjee (1994) la caratteristica psicologica più spiccata di Koresh era il bisogno di controllo, che lo avrebbe indotto a controllare la sua stessa morte e quella dei suoi adepti. Questo episodio richiama alla memoria una pratica medioevale presente in India, chiamata “Jauhar”: durante le invasioni da parte dei mussulmani, le donne si uccidevano in massa dandosi fuoco per evitare di essere catturate e disonorate. (Adityanjee, 1994).

Due episodi simili risalgono uno al 1994 e uno alla fine del 1995. Il 4 ottobre 1994 si verificò una duplice tragedia ancora avvolta nel mistero. La setta era quella quella del “Tempio del Sole”, guidata dal medico omeopata belga Luc Jouret; le stragi avvennero in Svizzera. Nella stessa notte presero fuoco due chalet, a Salvan e a Cheiry, distanti 200 chilometri l’uno dall’altro. Quando le fiamme si spensero tra le rovine della prima villa vennero trovati 25 cadaveri, nella seconda 23, tutti seguaci di Jouret. Il gruppo più consistente era di 19 persone, sdraiate a terra in circolo con le teste rivolte all’esterno a formare una stella, vestite di lunghe tuniche sgargianti e con sacchi di plastica in testa. Sempre nella stessa notte in Canada, vicino Montreal, prese fuoco un altro appartamento di proprietà di Jouret: altre cinque vittime (4 adulti ed un bambino). Ci fu un unico superstite, il dentista Thierry Huguenin, che sarebbe dovuto essere la “cinquantaquattresima” vittima, in analogia a quanto avvenne la notte del 12 maggio del 1310, quando 54 Templari si diedero fuoco (gli adepti del Tempio del Sole sono infatti convinti di essere i discendenti dei Templari). Morirono anche i due capi della setta, Joseph Di Mambro, francese, e Luc Jouret, il “guru” della setta: quest’ultimi, dopo la morte, vennero considerati ancora in contatto con i loro fedeli “sulla terra” per un anno, grazie all’intermediazione di alcuni medium, e furono considerati i “mandanti” della seconda tragedia, quella del 23 dicembre 1995. Il nucleo centrale delle credenze degli adepti del Tempio Solare era caratterizzato dalla convinzione di una vita precedente (gli adepti erano vissuti durante le crociate) e alla possibilità di “trasferimento” sulla stella Sirio per evitare la fine del mondo: il suicidio doveva appunto permettere questo “passaggio”. Lo stesso Di Mambro possedeva una spada che gli era stata donata mille anni prima e, sua figlia Emanuelle era considerata una “bimba cosmica”, in quanto concepita senza rapporto sessuale e pertanto oggetto di culto. I membri del Tempio Solare provenivano per la maggior parte da ceti sociali alti. Luc Juret è stato descritto come una persona affascinante, brillante, arrogante, autoritario, un “buon conferenziere”, fungeva da elemento catalizzatore, attirava, infatti, alle sue conferenze molte persone di diversa provenienza. Era solito formulare profezie apocalittiche decifrando delle misteriose e segrete rivelazioni che affermava di ricevere attraverso i telefilm della serie “Star Trek”. La sua personalità aveva soggiogato la volontà dei suoi fedeli che lo ascoltavano e gli obbedivano ciecamente. Il 23 dicembre 1995, ancora la setta del “Tempio del Sole”, ad un anno dal suicidio collettivo in Svizzera, venne coinvolta in un nuovo episodio di suicidio collettivo a Saint Pierre, sull’altopiano di Vercos sulle Alpi francesi dove furono ritrovati i corpi carbonizzati di 16 persone disposti in cerchio intorno ad un altare: otto francesi e otto svizzeri, tra di loro anche 3 bambini, di 2, 4 e 6 anni. I corpi erano disposti nella posizione rituale a forma di stella, con le teste al centro e i piedi all’esterno: alcuni avevano un cappuccio di plastica sulla testa, altri erano stati uccisi con armi da fuoco, ritrovate vicino i corpi insieme a tranquillanti e barbiturici. Il 23 marzo del 1997 furono ritrovati in Quebec, Canada, i resti dei corpi in una casa bruciata dal fuoco di altre cinque persone appartenenti all’ordine del Tempio del Sole.

Il 26 marzo del 1997 in California, a San Diego, si compì il suicidio collettivo di 21 donne e 18 uomini, tutti appartenenti alla setta WW Higer Source guidata da Marshall Applewhite. La setta era ricomparsa nel 1993 in California, dopo 17 anni di ritiro nel più totale isolamento nel deserto dell’Oregon, creando su Internet un sito chiamato “Heaven’s Gate” (gli adepti erano infatti degli abili programmatori). Tre erano i fondamenti su cui si basavano le credenze della setta: la Bibbia, gli UFO ed i computer. I suoi adepti praticavano una vita sana (nè fumo, nè alcol) e perseguivano la castità, si consideravano angeli di passaggio sulla Terra in viaggio per il Regno di Dio. Applewhite, infatti, sosteneva che i suoi fedeli “dovevano essere pronti a lasciare il vascello di carne umana del quale erano prigionieri per ricongiungersi agli extraterrestri e tornare sul pianeta-astronave”. Decisero di suicidarsi perché credevano che la cometa Hale Bopp, allora in orbita vicino alla terra, nascondesse la nave spaziale su cui dovevano imbarcarsi per compiere il loro viaggio: alcuni ingerirono una mistura di alcol e barbiturici, altri si soffocarono con dei sacchetti di plastica. I corpi degli adepti furono ritrovati, anche in questo caso, in una posizione rituale: vestiti con un’uniforme nera, i cappelli rasati, in posizione supina con le braccia ai lati del corpo, un triangolo color porpora copriva la loro faccia ed il loro torace, così pronti a compiere il loro viaggio verso la Terra Promessa. Non si uccisero insieme, ma in tre gruppi successivi due di 15 ed uno di 9 persone per controllare se quelli già morti tornavano indietro.

Il 18 Marzo del 2000, in Uganda, vicino Kampala, oltre 1000 aderenti alla setta “Movimento per la restaurazione dei 10 comandamenti”, fra cui decine di bambini vennero arsi vivi assieme a rosari e crocefissi in pezzi, dopo quattro ore di canti e preghiere. Alla vigilia del rogo, gli aderenti della setta avevano visitato i villaggi circostanti per salutare parenti ed amici e per comunicare loro che la Vergine Maria aveva promesso che sarebbe apparsa e li avrebbe condotti in paradiso.

Discussione

[…] Come già evidenziato nella illustrazione dei casi storici, il gruppo chiuso e coeso, che negli episodi suicidari recenti assume più chiaramente le caratteristiche della setta, la presenza del leader carismatico e una cultura gruppale in cui risaltano mitologie apocalittiche e palingenetiche e uno situazione precipitante di “stato d’assedio”, più spesso reale nei casi storici mentre nei casi recenti in genere immaginario, sembrano essere i connotati distintivi e invarianti di questo fenomeno. Nella loro descrizione è necessario tener presente il rischio di un eccessivo riduttivismo nell’adottare un unico punto di vista poichè le motivazioni causali sono così disparate e complesse che richiedono necessariamente un approccio multidisciplinare (antropologico, sociologico, psichiatrico e psicoanalitico) (Maillot et al. 1988; Maris 1997). Forse è la stessa matrice del fenomeno, la setta, intrinsecamente portatrice di una problematicità interpretativa e che richiede di per sè una osservazione da molteplici punti di vista (sociologico, psicologico, teologico, storico) (Introvigne 1990), a renderne difficile l’approccio. Innanzi tutto sembrano esserci particolari caratteristiche negli appartenenti alle sette e specifiche motivazioni che spingono alcune persone ad aderirvi. Galanter, in uno studio pubblicato nel 1989 relativo alla psicologia delle sette carismatiche, descrive in modo attento le dinamiche di gruppo operanti all’interno di queste sette, e compie una dettagliata esplorazione della personalità dei membri dei grandi gruppi carismatici. Egli così schematizza le specifiche qualità che caratterizzerebbero gli appartenenti alle sette:

1) adesione ad un sistema di credenze comuni;

2) mantenimento di un elevato livello di coesione sociale;

3) forte influenza sui membri delle norme comportamentali del gruppo;

4) attribuzione di poteri carismatici o divini al leader del gruppo;

5) appartenenza a classi sociali medio-alte;

6) buon livello culturale;

7) provenienza da famiglie estremamente possessive;

8) riscontro frequente di vari gradi di disagio psicologico, tra cui sono di maggior riscontro disturbi depressivi e di personalità.

In uno studio (più) recente sulle sette (Strano et al. 2000), sono state descritte alcune variabili psicologiche che possono influire significativamente nel processo di avvicinamento di un soggetto a tali organizzazioni:

1) Antagonismo alla frustrazione di inadeguatezza sociale attraverso l’appartenenza ad un gruppo (la setta) che volutamente ingenera negli adepti la convinzione di essere viceversa importanti, naturalmente solo all’interno della setta stessa;

2) Carisma dei capi e complementare richiesta di potere carismatico da parte di soggetti ins icuri;

3) Riduzione dell’ansia (es. della morte) attraverso il convincimento di esistenze ultraterrene, immortalità, e così via;

4) Aumento dell’autostima a seguito del presunto apprendimento di poteri magici che consentono una rinnovata capacità di determinare eventi e controllare l’ambiente esterno;

5) Soddisfazione di bisogni di dipendenza e sottomissione;

6) Opportunità di relazioni interpersonali (anche sessuali) per soggetti con particolari difficoltàrelazionali;

7) Solitudine e disgregazione familiare;

8) Particolare sensibilità alle tecniche di suggestione e di condizionamento psicologico (rinforzo sistematico di comportamenti utili da parte del leader carismatico) (Strano et al.2000).

Dunque la setta può essere considerata un gruppo particolare, costituito da “persone unite da una comune fede in una particolare dottrina filosofica, religiosa o politica, spesso in opposizione ad un’altra dottrina più diffusa e riconosciuta. Gli appartenenti alla setta si attribuiscono speciali diritti e privilegi dai quali sono esclusi tutti quelli che non appartengono a questo gruppo. Tutti i membri della setta credono di essere i possessori della verità assoluta, una convinzione che li porta a condan nare tutti quelli che hanno idee differenti.” (Mancinelli et al. 2002) Gli adepti vedono il loro ingresso nella setta come una possibile soluzione alle loro difficoltà esistenziali, una risposta ed una “terapia” ai sentimenti acuti di disorientamento e solitudine che sperimentano nei momenti di difficoltà. In contrapposizione ad una società che non li comprende e non li aiuta, ma se mai li esclude, la setta promette un rifugio sicuro, un ambiente accogliente e protettivo; gli adepti sperimentano un senso di appartenenza al gruppo che placa il loro smarrimento e le loro angosce. Queste persone hanno bisogno di qualcosa in cui credere e qualcuno che li guidi e trovano una risposta ai loro bisogni di dipendenza nell’affidamento ad un leader grandioso. Una volta entrati a far parte del gruppo i membri si distaccano gradualmente dal mondo esterno, è concesso loro solo un ristretto contatto che gradualmente diminuisce fino a cessare completamente, e per esercitare un diretto controllo sui membri del gruppo e perché si realizzi una omogeneità, una simbiosi tra i membri e si rafforzi la dipendenza. Quindi, da un lato il distacco dal mondo esterno e dall’altro il rafforzamento dei legami intragruppali determinano il pieno assorbimento nel gruppo, la perdita totale dell’identità personale e la perdita della capacità di valutare realisticamente gli effetti delle azioni personali. Come descritto da Mancinelli ed al. (2002), il leader assume gradualmente una funzione placentare: opera come “un filtro tra il mondo esterno e la comunità”. La placenta, come anche il leader, permette la vita del feto ma può anche causarne la morte. Si assiste, secondo Mancinelli et al. (2002), ad una graduale regressione degli adepti sempre più numerosi, con una identità scarsamente definita e dipendenti, incapaci di funzionare autonomamente, fino ad assistere ad un processo di deindividualizzazione. Inoltre alcune funzioni individuali, come la funzione dell’esame di realtà, viene vicariata dal leader, al punto che il gruppo tenderà a vedere la realtà secondo gli occhi di costui (Le Bon 1895, Freud 1921), che realizzerebbe un funzionamento mentale gruppale arcaico assimilabile agli assunti di base (attacco e fuga, dipendenza, attesa messianica) descritti da Bion (1961) nei piccoli gruppi. Il grado di simbiosi e di dipendenza rappresenta l’alvo matriciale della possibilità che si realizzi un suicidio collettivo. In tutte le sette è presente, inoltre, un’altro elemento importantissimo: il capo della setta o leader carismatico, che spesso ne è anche il fondatore. Il leader svolge il ruolo di elemento coesivo attorno al quale si catalizzano tutti gli altri aspetti dell’appartenenza alla setta. La personalità del leader è spesso contraddistinta da particolari tratti psicopatologici, soprattutto di tipo paranoide. Nel suo aspetto carismatico-mistico sembra evocare i tratti di un padre arcaico a cui i membri- figli demandano il soddisfacimento delle proprie necessità, diventando l’unico garante della sopravvivenza del gruppo e l’unica autorità “protettrice verso i persecutori esterni” (Villa 1987).  Altri autori (Muscatello et al 1994) hanno sottolineato l’aspetto, non tanto paterno, quanto di una “imago materna arcaica e onnipotente” promotrice di un’illusione gruppale di poter realizzare l’impossibile. L’aspetto paranoico comporta non solo un distacco isolante, ma anche una connotazione ostile, di qualità appunto paranoicale, verso il mondo esterno, fino al realizzarsi di un’ atmosfera di “stato di assedio” che può costituire la situazione aurorale del suicidio collettivo (Villa 1987). I temi apocalittici e le attese palingenetiche sono una caratteristica antropologicamente pregnante di questo tipo di sette, specificamente sottolineata da alcuni studi antropologici (Curatola 1981, Lanternari 1983). L’apocalissi culturale e l’attesa palingenetica certamente comportano una aspettativa di una nuova era ma, nella loro declinazione psicopatologica, esprimono “il rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale storicamente determinato” (De Martino 1977) rivelando il disprezzo e la “contrapposizione verso il modo esistente di cui vengono denunciati i livelli di invivibilità” (Villa 1987). Per i membri della setta il suicidio condensa la fuga dal mondo terreno disprezzato e il transito ad una nuova e più pura esistenza; ad essi, in genere, è promessa la vita eterna e la sopravvivenza al fallimento mo ndano. Il ruolo del leader onnipotente risulterebbe, anche in questo passaggio, decisivo proprio perché in grado di essere garante della salvezza eterna (Mancinelli et al. 2002). Questo peculiare aspetto tematico sembrerebbe essere l’espressione di una particolare motivazione inconscia, già ipotizzata da Ernest Jones (1911) a proposito dei suicidi di coppia, che vede il morire insieme come la rappresentazione di una fantasia di magico ricongiungimento e di unione eterna alla madre, un ritorno al paradiso perduto/utero materno dal quale discendiamo. Le dinamiche che regolano le interazioni all’interno di tali gruppi settari sono state raggruppate da Mancinelli et al. (2002) in due ordini di fattori: esogeni, come ad esempio la persecuzione e l’ostilità palese da parte del mondo esterno, ed endogeni, come la mentalità onnipotente paranoicale del leader e l’organizzazione chiusa della setta. In particolari situazioni in cui viene percepita una forte minaccia proveniente dal mondo esterno (sia essa reale che fantasmatica) che configura uno “stato d’assedio”, si assiste ad un progressivo ampliarsi delle angosce paranoidi, ad un incremento dell’ostilità e dell’aggressività, ad una maggiore chiusura ed isolamento del gruppo con un riattivarsi di arcaiche fantasie di salvezza (già per altro patrimonio culturale del gruppo) che incanalano il gruppo verso la soluzione suicidaria come unica modalità di uscita da una situazione di scacco.

Conclusioni

Riesaminando il fenomeno del suicidio collettivo sia storicamente sia nella casistica contemporanea, possiamo osservare che, perché esso si produca, è necessaria l’occorrenza straordinaria di numerosi fattori interni al gruppo ed esterni ad esso. Occorre innanzitutto che vi sia un gruppo molto chiuso, caratterizzato da forti legami di dipendenza interna tra i membri, con scarsa individuazione e identità personale di essi e quindi con una labile capacità di esame di realtà; in tale gruppo vi è,di solito, un patrimonio culturale caratterizzato da credenze in mitologie apocalittiche e palingenetiche e la comunità è dominata da un leader carismatico con accentuati tratti paranoici che ne accentua l’isolamento e la porta in una situazione di ostile rottura col contesto sociale. In situazioni particolarmente pericolose e drammatiche di stato d’assedio la distruttività del gruppo e le fantasie magiche di riunificazione e ritorno al paradiso perduto possono condurre ad un suicidio collettivo come ultimo disperato tentativo di non essere sopraffatti dal mondo.

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http://utenti.unife.it/luigi.grassi/Appunti%20e%20Articoli/Suicidio%20di%20Massa.pdf

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