Similarità tra gruppi del terrore e sette religiose manipolative. L’opinione del sociologo e antropologo Pablo Herreros

Libera traduzione a cura favisonlus dell’articolo a firma di Pablo Herreros pubblicato sul EL MUNDO e consultabile qui:

http://www.elmundo.es/blogs/elmundo/yomono/2015/03/21/ideas-de-destruccion-masiva.html

 

IDEE DI DISTRUZIONE DI MASSA

L’incomprensione circa le vere cause del terrorismo continua. Come hanno dimostrato ancora una volta gli ultimi massacri in Tunisia e Yemen, alcuni primati umani continuano a utilizzare la strategia del terrore per imporre la loro visione del mondo e sembra non si possa fare nulla contro questa minaccia. L’Occidente è a corto di idee. L’ignoranza su ciò che motiva queste persone a compiere tali azioni rimane, anche se fin dagli anni ’70 il fenomeno è investigato da sociologia e psicologia.

L’ ipotesi tradizionale postula  che gli individui scelgono il terrorismo come opzione dopo un calcolo di costi e benefici. Il risultato determina quali tattiche impiegare e le condizioni sociali sono sia il contesto che la condizione. Per esempio, il terrorismo, per gran parte del ventesimo secolo, del gruppo degli Ustascia, (movimento terroristico nazionalista cattolico), in Croazia, includeva elementi di “rabbia”, poiché non erano stati accolti nelle università. Nella Striscia di Gaza, la disoccupazione giovanile e la noia sembrano essere stati presupposti comuni. Altri parlano di frustrazione o di narcisismo come motivi scatenanti aggressività.

Ma queste speculazioni, anche se possono in parte spiegare alcune azioni terroristiche, sono inutili nel caso dell’Islam radicale e di attacchi come quelli in Tunisia contro i turisti così come della lunga serie di omicidi, indigeribili per altre culture democratiche come la nostra

Dal punto di vista psichiatrico, sembra non vi sia un più alto tasso di processi patologici in soggetti che compongono questi gruppi. La maggior parte di costoro non sono malati mentali, a eccezione dei casi di terroristi solitari, come quello di Theodore Kaczynski, meglio conosciuto con il soprannome di Unabomber.

Ma forse la realtà è più complessa e noi ci troviamo di fronte a tutto questo contemporaneamente, sostenuto da modelli mentali che appartengono a subculture, come pensa il criminologo Franco Ferracuti. Questo significa che la guerra è di valori e di idee e ogni sottocultura normalmente ha le sue.

Né possiamo prevedere chi diventerà un terrorista. Gli studi sulla personalità evidenziano tratti caratteriali condivisi dalla maggior parte di loro. David Hubbard, nel 70 ha intervistato alcuni terroristi che avevano cercato di fare esplodere aerei. I tratti e le storie di vita comuni erano: un padre violento e spesso alcolizzato, una madre profondamente religiosa, la sessualità segnata da timidezza, personalità passiva, crisi economica e limitate potenzialità per migliorare. Ma ancora una volta, queste caratteristiche sono presenti anche in soggetti che non hanno mai pensato di fare del male ad alcuno.

Lo psicologo Jerrold Post ritiene che la forma più potente di terrorismo si trasmetta di padre in figlio, di generazione in generazione, come nel caso di IRA, ETA o dello Stato islamico. La ragione è che la psicologia di queste comunità che sostengono azioni violente cambia e sono in grado di giustificare gli atti più abominevoli in nome di un valore più alto. E’ ciò che definisco con l’espressione “idee di distruzione di massa”.

La dinamica dei gruppi terroristici è molto simile in tutto il mondo. I loro metodi sono analoghi a quelli delle sette religiose. Richiedono impegno totale da parte dei membri, vietano i rapporti con gli estranei. Regolano o proibiscono la vita sessuale e impongono la conformità. Ottengono la coesione attraverso la reciproca fiducia e attuano il lavaggio del cervello mediante una particolare ideologia. Ma ancora una volta, non vi sono le informazioni per aiutarci a identificare i possibili, futuri terroristi.

In questo senso, a volte gli studi e le speculazioni servono per nascondere una realtà difficile da accettare per la mente di qualsiasi mammifero, in particolare per i primati come noi: non controlliamo la situazione, e questo genera sentimenti diffusi di impotenza. Siamo una specie più fragile e più malleabile di quello che vorremmo essere.

 

NOTA SULL’AUTORE: Pablo Herreros è sociologo, antropologo e primatologo. E’ autore del libro “Yo, mono”

Il suo sito internet è consultabile qui:

www.primates.es ywww.pherreros.com
Contatto: pabloherrerosubalde@gmail.com

 

Di seguito il testo originale

Ideas de destrucción masiva

La incomprensión sobre las verdaderas causas del terrorismo continúa. Como acaban de demostrar de nuevo las últimas masacres en Túnez yYemen, algunos primates humanos siguen empeñados en utilizar la estrategia del terror para imponer su visión del mundo y parece como si no pudiéramos hacer nada que hacer ante esta amenaza. Occidente se ha quedado sin ideas. La ignorancia sobre qué motiva a estas personas a llevar a cabo tales acciones continúa, a pesar de que desde los años 70 se está investigando sobre este fenómeno desde la sociología y la psicología.

Las hipótesis tradicionales postulan que los individuos escogen el terrorismo como opción tras un cálculo de costes y beneficios. El resultado determina qué tácticas emplear y las condiciones sociales son el contexto que las condicionan. Por ejemplo, el terrorismo durante gran parte del siglo XX del grupo Ustacha (movimiento terrorista de carácter nacionalista católico) en Croacia incluía elementos de rabia porque no eran aceptados en las universidades. En la franja de Gaza, el desempleo de los jóvenes y el aburrimiento parecen también parecen ser condiciones previas comunes. Otras hablan de la frustración o el narcisismo como detonantes de la agresividad.

Pero estas especulaciones, aunque explican en parte algunas acciones terroristas, son inservibles en el caso del islamismo radical y atentados como los de Túnez contra turistas, así como también un largo etcétera de asesinatos que son difíciles de digerir para otras culturas democráticas como la nuestra.

Desde el punto de vista psiquiátrico, no parece haber una mayor tasa de trastornos patológicos en los individuos que componen estos grupos que en cualquier otra sociedad. En su mayoría no son enfermos mentales, con la excepción de los casos de terroristas solitarios, como ocurrió con Theodore Kaczynski, más conocido con el sobrenombre de Unabomber.

Pero quizás la realidad sea más compleja y nos estemos enfrentando a todo eso a la vez, apoyado además por modelos mentales que pertenecen a subculturas, como por ejemplo piensa el criminólogo Franco Ferracuti. Esto se traduce en que la guerra es de valores e ideas, pues cada subcultura suele poseer unos propios.

Tampoco podemos predecir quién se convertirá en terrorista. Los estudios sobre personalidad arrojan rasgos del carácter que comparten la mayoría de ellos. David Hubbard, en los años 70 entrevistó a varios terroristas que habían tratado de estallar aviones. Los rasgos e historias vitales comunes eran: un padre violento y a menudo alcohólico, una madre profundamente religiosa, una sexualidad marcada por la timidez, personalidad pasiva, crisis económica y un potencial de mejorar limitado. Pero una vez más, estos hechos también están presentes en individuos que jamás han pensado en hacer daño a alguien.

El psicólogo Jerrold Post cree la forma más potente de terrorismo es la que se transmite de padres a hijos, de generación a generación, como en el caso del IRA, el Estado Islámico o ETA. La razón es que la psicología de estas comunidades que apoyan los actos violentos cambia y son capaces de justificar los actos más abominables en nombre de un valor superior. Son lo que yo llamo ideas de destrucción masiva.

La dinámica de los grupos terroristas es muy similar en todo el mundo. Se parecen en sus métodos a las sectas religiosas. Requieren de compromiso total de los miembros, prohibiendo las relaciones con los de fuera. Regulan o prohiben la vida sexual e imponen la conformidad. Buscan la cohesión mediante la confianza mutua y tratan de lavar el cerebro con una ideología particular. Pero una vez más, no es una información que nos ayude a identificar posibles terroristas futuros.

En este sentido, a veces los estudios y las elucubraciones se realizan para esconder una realidad difícil de aceptar para cualquier cerebro mamífero, especialmente los primates como somos nosotros: no controlamos la situación y esto genera sentimientos de indefensión generalizada. Somos una especie más frágil y más moldeable de lo que nos gustaría ser

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