Convertita su internet…mi sono trovata all’inferno (Trad. ITA)

Libera traduzione a cura favisonlus dell’intervista tratta da LE JDD, qui:

http://www.lejdd.fr/Societe/Religion/Convertie-sur-Internet-je-me-suis-retrouvee-en-enfer-718136

 

INTERVISTA – Questa è la storia di un lungo incubo. Ora, a 19 anni, la ragazza figlia di un militare racconta come è caduta nell’ Islam radicale. Una testimonianza sconvolgente.

Ha accettato di testimoniare a condizione che fosse preservato l’anonimato,e tenuto nascosto il nome della città del sud ovest dove risiede. La paura è ancora lì, in agguato da qualche parte. Con il rischio di rappresaglie. “E’ veramente scampata a una morte certa”, mormora il padre di questa giovane e bella ragazza di 19 anni. Anche lui  vuole rimanere nell’ombra. Per oltre due anni il militare ha combattuto con le istituzioni, convinto di non essere di fronte a  una semplice conversione della figlia, bensì a una deriva settaria.

“Il meccanismo di indottrinamento è lo stesso di quello utilizzato dalle sette: prima una fase di seduzione poi una di decostruzione per provocare la rottura”, dice Catherine Picard, presidente dell’Unione Nazionale delle associazioni  di difesa della famiglia e dell’individuo vittime delle sette (UNADFI). Le adolescenti sono facili prede. “L’immaginario di queste ragazze si nutre dell’idea che se un uomo capace di morire per le sue convinzioni, allora l’idea necessariamente veritiera e corretta”, ha detto il sociologo Farhad Khosrokhavar, direttore degli studi presso l’EHESS * evocando un “neo-romanticismo mortale “.

Come ha fatto a uscire del radicalismo?

Lo devo ai miei genitori. E’ a mia madre che è venuta a cercarmi e mi ha riportato a casa con  lei. Ero sposata da sei mesi,  incinta e completamente distrutta. Mi era stato detto che la donna nell’Islam è una regina, è una perla, ragione per cui è tanto importante preservarla. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Ero così sottomessa e condizionata che non avevo nemmeno le risorse per uscire. Stavo per lasciarmi morire.

Come ha fatto a convertirsi all’Islam?

Una notte, sola nella mia camera, ho pronunciato la Shahada, la professione di fede. Avevo 16 anni e degli amici musulmani. Ero solo in cerca di spiritualità. Volevo credere in qualcosa. E l’Islam era facilmente accessibile. Anche se ero stata battezzata dai miei genitori, non mi sentivo poi così tanto vicina al cattolicesimo a causa della sua organizzazione piramidale, con al vertice della gerarchia il Papa e troppi intermediari fino a Dio. Mi sono radicalizzata in un paio di settimane su Internet. Volevo saperne di più sull’ Islam, imparar e anche condividere. Ho iniziato a partecipare a gruppi su Facebook. Da quel momento, un sacco di gente che non conoscevo si è aggiunta come “amico”. Si ha la sensazione di essere accolti. E poi c’era una tale coesione di gruppo. E ‘come una famiglia. In realtà, si entra in un circolo vizioso che ti porta via tutto il tempo.

Vale a dire?

Su Internet, i predicatori hanno ricette per tutti i settori della vita. Dal modo in cui dovremmo bere un bicchiere d’acqua fino alla vita sessuale. Ti danno istruzioni su ogni minimo dettaglio. Ma non è mai in modo autoritario. Essi mirano al cuore. E poi hanno forza di convinzione. Si capisce subito che sanno cosa vogliono e si avverte subito la voglia di seguirli! Ricevevo anche ogni giorno promemoria islamici sulla bacheca del mio profilo o nella mia casella di posta elettronica, foto di donne col velo, video che mostrano musulmani massacrati in Siria e Palestina,  bambini sepolti vivi … Non puoi rimanere insensibile a tali atrocità.

Aveva pensato di partire per la Siria o l’Iraq?

Ero pronta ad andare in missione umanitaria in Mali. Non avevo davvero che buone intenzioni e nessuna consapevolezza dei rischi. Ho anche pensato di sposarmi, una volta lì, come mi era stato consigliato. Il radicalismo è di un banalità assoluta. Tutte le ragazze pensano che tutto quanto accade nella vita come su Internet. Nelle comunità di sorelle, ancora su Facebook, alcune parlano della loro vita sognata come sposa. E’ come un romanzo! Io ci credevo. Il giorno del mio diciassettesimo compleanno  sono andata a convertirmi alla moschea perché, su internet, mi è stato detto che era indispensabile. Lì mi è stato dato un nome musulmano. E’ un po’ come avere una nuova identità. Diventi qualcun altro.

E i suoi genitori come hanno reagito?

Erano devastati. Sono andati in tribunale che non ha compreso la situazione. Gli assistenti sociali hanno sostenuto che i miei genitori mi proteggevano troppo. Il giudice stabilì che bisognava lasciarmi vivere la mia vita. Impossibile far capire loro che non era semplice conversione, ma indottrinamento. Ero cambiata totalmente, dal giorno alla notte. Volevo abbandonare la mia formazione per seguire gli studi coranici. Mentre lavoravo in una salone di bellezza, non mi prendevo più cura di me: non mi truccavo più, non mi depilavo le sopracciglia, indossavo abiti lunghi senza forme con maniche lunghe e calze coprenti. Il resto del tempo, indossavo il jilbab [un capo lungo con un cappuccio]. Questo può sembrare folle, ma quando si inizia a indossare uno jilbab, è un po’ come una seconda pelle, come un’armatura: ti senti al sicuro.

E a casa?

Rimanevo chiusa nella mia stanza. Non dicevo nulla di quello che stavo facendo. Non accarezzavo più il nostro cane e non gli permettevo di avvicinarmi per non dovermi lavare le mani o i miei vestiti sette volte. Mi è successo anche di dargli calci per respingerlo. Mi sono isolata da tutti e dalle mie amiche che si truccavano e uscivano di sera. Ero arrivata  a pensare che non erano sane. Rifiutavo di partecipare ai pranzi di famiglia. Ripetevo che non mi sentivo francese, che avrei lasciato quel paese di miscredenti. Mia madre ha finito per cadere in depressione. Ero diventata un estranea. Un giorno le ho detto: “Quando ci sarà la guerra, io ti coprirò con un velo in modo che non ti uccidano!”

Non si dice abbastanza quanto sia difficile per le famiglie assistere impotenti alla radicalizzazione dei loro figli. Oggi mi rendo conto di quanto hanno sofferto i miei genitori, soprattutto da quando, due anni fa, non vi era ancora alcuna struttura a loro sostegno. Erano soli. Mio padre si è battuto molto, soprattutto per la creazione di una associazione di lotta contro le derive settarie dell’Islam radicale. Io gli devo molto. I miei genitori non mi ha mai abbandonata. Senza di loro, non so come sarei potuta uscirne.

Ha la sensazione di aver perso ogni senso critico?

Questo è il peggio: si hanno certezze, ma in realtà non si sa nulla. Tutto quello che si conosce, si è appreso su Facebook o Youtube … Così è anche per anche per i musulmani che si radicalizzano su Internet e per l’amica che mi aveva mostrato come pregare. Mi dava un sacco di consigli che ho seguito senza fare domande. E ‘stata lei che ha scritto il mio annuncio per trovare un marito su Internet, “Giovane sorella convertita, 17enne, vuole sposare un uomo che segue la Sunnah.” Avevo postato su Facebook in gruppi d’incontri per il matrimonio halal. Ho finito per credere che una donna non può fare nulla senza un uomo. Volevo a ogni costo sposarmi e avere cinque figli per adempiere al mio ruolo di fronte a Dio. Ero anche arrivata a pensare che la poligamia poteva presentare alcuni benefici come spiegavano alcuni francesi partiti per l’Egitto o lo Yemen, con i quali ero in contatto su Facebook.

Nel suo annuncio, lei indicava di essere minorenne. E’ stata contattata da uomini?

Una donna mi ha risposto che conosceva un fratello che poteva essere interessato. E’ lei che ci ha messo in contatto. Aveva 27 anni. Sulla sua immagine del profilo, portava la bandiera nera della jihad. Voleva partire per l’Arabia Saudita o lo Yemen. Mia madre è piombata sulla nostra conversazione. Ne era angosciata! Ha chiuso di colpo. Ma dopo è venuto un altro pretendente.

Come lo ha conosciuto?

Andava alla moschea. Ha iniziato a seguirmi all’uscita dalla preghiera fino a casa mia. E’ venuto a darmi il suo numero di telefono. Passava ore nell’ auto sotto le mie finestre ad ascoltare canti islamici, con il volume al massimo. Aveva 20 anni più di me e parlava a mala pena il francese ma ho volevo assolutamente sposarlo! Mia madre, che stava molto male per causa mia,  è stato ricoverata in ospedale. Lui è stato a vistarla sul letto d’ospedale per convincerla a darmi il permesso di sposarlo perché io ero ancora minorenne.Poi ha lasciato stare. Ho saputo recentemente che mio padre aveva condotto una piccola indagine e aveva appreso di una sua truffa per il permesso di soggiorno. Dovette fargli capire che non gli avrebbe permesso di fare un “matrimonio grigio” con la figlia.

Ha finito comunque per sposarsi a 18 anni…

Trovare un marito, non è complicato. La priorità è che segua la Sunnah, che reciti  le preghiere,  porti i qamis e la barba, che i capelli non vengano tagliati come quelli dei miscredenti, non parli con le donne. Poco dopo, un’amica mi ha parlato di un uomo presentandolo come una brava persona perché aveva rifiutato di lavorare per la vendita di alcol. La settimana seguente, l’ho incontrato  dallo zio della mia amica, perché non è conveniente vedersi da soli quando non si è sposati. Abbiamo passato meno di un’ora insieme.

E questo non le  è sembrato totalmente pazzo?

Non ero a conoscenza dell’aberrazione della situazione. Ero così soggiogata che avevo l’impressione che fosse normale. E poi aveva un aria così gentile! Non avevo idea che fosse una truffa. E così, un paio di giorni dopo i miei 18 anni, ho sposato un uomo che non conoscevo. Il giorno del nostro matrimonio, ho alloggiato da un’ amica con le donne. Gli uomini erano a casa di lui.

Quindi lei non ha assistito al suo matrimonio?

Non al matrimonio religioso; tre mesi più tardi, ci siamo sposati in municipio secondo il suo volere. Nell’Islam, una donna può essere rappresentata da suo padre. E quando il padre è un non credente, lei può essere rappresentata da un “tutore”. Mio marito mi aveva scelta, un africano che non conoscevo affatto. Non sarei riuscita a riconoscerlo se lo incontravo. Mi hanno fatto andare nella casa del mio futuro marito. Mi ha parlato in bagno perché gli dessi il mio consenso,  poi mi ha lasciata andare. Dovevo tornare la sera stessa, quando non ci fossero stati altri uomini che non lui.

Come è successo?

Volevo una vita estrema. Sono finita in un inferno. In un appartamentino squallido, con un uomo che faceva le abluzioni, ma non si lavava col  sapone, non si puliva i denti che con lo siwak. Dovevo chiedere scusa ogni volta che parlavo con lui. Non potevo nemmeno strizzare l’occhio o fare la lingua, mi diceva  che era shetan e che sarei bruciata all’inferno. Mi umiliava tutto il tempo. A volte andavo a dormire in un angolo o ai piedi del letto. Non avevo il diritto di uscire senza il suo permesso, anche in situazioni di emergenza. Anche per comprare il pane con i miei soldi dovevo avere la sua autorizzazione! Quando mi dava un ordine, dovevo eseguirlo immediatamente senza pensare. Però mi ha lasciato continuare a lavorare in modo che potessi dargli  i soldi per la da’wa, la chiamata all’Islam. Come attivista religioso del movimento Tabligh in Francia era obbligato a partire in missione per diversi giorni per diffondere il messaggio di Allah.

E non ha mai avuto voglia di andarsene?

Dopo una settimana di matrimonio, volevo già divorziare. Ma avevo paura delle reazioni, di ritrovarmi messa al bando. Su Internet, leggevo che era haram, che era sbagliato lamentarsi , che una donna non doveva mai criticare il marito. Non mi sentivo nemmeno in diritto di parlarne intorno a me. Poi mi sono trovata rapidamente incinta e sono stata ricoverata più volte per il vomito; non appena la mia salute è migliorata, sono tornata al mio carcere. Ero molto ritirata, piegata su me stessa, così debole che non riuscivo a muovermi, ma questo non gli ha impedito di abusare di me. A volte mi considerava una commediante, qualche volta mi diceva che sarei andata in paradiso perché era la volontà di Dio.

Non ha trovato sostegno nella comunità?

Nessuno. E quando mia madre mi ha raccolta dopo il mio ultimo ricovero, le mogli degli amici di mio marito mi hanno chiamato per convincermi a tornare da lui. Mi dicevano che una donna più è provata, più sarà ricompensata. Poi ho cominciato a ricevere SMS che dicevano che ero un cattiva musulmana e che sarei andata all’inferno. A un certo punto, i miei genitori finirono per togliermi il telefono.

Gli esperti paragonano la radicalizzazione alla morsa di una setta. E’ così complicato tirarsene fuori?

Non più tardi del mese scorso, ex fidanzate che indossavano il jilbab sono venute a bussare alla mia porta: “Sembra che tu abbia tolto il velo, bruciato i  libri religiosi e che ora vai a letto con gli uomini!” Ho detto loro che non indossavo più il velo, ma che tutto il resto non sapevo che fosse! Mi trovo ancora a doverne rendere conto. La cosa più incredibile è che mi hanno chiamata ancora per presentarmi uomini da sposare!

Ha avuto delle conseguenze?

Quando ho lasciato, non potevo sopportare la folla, il rumore. Quando mio padre mi ha portato al supermercato, sono stata presa da vertigini e sudorazione. Ancora oggi, vomito quando sento un odore che mi ricorda il mio calvario. A forza di aver vissuto in una casa morta, senza televisione, senza radio, senza libri, senza nessuno, avevo perso l’abitudine di parlare e scrivere. A volte avevo l’impressione di diventare pazza. Oggi so che ero capace di guardare un soffitto per giorni e giorni.

Come vede il suo futuro?

Vorrei trasferirmi in un’altra città ma sono bloccata qui, finanziariamente. Cerco lavoro. Non è facile, perché ho lasciato il mio lavoro. Sono sola nei miei sforzi. Inoltre non vi è ancora alcuna giurisprudenza per questo controllo settario islamico! Io combatto anche per mio figlio che ha solo pochi mesi. Mi ha dato la forza per rialzarmi. Sapevo che vita lo aspettava: niente giocattoli, niente disordine, niente disegni … una vita di clausura! Era inconcepibile. Mio figlio mi ha salvata. Senza di lui, non sarei più qui. E oggi, dopo essere stata ingannata così tanto, non mi si parli più di religione!

Radicalisation (Éd. de la Maison des sciences de l’homme)

 

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