Etica e infanzia

Etica e Infanzia” da Bambino incompiuto, Unicopli, N. 3/1990 – di Claudio Foti

Sommario: 1. Oblatività ideale e avidità reale. 2. Dov’è sommersa la violenza? 3. Per un’etica della comprensione. 4. Per un’etica del rispetto dell’emotività. 5. Per un’etica dell’autenticità

1. Quando s’imbatte nel cucciolo dell’uomo, l’etica mostra il suo volto splendente e sicuro. Prendendo atto dell’estremo stato di impotenza e di dipendenza che caratterizza la piccola creatura umana, il discorso morale sembra non aver dubbi: «amate e proteggete i bambini!».

Quando c’è da pronunciarsi sull’infanzia, l’etica tende non di rado, più che a far riflettere, a sentenziare e a pontificare. Dal detto di Giovenale «maxima debetur puero reverentia» («Al bambino è dovuto il massimo rispetto») fino alle dichiarazioni solenni sui diritti dei bambini nell’anno internazionale del fanciullo, la legge morale concernente l’infanzia è a tal punto chiara e ferma da confondersi con la legge di natura: «come si può far male ai bambini, così inermi e bisognosi».

A proposito di soggetti in età evolutiva l’etica è pronta a fondersi con l’economia e con la politica: «Non c’è, per nessuna comunità, investimento migliore del mettere latte dentro ai bambini», diceva Churchill nel suo discorso alla radio del 21 marzo 1943. E non è certo difficile trovare in tutti gli schieramenti ideologici uomini politici disposti a dichiarare, con maggiore o minore convincimento, che i bambini, i ragazzi, i giovani rappresentano l’avvenire della società e vanno pertanto tenuti in grande considerazione.

Di più: oggi l’etica tende a diventare, non solo retorica, ma anche estetica: «Che carini! – direbbe una nota presentatrice televisiva – questi bambini», questi «piccoli fans» di noi adulti…

In verità, solo se abbandoniamo il modello ideologico edificante del «dover essere» nei confronti dell’infanzia – «dover essere» assolutamente protettivi ed amorevoli nei confronti dei minori – possiamo prendere atto dell’«essere» reale, cioè della violenza che in passato e nel presente, nelle forme più varie, ha sempre ed ovunque  accompagnato ed accompagna i rapporti degli adulti con la generazione emergente. Ed è solo dall’«essere» reale che un discorso etico autentico può prendere avvio.

Per secoli nell’Europa «civilizzata» l’infanticidio è sopravvissuto a lungo. «Il bambino – scrive Ariès – spariva, vittima di un incidente che non era stato possibile evitare: cadeva nel camino acceso o dentro una bacinella e nessuno aveva potuto tirarlo fuori in tempo. Moriva soffocato nel letto dove dormiva con i genitori senza che questi nemmeno se ne rendessero conto»[1].

La sollecitazione dei vescovi della Controriforma a che i bambini non dormissero nel letto assieme ai genitori aveva uno «scopo prima morale, poi igienico»[2] :meglio togliere ai genitori la tentazione di far fuori il pargoletto… E l’obbligo della Chiesa di far battezzare tempestivamente i bambini ha nei fatti la funzione non dichiarata di sottrarre i neonati, prima ancora che al Demonio e al Limbo, alle sopravvivenze dell’antica pratica dell’esposizione e alle soffocanti cure dei loro genitori, soffocanti ovviamente in senso letterale…

L’etica popolare ha faticato alcuni millenni, sicuramente almeno fino al XVI secolo, prima di arrivare a condannare come ingiusti l’infanticidio e l’abbandono di figli indesiderati. Si è trattato di milioni di assassinati, «esposti» o totalmente trascurati, non solo figli della misera o dell’adulterio, ma anche bambini non voluti per le più svariate ragioni, in tutti i ceti sociali.

Per millenni, in pratica fino al secolo scorso nell’Europa moderna, si è stentato ad assumere come valori positivi la protezione e la tutela dell’infanzia.

La scarsa percentuale di sopravvivenza dei bambini rendeva oltretutto improduttivo l’investimento generalizzato di risorse materiali ed emotive su tutta la prole. Pratica ricorrente e diffusa era l’abbandono morale e materiale dei bambini; c’era sempre tempo poi per prendersi eventualmente cura dei figli, per investire su di loro, qualora avessero avuto la buona sorte di sopravvivere…[3]

Del resto, come ha osservato Ida Magli, la mancanza di tracce storiche dell’infanzia nell’archeologia, nell’arte, nella cultura «è la prova della mancanza del valore-bambino» [4]. È inoltre significativo il fatto che, nonostante l’altissima morbilità e mortalità infantile nei secoli scorsi, la pediatria risulti una specializzazione recente della medicina. Ed è altrettanto significativo il fatto che bisogna aspettare gli anni Sessanta del nostro secolo perché la scienza medica riesca a prendere atto dell’evidenza, fino a quel momento rimossa, della violenza nei confronti dell’infanzia, definendo il quadro diagnostico della «sindrome del bambino battuto».

Oggi il discorso etico socialmente diffuso non corre più il rischio – almeno sul piano ideologico – di negare l’esigenza del rispetto dei bisogni infantili.

Il rischio semmai diventa un altro e cioè che venga proposto ed idealizzato un modello di «oblatività obbligatoria» nei confronti dell’infanzia, un modello da utilizzare in senso narcisistico e con effetti mistificanti e colpevolizzanti: l’amore verso i bambini tende in altri termini a diventare, non già una preziosa potenzialità da sviluppare realisticamente nella tolleranza delle nostre e delle altrui ambivalenze, bensì un atteggiamento da esibire, un modello ideale, in base a cui giudicarsi e giudicare senza autentico amore, in base a cui condannarsi e condannare senza autentica comprensione.

Il valore della tutela del bambino rappresenta certamente una grande conquista culturale e morale della storia umana, ma la tendenza ad assolutizzare tale valore rischia d’accompagnarsi alla negazione  del nostro odio profondo verso «i più piccoli», odio che palesemente ha albergato nel nostro passato e che continua ad albergare nel nostro presente. L’illusione etica circa la nostra benevolenza nei confronti dell’infanzia impedisce l’assunzione di consapevolezza e di responsabilità circa gli impulsi, non facilmente eliminabili nella mente dell’adulto, all’appropriazione aggressiva e all’incorporazione avida della generazione emergente da parte della generazione adulta.

«Un americano molto bene informato – scriveva Jonathan Swift – mi assicura che un bambino di un anno, in buona salute e bene allevato, è un cibo delizioso, nutriente e sano, sia cotto in stufato, arrostito, cotto in forno o bollito; e non dubito che riuscirebbe bene in fricassea o in ragù»[5].

Qui Swift non ci propone solo una finzione letteraria, bensì una profonda fantasia cannibalica, che può trovare varie modalità di passaggio all’atto. Una ricerca sulla giurisprudenza inglese dell’Ottocento, relativa al «cannibalismo di sopravvivenza», ha dimostrato la sorprendente frequenza di pratiche antropofagiche tra i marinai a seguito di naufragi[6]. La vittima preferita era sempre il più giovane, il bambino indifeso, il mozzo, lo schiavo, lo straniero, quello dalla carne più tenera e dai mezzi difensivi più scarsi (come ricorda la nota canzoncina francese «Il était un petit navire», «la sorte cadde sul più giovane/in salsa besciamella venne mangiato»).

Ma non c’è poi da stupirsi tanto: non molto tempo fa una casa produttrice di yogurt ha impostato una campagna pubblicitaria sulla base di un messaggio che accostando implicitamente la nascita del prodotto alla nascita di un bambino, invitava a «mangiarlo vivo». Le reazioni moralistiche e censorie lasciano il tempo che trovano; vale la pena piuttosto mettere in discussione la nostra etica idealistica e mentalizzare coerentemente le nostre tendenze emotive ed operative a trasformare i bambini in oggetti da divorare, e da incorporare.

Anche se abbiamo smesso da tempo di mangiare i bambini in senso letterale, è forse scomparsa la tendenza ad appropriarsi di minori per sopravvivere o per «ingrassare»? Bastino alcuni esempi: per quanti anni si sono lasciati decine di migliaia di bambini e ragazzi a crescere nel vuoto affettivo di molti istituti ed orfanotrofi, nascosti a qualsiasi rilevamento giudiziario, sottratti ad un inserimento eterofamiliare in affidamento o in adozione, divorati dall’istituzione spesso per fini di lucro o di potere? E la situazione attuale è veramente cambiata in modo radicale ed ovunque nel nostro Paese?

E cos’è, se non appropriazione distruttiva di bambini a fini d’«ingrasso», quella dei racket che schiavizzano minori, costringendoli, talvolta sotto i nostri occhi, all’elemosina o allo sfruttamento del loro corpo? Non si tratta certo di fenomeni riguardanti soltanto aree emarginate o sottosviluppate: la prostituzione minorile raggiunge nel Nord Italia percentuali elevatissime (il 40% dell’intero mercato con un 10% prostitute tra i 10 e i 15 anni); [7] inoltre in tutto l’Occidente sviluppato il fatturato annuo delle riviste e dei film pornografici, che utilizzano «industrialmente» immagini di bambini, evidentemente fa gola – a proposito di oralità avida – a non pochi «magnaccia» e «papponi» mascherati da manager…

Significativamente l’impulso a divorare il bambino è stato talvolta attribuito in esclusiva dalla comunità adulta a gruppi di minoranza da demonizzare, proiettato in modo delirante su gruppi «scomodi» (a seconda delle diverse epoche storiche, sui primi cristiani, sugli ebrei, sui comunisti ecc.), accusati di sacrificare, distruggere, «mangiare» i bambini. Tali tendenze, trasferite dall’immaginario sociale più rozzo ad alcune micro-comunità, possono in realtà attivarsi, in forme più o meno pericolose, in tutte le componenti della comunità adulta, così come del resto le figure fiabesche della strega e dell’orco simbolizzano a ben vedere la componente avida e distruttrice presente, pur con modalità differenziate, nell’inconscio di tutti noi.

Esistono per esempio infiniti modi per divorare i figli dal punto di vista psicologico, per appropriarsi dell’amore, della sensibilità, delle risorse, della vita dei bambini, per ridurli ad oggetti passivi di cui approfittare.

Pensiamo alle innumerevoli gabbie invisibili, agli svariati ricatti affettivi con cui i genitori possono imprigionare i figli per le esigenze della propria sopravvivenza psicologica. Pensiamo alle modalità decisamente inconsapevoli (tanto per chi le agisce che per chi le subisce), con cui bambini e ragazzi finiscono per svolgere la funzione di «nutrimento» per la fame affettiva e narcisistica dei genitori.

Pensiamo alle madri «sempre impegnate a rincorrere i figli per ricordare loro la maglia di lana, il rosso d’uovo, la buona medicina, i mille rimedi, i mille prodotti della loro divorante protezione»[8]. La realtà emotiva profonda è dunque estremamente complessa: nell’inconscio di una madre per esempio, una determinata tendenza può accompagnarsi alla tendenza opposta: il «mangiare» il figlio può andare di pari passo con il supernutrirlo, il divorare con il farsi divorare.

2. Con una metafora ormai ricorrente, si afferma che nella nostra società la violenza nei confronti dell’infanzia è un iceberg sommerso; con questa immagine si vuole giustamente sottolineare come la violenza denunciata e rilevata sia ben poca cosa a confronto di quella che realmente e quotidianamente si consuma nella privacy della famiglia e nella routine delle istituzioni.

Può risultare assai più impegnativo e coinvolgente affermare che gli impulsi ostili nei confronti dei bambini hanno una dimensione «sommersa» dentro ogni adulto. Per esempio il linguaggio, in quanto depositario dell’inconscio sociale, è testimone della tendenza alla sopraffazione e all’odio nei confronti dell’infanzia; nell’etimologia delle parole possiamo verificare come la comunità dei parlanti (adulti) simbolizza emotivamente gli oggetti a cui si riferisce: bambino, infanzia, minori.

«Bambino» è un termine diminutivo di bambo, forma arcaica con significato di «sciocco», appartenente alla stessa famiglia onomatopeica di «babbeo»[9]. L’infante (che deriva dal latino in-fans) è colui che non parla. Una parte (l’incompetenza linguistica) designa il tutto: l’infanzia, in quanto realtà ricca e caratterizzata non soltanto da incompetenze, è definita in negativo, come mancanza e precisamente come mancanza di parola. L’infans in effetti non può parlare o meglio, se parla, se comunica, non è ascoltato, come accade spesso nelle famiglie e nelle istituzioni. L’infans nell’antica Roma poteva essere esposto sulla porta di casa, quando l’adulto non sapeva che farsene, oppure riconosciuto attraverso il gesto simbolico dell’elevatio, con cui veniva preso in braccio e sollevato dal padre. In effetti il bambino può essere «elevato»/allevato in diversi modi oppure lasciato a terra ed esposto alla morte fisica o psichica. È totalmente nelle mani dell’adulto. L’infans davvero non parla, perché è «parlato» in senso forte dagli adulti e dalla cultura fra cui viene a nascere e a collocarsi.

Quanto all’etimologia di «minore», il significato è trasparente e coerente con la tendenza al dominio da parte dell’adulto: in effetti i «minori», siano essi figli, allievi, educandi, oggetto di assistenza o di giudizio, vivono una condizione di pesante minorità, quanto a potere materiale e psicologico di cui possono disporre nel confronto con i «maggiori» nella famiglia e nelle istituzioni.

Se ci trasferiamo dalla realtà linguistica alla realtà affettiva, possiamo prendere atto di come in tutte le madri esista un’ambivalenza nei confronti del figlio, una presenza contemporanea di sentimenti d’amore e di odio. È veramente curioso che Freud, cosi lucidamente critico nei confronti delle illusioni etiche prodotte dall’uomo al fine di proteggere il proprio narcisismo, abbia poi espresso l’ipotesi idealistica che l’amore materno verso il figlio maschio possa essere esente dà impulsi ostili.

La pretesa, gravante sulla madre, di un’impossibile «bontà assoluta», il mito dell’amore materno, privo di ambivalenza, sono stati criticati in modo approfondito da Winnicott, il quale elenca tra l’altro una serie di ragioni per cui una madre può odiare il proprio piccolo, anche se maschio:

 Il bambino non è quello del gioco dell’infanzia, il bambino del padre, del fratello ecc… (…) Il bambino è un pericolo per il suo corpo durante la gravidanza ed alla nascita. Il  bambino rappresenta un’interferenza  nella sua vita privata, una sfida alla sua precedente occupazione. (…) Il bambino è spietato, la tratta come una feccia, una serva non pagata, una schiava. (…)

All’inizio il bambino non sa  assolutamente ciò che la madre fa o sacrifica per lui. E, soprattutto, non può concepire l’odio della madre.[10]

Ciò che è auspicabile, dunque, nel rapporto di una madre con il figlio non è l’assenza, peraltro impossibile, di impulsi ostili, bensì la capacità di sentirsi offesa e di odiare senza farla pagare troppo al bambino, senza restituirgli l’odio, ma al contrario contenendo (dal latino cum-tenere), tenendo insieme le pulsioni ostili e le pulsioni d’attaccamento del bambino, attraverso l’accettazione, il contenimento, l’integrazione del proprio amore e della propria rabbia, del proprio legame affettivo con il bambino e del proprio bisogno reattivo di distruggere tale legame.

«Ninna nanna, ninna ooo, il bambino a chi lo do? Lo daremo alla befana che lo tenga una settimana. Ninna nanna, ninna ooo , il bambino a chi lo do? Lo daremo all’uomo nero che lo tenga un anno intero». Non sono certo «mostruose» le generazioni di madri che son venute producendo e cantando questa ninna nanna nel tentativo di tenere insieme ed integrare il proprio amore con la propria comprensibile esigenza di liberarsi, di prendere le distanze dai loro figli: anzi, l’odio simbolizzato e «contenuto» nella ninna nanna può non essere agito.

Non si può dunque pretendere di cancellare l’impulso ostile nei confronti dei bambini, considerandolo un dato emotivo «mostruoso», innaturale, altro–da-noi. Il contributo che la psicologia ed in particolare la psicoanalisi possono fornire alla riflessione etica consiste nella sottolineatura della distinzione tra realtà psichica e realtà comportamentale, tra odio fantasticato e odio agito, nell’ipotesi che la mentalizzazione, la simbolizzazione e l’elaborazione dell’odio, avvertito nel mondo interno, contribuisca ad impedire il passaggio all’atto distruttivo nel mondo esterno.

3. Lo sviluppo della consapevolezza circa la dimensione sommersa – sul piano interpersonale ed intrapsichico – dell’ostilità nei confronti dei bambini è un contenuto fondamentale di un’etica trasformativa concernente l’infanzia e l’adolescenza. Non si tratta certo di cadere in una logica «autoflagellatoria», né di perdere in una «notte» in cui tutti si dichiarano ostili ai bambini la capacità di percepire le differenti responsabilità di ciascuno sul piano familiare, sociale, istituzionale. Occorre piuttosto contrastare e non già assecondare la tendenza psicologica e culturale attualmente dominante circa le problematiche dell’età evolutiva: la tendenza alla rimozione delle componenti di odio, delle parti problematiche e sofferenti, presenti – pur in modo differenziato – in ciascun genitore ed operatore, la tendenza alla proiezione di tali parti ostili, problematiche e sofferenti sul bambino «disturbato», sul ragazzo «deviante», sul genitore «mostro» , sull’operatore «cattivo».

La cultura dell’infanzia e dell’adolescenza deve saper prendere coerentemente le distanze da quegli atteggiamenti difensivi che accompagnano e coprono la violenza del genitore abusante: scissione e trasferimento sugli altri delle parti carenti del Sé, negazione dell’odio e della responsabilità del soggetto adulto. Come ha affermato Daniela Nobili, l’indignazione e la condanna nei confronti dei colpevoli e la sollecitudine esagerata verso le vittime possono rappresentare la proiezione e la compensazione in eccesso di analoghi desideri di tipo aggressivo, che ci affanniamo a negare in noi stessi dandoci per di più l’illusione, con quell’attivismo, di essere al contrario molto buoni e disponibili.[11]

Particolarmente importante è la capacità di riconoscere da parte degli operatori a contatto con un’utenza familiare e minorile, quanto ci sia di benefico e costruttivo nella loro scelta professionale e quanto risulti invece legato a profonde tendenze narcisistiche, aggressive, manipolatorie. A quest’ultimo aspetto è collegato il rischio di usare il ruolo di tecnici e di esperti del settore minorile per dimostrare una presunta superiorità, esportando negli altri la cattiveria, la colpa, l’importanza, la malattia.

Una proposta etica e culturale di responsabilizzazione sulle problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza non deve accompagnarsi a messaggi di condanna (vuoi in chiave morale, vuoi in chiave psicologica), non deve rafforzare vissuti controproducenti di colpa e di inadeguatezza. Tale proposta, al contrario, deve essere piena di sollecitudine e di valorizzazione nei confronti delle possibilità di cambiamento, nei confronti delle risorse emotive, affettive, intellettive, sempre presenti potenzialmente in ogni individuo; piena di comprensione anche rispetto alle componenti aggressive dell’adulto nei confronti dell’ infanzia e dell’adolescenza. Laddove poi tali componenti minacciano di distruggere l’integrità di bambini e ragazzi, il ricorso giudiziario ai mezzi traumatici dell’adozione e della condanna penale e la conseguente somministrazione di violenza legale andranno valutati come strumenti di fatto necessari, ma anche come espressione di un drammatico ritardo nella realizzazione sociale di una cultura dell’infanzia.

Gli scritti di Alice Miller[12] danno un contributo rilevante all’elaborazione di un’etica dell’infanzia, basata non già su una logica punitiva, bensì sulla comprensione e nel contempo sulla percezione dell’odio e dell’abuso di potere dell’adulto: gli stessi atteggiamenti di quest’ultimo tendenti a strumentalizzare i bambini con ogni mezzo e pretesto pedagogico, si sottraggono ad una valutazione colpevolizzante, ad una condanna moralistica, pur essendo ovviamente descritti con un profondo rigore critico ed analitico. Le stesse violenze dei genitori nei confronti dei figli, nelle loro varianti più o meno sadiche, più o meno manifeste, non risultano altro che una «messa in scena» inconsciamente difensiva e coattivamente ripetitiva di drammi vissuti da questi genitori nella loro infanzia.

Ne consegue che, piuttosto di limitarsi a rispondere a queste violenze restando simmetricamente sul piano della «coazione a ripetere» nei confronti degli autori delle violenze stesse (ripetere la condanna etica, ripetere la punizione giudiziaria, ripetere il linciaggio giornalistico nei confronti dei genitori abusanti ecc.) occorre approfondire il piano della comprensione teorica circa la complessa riproduzione delle conseguenze dei traumi infantili di generazione in generazione e, pertanto, approfondire, sul piano operativo, il valore della prevenzione[13]. È noto dalla letteratura che s’è occupata del maltrattamento all’infanzia, che i cosiddetti «genitori abusanti» non hanno potuto realizzare un sano amore di sé nel loro passato infantile, non hanno potuto interiorizzare validamente esperienze di amore e di attenzione da restituire successivamente ai figli, bensì sono stati indotti in molti casi a trascurare i loro stessi bisogni e a pensare in modo prioritario ai bisogni di quegli adulti inadeguati che erano attorno a loro.

L’originalità dell’elaborazione di Alice Miller consiste nel generalizzare l’analisi del cosiddetto «ciclo dell’abuso», spostandola da un ristretto gruppo di famiglie multiproblematiche, devianti o socialmente deprivate alla realtà sociale complessiva, alla famiglia «normale» e ben adattata dove si svolge silenziosamente «il dramma del bambino dotato», dove si consuma – nelle forme della «buona educazione», in quelle della pedagogia repressiva o all’opposto, permissivista – una sistematica mancanza di ascolto, una «persecuzione legalizzata» nei confronti dell’infanzia, tanto più nefasta, quanto più ignota sia all’autore che alla vittima della violenza (quest’ultima inevitabilmente condizionata dalla necessità difensiva di idealizzare i genitori e dall’impossibilità di rendersi conto di ciò che sta subendo). Per Alice Miller il mondo interno dell’adulto, di ogni adulto, è una miniera ricca di minerali grezzi, ma preziosi, risultato di sconvolgimenti del passato. Magari c’è tanta fatica da affrontare per portare alla luce questi elementi sepolti, c’è tanta pena da elaborare per passare dall’«agire» al pensare, per riprendere contatto con la propria storia senza più mettere in atto nel presente la manipolazione e la violenza subita, scaricandola sui soggetti più deboli. Tuttavia l’elaborazione di questi filoni sotterranei inesplorati, di queste radici antiche, di questa miniera, che è la nostra infanzia, carica di sofferenze, di sentimenti inespressi, di emozioni dolorose e nel contempo vitali, consente di ottenere trasformazioni profonde.

Nessun adulto è dunque «spacciato», nessun adulto può essere negativizzato in toto, perché i suoi comportamenti, per quanto dissociali e distruttivi, per quanto da contrastare ed eventualmente da punire da parte della comunità, contengono un senso, conservando le tracce di una violenza subita, di una tutela mancata, di una responsabilità che la comunità non è riuscita ad assumersi a tempo debito. La teoria della Miller è talmente impregnata di atteggiamento etico coerentemente psicoanalitico, è talmente estranea a schemi colpevolizzanti, a categorie basate sul giudizio e sulla condanna, da riuscire a dare un senso perfino alla vita di Adolf Hitler, personificazione culturalmente diffusa del male, della violenza, della colpa. In un capitolo degno di nota dedicato alla storia personale del capo della Germania nazista,[14] la Miller riesce a stabilire collegamenti significativi tra la drammatica infanzia di Adolf Hitler e la storia della sua tragica azione politica, senza per questo scivolare in posizioni «psicologiste» o «giustificazioniste» e senza abbassare, anzi elevando, il livello politico e morale dell’analisi critica del nazismo.

4. «1) L’amore può nascere per senso del dovere; 2) l’odio può essere eliminato a forza di divieti»[15]: sono le due prime opinioni della millenaria e distruttiva «pedagogia nera», così com’è sintetizzata criticamente da Alice Miller. Innanzitutto va chiarito che in queste tesi della cultura genitoriale autoritaria «amore» e «odio» sono concetti ideologici e relativi: è la generazione adulta che tende spesso a definire come «amore» o come «altruismo» la sottomissione della generazione emergente alle proprie esigenze, e a designare come «odio» o come «egoismo» l’espressione viale, autonoma, dell’aggressività espansiva e adattativi del soggetto bambino. In secondo luogo, nell’ideologia e nell’etica che hanno accompagnato e accompagnano la «pedagogia nera» c’è un’esaltazione dell’istanza volontaristica del soggetto ed un parallelo disprezzo per la sua componente affettiva ed emotiva.

Ora, per quanto riguarda il primo aspetto, imporre all’infanzia una morale dell’altruismo, intesa come autosacrificio del bambino, appare chiaramente un’operazione, oltre che ipocrita sul piano etico, nevrotica e necrotizzante sul piano soggettivo. Per quanto riguarda il secondo aspetto va rilevato che in base ad una tradizione culturale millenaria, l’egoismo (inteso concettualmente come difficoltà od incapacità ad amare e rispettare gli altri) viene concepito non già come il risultato di una carente evoluzione psico-emotiva ed esistenziale dell’individuo, bensì come conseguenza di una distorsione della volontà, di una colpevole mancanza di senso del dovere. In realtà l’egoismo non deriva da una scelta sbagliata, da un funzionamento deficitario (e quindi colpevole) dell’istanza volontaristica del soggetto, bensì da uno stato di povertà interiore, da uno squilibrio, da una debolezza affettiva di base. [16]

Il contributo che la psicologia psicanalitica può dare alla riflessione morale in genere ed in particolare alla riflessione morale relativa all’infanzia è notevole; l’etica stessa può essere interpretata non più come una conquista essenzialmente intellettuale o volitiva, bensì come una conquista affettiva ed un’elaborazione mentale che ha le sue promesse nella prima infanzia. Nelle complesse vicissitudini pulsionali, relazionali e psichiche dei primi anni di vita del bambino si costruisce un mondo interno dove il buono è buono, il cattivo è cattivo, in cui si pone il fondamento della morale, di un primitivo senso del bene e del male. (…) Se (il bambino) ha sperimentato cure premurose e amore, e se i cuoi impulsi d’amore sono sufficientemente forti e il suo odio di proporzioni controllabili, questi processi sociali primitivi non saranno troppo difficili. Se invece l’odio è intenso e le frustrazioni gravi, allora il mondo interno e quello esterno vengono profondamente scissi in oggetti da una parte molto idealizzati e fortemente esigenti, dall’altro in terrifici persecutori. Ne consegue una situazione interna ossessionante, premessa per dei rapporti sociali vissuti in modo crudele e persecutorio. [17]

L’amore per il prossimo, il senso del buono e del cattivo, del giusto e del colpevole, prima ancora di essere insegnati attraverso messaggi espliciti, prima ancora di essere oggetto di ammaestramento od educazione, sono appresi spontaneamente nel rapporto con l’oggetto primario, quando tale rapporto non risulti  gravemente disturbato.

Dunque se la madre è, secondo l’espressione di Winnicott, «sufficientemente disponibile» a contenere sia le sensazioni di appagamento e di benessere, sia quelle di frustrazione e di rabbia (che formano le une e le altre il primitivo fondamento dei concetti di bene e di male), il bambino può integrare costruttivamente i propri sentimenti di odio e di amore, può sviluppare la propria vita mentale, può costruire i primi rudimenti di una vita etica; più precisamente il bambino può elaborare la «posizione depressiva»[18], apprendere cioè che l’oggetto frustrante, bersaglio della propria invidia e della propria avidità  distruttiva, è lo stesso oggetto che consente la sopravvivenza.

Se c’è una madre in grado di amare (anche se in modo non certo assoluto e privo di ambivalenza), il bambino può imparare l’amore e la riconoscenza (quest’ultima intesa sia come riconoscenza/riconoscimento, fatto cognitivo che consente il superamento dei più massicci meccanismi di scissione, sia come riconoscenza/gratitudine, fatto affettivo e psichico che consente la bonificazione della relazione con la madre e conseguentemente del mondo interno); attraverso l’elaborazione della «posizione depressiva» il bambino può imparare la preoccupazione per l’altro, fondamento del senso di responsabilità e della vita morale, e può incominciare a tenere a bada la spirale «schizoparanoide», in base alla quale bene e male vengono violentemente scissi, il male viene totalmente proiettato al di fuori del soggetto e l’oggetto esterno diventa esclusivamente il destinatario di impulsi di odio e di disinteresse.

L’importanza del superamento di questi meccanismi di scissione e di proiezione sta nel  fatto che viene contrastata una posizione mentale, al cui interno si possono collocare alcune delle radici psichiche dell’intolleranza, del razzismo, della violenza ai danni dei bambini e dei soggetti più deboli. Se la vita morale ha il suo fondamento non già nella volontà, bensì nell’emotività dell’individuo e più precisamente nelle vicende profonde dello sviluppo affettivo sin dagli albori della costituzione del soggetto umano, appaiono da un lato illusorie, dall’altro violente, sia l’idea di fare emergere in un bambino sentimenti «buoni» o ritenuti tali con il ricorso a metodi doveristici o correttivi della sua cosciente intenzionalità, sia l’idea analoga di contrastare con simili mezzi sentimenti «cattivi» o ritenuti tali.

Ora, va tenuto presente che la «pedagogia nera» può essere utilizzata non soltanto nel rapporto genitori-figli, adulti-minori, ma anche all’interno della cultura dell’infanzia o nella prassi delle istituzioni nel rapporto che possiamo assumere in quanto «esperti» nei confronti di altri genitori o di altri operatori. In questo caso le tesi prese in considerazione all’inizio di questo paragrafo possono diventare: «1) l’amore dei genitori per i figli (o la dedizione degli operatori minorili per gli utenti) può nascere dal senso del dovere; 2) l’odio dei genitori (o degli operatori minorili) per i bambini e per i ragazzi può essere eliminato a forza di divieti».

Seguendo queste tesi ci s’illude di poter operare negli adulti trasformazioni favorevoli ai soggetti in età evolutiva appellandosi all’istanza volontaristica del soggetto, alla pressione unilaterale del Super-io, alla minaccia di punizione.

In realtà risulta evidente come la violenza nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza si accompagna molto spesso alla sopravvalutazione dell’intenzionalità nei comportamenti infantili, all’ignoranza e alla negazione delle esigenze emotive dei bambini, alla mancanza di rispetto per le loro capacità e per le loro possibilità reali, al ricorso a pericolosi rinforzi di premio e di castigo per ottenere prestazioni ideali. Pensiamo per esempio al circolo vizioso «paranoide», sotteso a molta violenza nei confronti della prima infanzia: in base a tale circolo vizioso il pianto o un’altra manifestazione infantile di protesta o di richiesta d’attenzione può essere vissuta persecutoriamente dal genitore, in quanto espressione di un’intenzionalità cattiva «Allora lo fai apposta», «Sei nato per farmi dannare»…).

Atteggiamenti mentali analoghi, anche se meno appariscenti, possono riprodursi nell’ambito stesso dell’iniziativa istituzionale e culturale a favore dell’infanzia: quanti messaggi colpevolizzanti e controproducenti vengono lanciati a seguito della sopravvalutazione dell’intenzionalità e della volontarietà di certi comportamenti genitoriali che vorremo trasformare; quante facili ed improduttive ricette vengono somministrate per l’incomprensione delle reali difficoltà emotive ed esistenziali di molti genitori, per la nostra indisponibilità a prendere atto dei determinismi sociali, culturali e psichici che, pur senza eliminare libertà e responsabilità, condizionano comunque pesantemente il soggetto… Come ha lucidamente affermato Laborit, «è probabile che la causa dell’intolleranza, in ogni campo, sia proprio credere l’altro libero di agire come agisce»[19].

5. Se l’etica del rispetto dell’emotività è in antitesi con l’etica del volontarismo, l’etica dell’autenticità e dell’accettazione del reale si colloca agli antipodi dell’ etica della grandiosità. «Non si cambia nulla – dice Jung – che prima non si sia accettato». Come si è visto, la realtà che va preliminarmente accettata in una prospettiva di cambiamento a favore dell’infanzia è paradossalmente proprio la nostra ostilità nei confronti dei bambini. Dentro ciascun adulto rimane attivo un «bambino», che è ancora portatore non solo di un bisogno d’amore e di essere amato, ma anche di esigenze emotive insoddisfatte, di collera, di vissuti di onnipotenza e di frustrazione. A questo «bambino» si collega dentro ciascun adulto un cattivo genitore potenziale, capace di scaricare su altri bambini i sentimenti inespressi dell’infanzia. Soltanto entrando in contatto con queste dimensioni soggettive profonde e problematiche ed abbandonando pertanto le immagini idealizzate di noi stessi, possiamo veramente comprendere attraverso l’identificazione i genitori in difficoltà, possiamo attivare processi di accettazione, conoscenza, trasformazione e riparazione, e non soltanto processi di colpevolizzazione.

L’etica è stata storicamente catturata dalle componenti grandiose, narcisistiche, illusorie del soggetto umano: non solo fare il bene, ma anche farlo splendidamente, perfettamente, assolutamente. Il discorso etico ha teso a porsi come assoluto, ab-solutus, sciolto dai vincoli delle possibilità realistiche del soggetto umano. Ma, come ricordava Pascal, «l’uomo non è angelo, né bestia, e sventura vuole che chi vuol fare l’angelo faccia la bestia»[20]. Un’etica realistica della autenticità capace di contrapporsi ad un’etica della grandiosità, riveste per diverse ragioni un’importanza particolare nell’elaborazione di una cultura dell’infanzia. Innanzitutto la violenza psicologica nei confronti dei minori – l’aspetto meno illuminato, ma più rilevante di tale violenza – al di là delle infinite forme che può assumere, s’accompagna inevitabilmente alla soppressione della genuina soggettività del bambino.

Il trauma più profondo nell’evoluzione di molti bambini non consiste tanto nel dover subire circostanze esterne frustranti, quanto nel non poter esprimere di fronte a tali circostanze le proprie domande, il proprio dolore, i propri sentimenti, per l’assenza di adulti capaci di comprensione e di empatia.

Afferma Maslow: «se il solo modo per conservare il proprio Sé è quello di perdere gli altri, allora il bambino normalmente abbandonerà il proprio Sé»[21]. Se il bambino, come spesso capita, è costretto a scegliere tra l’espressione dei propri bisogni emotivi e la conservazione dell’amore e della sicurezza, garantite dal genitore, egli non ha dubbi: rinuncia alla verità di se stesso, costruisce inconsapevolmente un «falso Sé», finendo di fatto per adeguarsi, anche sul piano del proprio carattere, alle esigenze e agli schemi mentali dell’adulto e inseguendo magari modelli ideali perfezionistici di matrice genitoriale.

L’etica dell’autenticità, che tende a prendere radicalmente le distanze dall’edificazione di un falso Sé ideale e grandioso, si contrappone frontalmente alla violenza nei confronti dell’infanzia: non a caso il genitore che maltratta anche fisicamente i figli tende a dare un’immagine perfetta, ottimale di sé, in quanto padre e madre. Ci tiene a teatralizzare sulla scena sociale il proprio amore e la propria cura dei figli, per nascondere a sé e agli altri la violenza quotidiana che, al di là delle apparenze, si consuma tra le pareti domestiche. Il compito di superare la costruzione e la presentazione grandiosa di Sé spetta a tutti coloro che si pongono compiti educativi nei confronti dell’età evolutiva e certamente non soltanto ad una minoranza di genitori abusanti. La valorizzazione da parte dell’adulto della propria soggettività autentica e delimitata, il  superamento sul piano personale di pericolosi vissuti d’inadeguatezza o di eccessive pretese narcisistiche, possono in effetti garantire processi educativi rispettosi del Sé genuino del bambino. Solo un adulto privo di un Sé grandioso o di carenze narcisistiche può evitare atteggiamenti di strumentalizzazione tesi a compensare le suddette carenze.

Pressato inoltre da modelli ideali perfezionistici, talvolta persecutori, l’adulto tende a discostarsi da un’etica della verità e della responsabilità: sia nei confronti del minore, sia nei confronti di altri adulti tende a nascondere limiti, difetti, ansie, difficoltà, errori, problemi che gli appartengono, per presentare un’immagine inautentica, vissuta come inattaccabile. È di capitale importanza pertanto che la cultura dell’infanzia non alimenti modelli irraggiungibili e colpevolizzanti di comportamento genitoriale ed educativo. Si pensi a certe linee programmatiche dell’ideologia istituzionale scolastica, in base alle quali vengono per esempio richieste all’insegnante di scuola materna le seguenti abilità:

Una elevata cultura generale… una sicura cultura specifica (…) tenute costantemente aggiornate (…) evitando disarmonie con l’ambiente familiare e rimediando alle eventuali carenze di questo (…) capacità di amare i bambini e di coltivare in genere buoni rapporti umani. (…) L’educatrice deve portare così nella propria attività un costante equilibrio emotivo che, arricchito da una tendenza all’ottimismo, all’umorismo, allo spirito lieto, escluda atteggiamenti di ansietà, iperaffettività, malumore, intolleranza, sfiducia. Un profondo senso del dovere, manifestazione di una vivace sensibilità morale, uno spirito di ordine e di coerenza devono assicurare alla vita della sua scuola un’atmosfera di stabilità e sicurezza consentendole di influire beneficamente, specie mediante l’esempio, sui bambini e sulle loro famiglie.[22]

È di particolare importanza che la cultura dell’infanzia non privilegi aspetti spettacolari ed esteriori d’impegno per la tutela dei bambini, quanto piuttosto l’accettazione della problematicità reale della relazione adulto – minore, l’attenzione agli effettivi sentimenti presenti in tale relazione. Sarebbe in effetti assurdo consentire la costruzione di un «falso Sé», di un Sé ideale e grandioso proprio all’interno della mobilitazione a favore dell’infanzia: si tratta dunque di contrastare il tendenziale diffondersi di un’immagine ideale ed inautentica di cittadino «con la coscienza a posto», di un cittadino che s’informa quotidianamente sui maltrattamenti ai minori, che magari finanzia le organizzazioni di soccorso all’infanzia, che è pronto a scandalizzarsi e ad indignarsi in nome dei bambini abusati, che in altri termini è pronto a tutto, fuorché a mettersi in discussione, a riflettere sui propri comportamenti, sulle proprie reazioni emotive in relazione ai bambini e ai ragazzi che gli sono vicini.

Parallelamente, su un altro piano va prestata attenzione all’estensione di un modello di operatore «con la coscienza a posto», impegnato coscienziosamente nei convegni sulle problematiche minorili, pronto magari a criticare dall’alto di una presunta superiorità tecnica le ondate di commozione dell’opinione pubblica circa i maltrattamenti all’infanzia, un operatore anche lui pronto a tutto, fuorché a mettersi in discussione, a compiere una costante verifica razionale ed emotiva della propria prassi lavorativa con i vari Giovanni, Maria, Carletto ed Anna. L’etica dell’infanzia a ben vedere non può essere che un’etica della persona in carne ed ossa, nella sua irripetibile individualità, non può essere che un’etica della valorizzazione, autentica e non grandiosa, della soggettività vuoi del bambino, vuoi dell’adulto che lo ha in cura[23]


[1] P. ARIÈS (1979), voce «Infanzia», in Enciclopedia, vol. VII, Einaudi, Torino, 1979, p.434.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. J. GILLIS, I giovani e la storia, Mondadori, Milano, 1981.

[4] I. MAGLI, «L’antica violenza contro i bambini», La Repubblica, 22 settembre 1984.

[5] J. SWIFT, «Una modesta proposta per evitare che bambini dei poveri diventino un peso per i genitori e il paese, e per renderli utili al pubblico», in Una modesta proposta ed  altre satire, Rizzoli, Milano, 1977.

[6] A. W. BRIAN SIMPSON, Cannibalism and the common law, University of Chicago Press, Chica­go, 1984.

[7] Cfr. A.C. MORO, Erode fra noi, Mursia, Milano, 1988, p.  163.

[8] G. CARLONI, D. NOBILI, La mamma cattiva, Guaraldi, Firenze, 1975, p. 68.

[9] G. DEVOTO, Avviamento alla etimologia italiana, Mondadori, Milano, 1979, p. 41.

[10] D. W. WINNICOTI, Dalla pediatria alla psicoanalisi,  Martinelli, Firenze, 1975, pp. 242-243.

[11] D. NOBILI, intervento in E. CAFFO (a cura di ), Abusi e violenze all’infanzia, Edizioni Unicopli, Milano, 1982, p. 121.

[12] A. MILLER, Il dramma del bambino dotato, La persecuzione  del bambino, Il bambino inascoltato,

editi in Italia nel 1982, nel 1987 e nel 1989 da Boringhieri.

[13] Cfr. C. FOTI (a cura di): Dov’è  andata la strega the mangia i bambini?, Centro Studi Hänsel

e Gretel, Torino, 1989.

[14] A. MILLER, La persecuzione del bambino, cit., pp. 137-187.

[15] Ivi , p. 61.

[16] G. JERVIS (1981), «Pubblicazioni sul narcisismo», Quaderni piacentini, 3, pp. 55-56.

[17] E. JAQUES, lavoro, creatività e giustizia sociale, Boringhieri, Torino, 1978.

[18] M. KLEJN, Scritti  1921-1958, Boringhieri, Torino, 1978.

 

[19] H. LABORIT, L’elogio della fuga, Mondadori, Milano, 1982.

[20] B. PASCAL, Pensieri, opuscoli, lettere, Rusconi, Milano, 1978.

[21] Cit. in I. PORTNOY, «Gli stati d’angoscia» in ARIETI S. (a cura di), Manuale di psichiatria, vol. I,Boringhieri,Torino, 1969,p.330.

[22] Cfr. il D.P.R. 10 settembre 1969, n. 647, «Orientamenti dell’attività educativa nelle scuole materne statali»

[23] Ho sviluppato questo contenuto propositivo di un’etica per l’infanzia in «L’amore di  sé come fondamento di un’etica e di  una cultura dell’infanzia», in Atti  del Convegno Psicologia, Religione, Cultura, Torino, Edizioni Proing, vol. II  pp. 333-344, ed inoltre in «Una storia, una ricerca, un’iniziativa attorno ai bambini e alla soggettività» in C. FOTI (a cura di), Dové andata la strega che mangia i bambini?, cit., pp. 64-72.

Fonte: http://www.cshg.it/ClaudioFoti/ClaudioFotiScritti/EticaInfanzia/EticaInfanzia.htm

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