LA MANIPOLAZIONE DELLA MANIPOLAZIONE MENTALE (CAPITOLO I)

9/11/2014

LA MANIPOLAZIONE DELLA MANIPOLAZIONE MENTALE (CAPITOLO I)

 Paradossi  e vicoli ciechi del libertarismo degli apològeti  dei culti

del Dr. Luigi Corvaglia, psicologo e psicoterapeuta, vice-presidente CeSAP 

 

1. L’argomento epistemologico.

1. a Il paradigma del guardialinee

Da molti anni il dibattito intorno ai culti, religiosi e non, si è polarizzato sulla questione della “manipolazione mentale”. Molti critici dell’opera dei movimenti “anti sette” utilizzano le ambiguità insite nella definizione per sostenere che questi movimenti non avrebbero alcun motivo di esistere. Sostengono che il concetto di manipolazione mentale è privo di senso e di utilità, perché qualcosa che non si riesce a definire non è che un mito. In questo caso, un mito dannoso, perché si rischia di etichettare come “manipolato” e “manipolatore” due attori di una normale relazione in cui avvenga una qualche persuasione. Senza manipolazione, ogni scelta è libera e ogni persuasione è legittima. Questa posizione risulta attraente per due tipi di persone, ma per motivi diversi: i relativisti libertari e coloro i quali temono di poter essere considerati manipolatori. I primi sono preoccupati di proteggere la libertà di praticare riti, credenze o terapie da forme di “ortodossia” religiosa o scientifica. I secondi, in genere, sono i promotori di culti e pratiche alternative sulla cui genuina vocazione libertaria è lecito nutrire più di un dubbio. Per semplificare, però, immaginiamo queste due anime come un unico “partito” che chiameremo difensori delle sette. Costoro spingono l’idea di salvaguardare il diritto di convincere ed influenzare gli altri fino alle estreme conseguenze logiche, ossia fino all’idea illogica che non esistano persuasioni indebite. E’ un’idea equivalente, dal punto di vista logico, a quella per cui qualunque forma di sottomissione a condizioni di lavoro umilianti e degradanti risulta libera una volta sbarazzatisi del concetto di sfruttamento che, in effetti, come quello di persuasione indebita, è impreciso e privo di confini definiti.

Fatta salva la quota di adesione opportunistica costituita dai cultisti stessi, questa posizione può essere tenuta e difesa nella sua forma compiuta solo da chi condivide una visione ideologicamente relativista (“non esiste una visione giusta”, “tutte le idee meritano lo stesso rispetto”) congiunta ad un malinteso libertarismo. Posizione da salotto. Chiunque viva fuori nel mondo reale sa bene che esistono persone che si approfittano di altre e che, pertanto, non proprio tutte le forme di induzione e influenza sono conformi al comune sentire riguardo a ciò che è giusto.

Esiste, poi, un altro fronte, quello detto degli “anti sette”. Secondo la vulgata, i partigiani di questa fazione sono dei laici di professione che sono convinti che la manipolazione mentale sia un fatto. Per questo motivo, essi scovano e inducono i governi a perseguire legalmente i pericolosi “gruppi costrittivi” o “culti abusanti”. Essi “sanno” che la manipolazione non è un mito, ma una pratica concreta e codificata per aver la meglio sulla volontà dell’altro. Questa visione può attrarre due tipi di individui, anche in questo caso, per motivi diversi: i fautori dello “stato etico” e i sinceri liberali. I primi ritengono che compito delle istituzioni sia di impedire alle persone dal compiere scelte dissennate. In questo caso, salvaguardarle dall’indebita induzione a compiere scelte controproducenti. Personalmente, questa visione, se intesa in senso estremo e compiuto, mi è aliena quanto quella dei difensori delle sette. Infatti, come definire quando una scelta è libera o influenzata indebitamente? Non esiste né un limite né un criterio per dirlo. Questo sembra portare acqua al mulino del partito dei difensori delle sette, i quali ragionano più o meno così: “nessun criterio di manipolazione? Nessuna manipolazione. Tutti influenzati? Nessuno influenzato”, che è ragionamento alquanto naif. In realtà, questo tipo di contrapposizione è già avvenuta nella storia del pensiero. Erano gli anni della contestazione e una frangia del movimento antipsichiatrico, capitanata da Thomas Szasz, era arrivata ad affermare che, poiché non esistono criteri biologici oggettivi per poter effettuare diagnosi psichiatriche, le diagnosi sarebbero state solo “miti” inutili e dannosi. La storia si ripete. Sarà un caso, ma molti anni dopo, Szasz sarebbe diventato il presidente della Citizen Commissions on Human Rights(CCHR), una delle emanazioni della “Chiesa di Scientology”, nonché un esponente dell’anarco-capitalismo, una corrente politica, fondata da fuoriusciti del Partito Repubblicano, che ritiene insensato proprio il concetto di sfruttamento economico di cui si parlava nell’esempio qualche paragrafo più sopra. Questa frangia ostile alla psichiatria mirava a rendere inutilizzabile il concetto di patologia psichica fino alla conseguenza che “siamo tutti normali”. Come si vede, la linea di pensiero è la stessa del partito dei difensori delle sette. L’intenzione dichiarata è lodevole (la difesa della libertà), ma l’esito è paradosssale. Sennonché, oggi sono pochi irriducibili a credere che, nonostante la riconosciuta difficoltà ad oggettivare con test biologici i disturbi, le malattie mentali siano “un mito”, e questi pochi, probabilmente, frequentano gli stessi salotti visti prima. Nessuno nega che la Schizofrenia sia una malattia, grave, dolorosa e apportatrice di sofferenza per tutto l’entourage del malato. Eppure non esiste alcun test biologico o esame obbiettivo per dimostrarla. C’è la clinica. Ci sono i sintomi. L’obiezione per cui la manipolazione è un mito perché non è oggettivabile in modo diretto non regge, in quanto, come la schizofrenia, è individuabile da elementi facili a cogliersi. Così anche la mancanza di una precisa delimitazione fra una lecita persuasione ed una vera e propria manipolazione è di sicuro un problema, ma non meno di quanto lo sia la delimitazione fra la Schizofrenia chiara e conclamata e un’ideazione bizzarra. A garanzia dell’individuo, basta riservare l’etichetta diagnostica ai casi più estremi ed incontrovertibili. In altri termini, l’esistenza di una ampia zona grigia di indefinizione non significa affatto che sia impossibile cogliere i casi estremi. L’esistenza dell’acqua tiepida è un fatto, come quella del grigio, ma non ha mai impedito di distinguere l’acqua calda da quella fredda (o il bianco dal nero). Il ragionamento dei difensori delle sette, invece, è paragonabile a quella di chi mettesse dieci uomini sotto dieci docce a calore crescente in una fila e se la prendesse con l’ustionato dell’ultima cabina con l’argomento che non c’è alcun criterio oggettivo per definire quando l’acqua diventa troppo calda. Il classico stile ideologico per cui se i fatti non si adeguano alla teoria, tanto peggio per i fatti. Ecco perché ritengo che una persona ragionevole e priva di paraocchi ideologici – quello che definisco il “sincero” liberale – non possa che prendere atto dell’esistenza del fenomeno “manipolazione”. Da qui a ritenere questa manipolazione un incontrovertibile insieme di tecniche infallibili e codificate ce ne passa.

Poiché ho utilizzato l’argomento della psichiatria, cercherò di rendere comprensibile il mio discorso continuando a farne uso grazie all’aiuto di un noto esponente della materia, Allen Frances. Questi è stato il direttore del progetto redazionale del DSM IV (Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders – IV Edition), la cosiddetta “bibbia della psichiatria”. Oggi è il più feroce critico del DSM 5, colpevole, a suo dire, di produrre un’inflazione diagnostica che arriva ad erodere la normalità e a medicalizzare, per il beneficio di Big Pharma, la vita quotidiana. E’, quindi, persona che riconosce il valore della diagnosi psichiatrica ma che ci mette in guardia dai suoi abusi. Nel suo libro “Primo, non curare chi è sano” (Bollati Boringhieri, Milano, 2013) c’è un paragrafo in cui affronta il problema della natura della diagnosi1. Egli afferma che essa non descrive una “malattia” come dato oggettivo ma nemmeno è etichetta di un mito. Essa è un utile costrutto. Fra coloro che ritengono che la malattia mentale non esista (Szasz e gli scientologisti, ad esempio) e coloro che la rendono endemica ed ubiquitaria (i redattori del DSM 5) non si sa chi fa più danni. “”Entrambi gli estremi sono pericolosi – scrive Frances – avere un concetto inflazionato di disturbo mentale che elimina la normalità e avere un concetto inflazionato di normalità che elimina il disturbo mentale”2. Così come è pericoloso, notiamo in parallelo, avere un concetto inflazionato di lecita induzione che elimina gli abusi o un concetto inflazionato di manipolazione che elimina la libera scelta. Il modo migliore di capire l’essenza di qualcosa che si vede solo indirettamente, come la malattia mentale o la manipolazione, è paragonare il modo di procedere di tre guardialinee rispetto al fuorigioco e alle posizioni regolari. Nella nostra metafora il fuorigioco è la presenza della manipolazione (chiameremo questo fatto “positività”) e posizione regolare ne sarà l’assenza (“negatività”). Avremo:

Guardalinee 1. “Ci sono posizioni regolari e fuorigioco e io li fischio per quello che sono”;

Guardalinee 2. “Ci sono posizioni regolari e fuorigioco e io li fischio per quello che vedo”;

Guardalinee 3. “Non ci sono né posizioni regolari né fuorigioco finché non li fischio io”.

Guardialinee 1 pensa che la manipolazione sia un dato oggettivo e che si riconosca. Guardialinee 3 che sia un mito. Guardalinee 2 ritiene che sia un costrutto utile a definire un pezzo di realtà con i mezzi in suo possesso.

Guardialinee 1 ha troppa fiducia nella nostra capacità di cogliere per intero e incontrovertibilmente la realtà. Guardalinee 3 è uno scettico relativista e crede che non esistano mai criteri oggettivi. Guardalinee 2, più saggiamente, non si lascia scoraggiare dalla sfuggente della realtà e dai suoi caratteri indefiniti. Lui fischia i fuorigioco quando li vede. Una condizione che limita i “falsi positivi” (guardialinee 1) e i “falsi negativi “ (guardialinee 3). La manipolazione non è un insieme codificato, infallibile e oggettivabile di tecniche di controllo del pensiero, come vorrebbe guardialinee 1; non è neppure un mito immaginario e pericoloso come immagina guardialinee 3. Al contrario, ci fa capire Frances, quella di guardialinee 2 è “una versione molto concreta del pragmatismo utilitaristico”. Egli è ben cosciente che la nostra classificazione del mondo è una collezione di costrutti fallibili ma che senza costrutti non potremmo comunicare né studiare in vista di una sua comprensione. Non potremmo, poi, impedire che qualcuno faccia male a qualcun altro. Quando esistono una serie di elementi presuntivi di indebita induzione il nostro guardialinee 2 fischierà un fuorigioco. Non li vedrà tutti, ma i più palesi di sicuro. Questi elementi presuntivi saranno molti e convergenti e andranno dal provato utilizzo di modalità suggestive che travalichino la normale argomentazione persuasiva – che non si possono identificare con la manipolazione, ma che sono una delle spie fondamentali di una intenzione di persuasione indebita e interessata – al repentino e drammatico mutamento di opinioni e stili di vita del “persuaso”, passando per l’evidente sbilanciamento nella relazione induttore-indotto (e da cui trae maggior vantaggio il primo) e la cessazione di rapporti col precedente entourage. Come sintetizza sagacemente Pat Linse, art director dello Skeptic’s Review, “Un culto è quando dei vecchi riescono a fare sesso con ragazze giovani alle quali non avrebbero normalmente accesso”. Insomma, abbiamo bisogno di costrutti utili a descrivere le dinamiche del mondo e quello di “manipolazione mentale” è utilissimo a definire quella condizione di persuasione disonesta ed interessata di cui vediamo costantemente i nefasti frutti. Senza una categorizzazione, per quanto sfuggente nei suoi contorni, è praticamente impossibile qualunque forma di intervento a salvaguardia delle parti offese perché, in definitiva, si nega l’esistenza stessa di una parte offesa. Siamo sicuri che una visione “libertaria” di tale tipo fornisca una garanzia di libertà maggiore di quella degli “anti sette”? Permettetemi di nutrire qualche dubbio al riguardo e di spiegarvi perché.

1.b La crisi dell’oggettività e l’ individualismo irresponsabile dei falsi libertari

A partire dagli anni ’50 del ‘900, ma con una forte accelerata nei ’70, la critica alle pretese di neutralità dei saperi esatti ha posto le basi per la diffusione anche nella media cultura del cosiddetto “post modernismo”, un pensare completamente relativistico che apprezza qualunque tradizione che si ponga lontano dal razionalismo occidentale. Ciò comporta una critica delle capacità conoscitive degli scienziati e perfino un attacco all’oggettività dei dati empirici. Il sospetto verso ogni forma di sapere “competente” è all’origine tanto del fiorire di culti più disparati quanto della diffidenza nei confronti dei loro critici i quali, appunto, sono generalmente dei “tecnici”. Correnti romantiche anti-moderniste ed anti-occidentali decretano una crisi dell’oggettività. Infatti, in questo clima culturale, la rivendicazione di posizioni che non tengano conto di prove è presentata come una manifestazione di libertà e difendere gruppi che praticano riti esoterici, medicine alternative e occultismo una prova di apertura mentale. Ciò dovrebbe garantire, dicono i nemici dell’oggettività, la tolleranza. Esattamente il contrario. Ciò favorisce l’irresponsabilità. Non perché non sia giusto far praticare qualunque idea o rito innocuo, ma perché, partendo da una teorica “tolleranza” che si esprime con l’astenersi dal giudizio – dato che le idee sono tutte uguali e i dati sono idee come tutte le altre -, anche riti, culti e pratiche tutt’altro che innocue passeranno il test della tollerabilità. Basta non dare peso ai fatti. I fatti sono idee come tutte le altre e, se sostenute con fare “competente”, sono idee malvagie, perché mirate a separare la farina buona da quella cattiva. Come i chierici con Galileo, basta rifiutarsi di guardare nel cannocchiale. La cosa denuncia la falsità di questa tolleranza. Come fa notare Giovanni Jervis, “è constatabile una divaricazione fra le due componenti che, legate fra loro, avevano reso credibile l’individualismo moderno. La difesa dell’autonomia personale e l’assunzione di responsabilità. Accade che il primo dei due termini venga esaltato e il secondo rifiutato” (“Individualismo e Cooperazione”, Bari, Laterza, 2002)3. E’ questo il “soggettivismo irresponsabile” al quale si abbeverano molti dei difensori dei culti.

Al di là di una tolleranza portata sul bavero come la coccarda di un gruppo scout, di genuinamente libertario in tutto ciò non c’è nulla. Gli effetti paradossali di questa “cultura” neo-romantica e neo-tribale sono almeno due. Il primo è che, se tutte le idee e gli stili di vita si equivalgono, si è costretti ad attribuire uguale dignità alle idee democratiche come a quelle totalitarie. Ad esempio, quelle che opprimono la donna per motivi religiosi Questo tipo di visione è solo apparentemente rispettoso delle fedi e dei costumi ed è basato su quello che Pierre-Andrè Taguieff chiama “diritto alla differenza”. Taguieff è uno dei maggiori esponenti del razzismo differenzialista, cioè la teoria portata avanti dalla “Nuova Destra”, un razzismo culturale mirato alla non integrazione e realizzato salvaguardando la convivenza di idee e credenze incompatibili fra loro. Esattamente come i “libertari” difensori delle sette fanno con i gruppi abusanti e costrittivi.

Il secondo motivo per cui non vi è nulla di realmente libertario dietro il vuoto farsi belli della propria apertura mentale da apologeta delle sette è che questa posizione sostituisce una forma di autorità con un’altra. Infatti, a chi fa notare che alcune teorie sono più verosimili di altre, perché sono meglio verificate, viene contrapposta l’obbiezione “Chi decide cosa è verosimile? Quale autorità può dirlo?”. A chi fa notare che una certa persona è stata plagiata, viene risposto “Chi dice che è stata plagiata? Quale autorità può dirlo?”. Le obbiezioni sono fasulle. La risposta non dovrebbe essere “Chi decide?”, ma “Quali fatti decidono?”. Ma questo significherebbe di guardare nel cannocchiale. La debolezza del ragionamento è tutta qui ed è la causa per cui l’autorità, cacciata dalla porta della razionalità, rientra dalla finestra del sentimento. Lascio la parola a Jervis:

(…) la critica allo strapotere degli esperti non viene esercitata nel nome del diritto di andare a cercare, per conto proprio, fatti e verifiche, bensì nel nome delle emozioni, dell’immaginazione, della nobiltà di tutte le idee. Il dibattito, rifiutando il valore di prove e controlli, rinvia solo all’opinione personale, alla soggettività più o meno attendibile di qualcuno. E allora accade, inevitabilmente, che qualcuno risulti più dotato di carisma di qualcun altro, e finisca per essere più ascoltato. In pratica, non è vero che tutti i pareri sono ugualmente autorevoli: a qualche individuo più che ad altri – abbiamo tutti bisogno di padri, diceva Freud – viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo, rifiutando gli esperti ci si ritrova fra le braccia dei santoni.4

1Frances, A., Cosa sono i disturbi mentali: malattie, miti o qualcos’altro?, in Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione di malattie, Milano, Bollati Boringhieri, 2013, pp. 38-41

2Ibidem, pag. 39

3 Jervis, G., Individualismo e Cooperazione. Psicologia della politica, Bari, Laterza, 2002, pag. 139

 

 

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