Il fisco del santone di Scientology. Creare un culto per non pagare le tasse

22 Giugno 2015

Il fisco del santone

Come non pagare le tasse? Il fondatore di Scientology aveva inventato un metodo sicuro: trasformatevi in una chiesa

di Michele Masneri

L. Ron Hubbard il fondatore di Scientology

In giornate di cartelle esattoriali e Tasi e Ires forse in molti, credenti e non credenti, accarezzerebbero volentieri l’idea di Ron Hubbard: fondare una religione, ottenere non le deduzioni prima casa o sul mutuo ma usufruire del Primo emendamento e fondare una chiesa abbandonando il commercialista. E’ infatti soprattutto fiscale la vicenda di Hubbard, fondatore della chiesa o setta, comunque esentasse, di Scientology, come si apprende dal documentario “Going clear: Scientology e la prigione della fede” di Alex Gibney, in uscita il 25 giugno.

Il film, tratto dall’inchiesta di Lawrence Wright “Il transfuga. Scientology a Hollywood” (Adelphi, in libreria a ottobre) è la storia, raccontata da otto ex adepti, dell’ex scrittore di fantascienza che volle farsi santone, già portata sullo schermo tre anni fa da Paul Thomas Anderson in “The Master”, protagonista lo scomparso Philip Seymour Hoffman; e qui però si parte dalle origini, ecco Hubbard giornalista di gossip e poi di fantascienza su Astounding Science, pagato un penny a parola come molti freelance oggi, tartassato dal fisco (come lo si capisce) e con fervide fantasie non da Tea Party ma da Manuel Fantoni: come in “Borotalco” di Carlo Verdone, a una fidanzata riluttante Hubbard ragazzo racconta che servendo in Marina ha “affondato due sommergibili, dormito coi banditi in Mongolia e pregato coi pigmei nelle Filippine”, e insomma manca solo il “cargo battente bandiera liberiana”, e poi viene riformato per aver bombardato per sbaglio un’isola messicana ed essersi preso la congiuntivite.

“L’unico modo per fare un sacco di soldi senza pagare troppe tasse è fondare una religione”, dirà poi Hubbard con una frase che rappresenta forse la sua etica ed estetica: ma prima, sullo sfondo, ecco l’America e la California smandrappate e lisergiche degli anni Sessanta e Settanta, come in un altro film recente di Anderson, “Vizio di forma”, tratto da un romanzo di Pynchon assai gaddiano nel rappresentare il caos esistenziale di quegli anni, tra il peyote e gang cinesi e vecchi e nuovi cartelli della droga e infiltrati speciali; e forse si capisce anche tutto questo successo di una religione-setta che spopolò bandendo spinelli e siringhe e puntando invece a ripulirti da qualunque “engram” o sporcizia o mondezza psicologica o tossica, qui con uno strumentino che apre il film e che sembra un caricabatterie da elettrauto, con mollette e cavi e amperometro, ed è invece l’e-meter brevettato con cui Hubbard e i suoi accoliti praticano una psicanalisi un po’ meccanizzata, con lancette a indicare traumi in questa vita o nelle precedenti.

Dopo aver frequentato un santone sporcaccione che professa riti iniziatici poco platonici, dopo avergli rubato la fidanzata, dopo averle raccontato d’essere un eroe della Marina, d’essere naufragato e d’aver perso la vista in guerra (ma era congiuntivite, appunto), Hubbard, un po’ come Alberto Sordi a Lea Massari in “Una vita difficile” (“a me, m’ha rovinato la guera”) decide di mettere la testa a posto, e inizia la sua battaglia per la salvezza del pianeta e contro i 740. Inizia a scrivere questo suo “Dianetics” cioè il testo di base della scientologia, mezza scienza e mezza religione, un po’ Jung e un po’ Asimov: il cervello umano è diviso in due emisferi, uno razionale ed efficiente e uno smandrappato e sporcato dagli engrams, appunto, che necessitano di ripulitura tramite “clearing” e appositi psicanalisti-elettrauti che ci danno giù con le loro terapie con cavetti. Man mano che si va avanti coi clearing elettrici, il film mostra pazienti-seguaci che ascendono a una pulizia e chiarezza interiore sempre più alte, e se proprio vogliono arrivano a essere OT, cioè “Operating Thetan”, cioè superuomini un po’ nietzschiani con gradazione fino a OT8 (ma non a buon mercato).

Ma questo film è poi anche una storia del male di vivere hollywoodiano, con i due principali testimonial di Scientology, John Travolta e Tom Cruise, forse subornati e forse citrulli, e utilizzati come star e “defensor fidei”, e però rimane anche la sensazione che se non si fossero affidati all’elettromeccanismo sarebbero caduti in qualche altra organizzazione esentasse e no, Opus Dei, lobby gay, fondamentalisti vegani o yoga o Black Panthers. John Travolta è mostrato in un recente filmino propagandistico, in tenuta mimetica come Renzi dopo le Regionali, dice che stare in Scientology è fichissimo e sta benissimo, ma forse è ricattato o eterodiretto; perché – dice sempre il film – nel caso delle celebrity le sedute di elettrautoterapia vengono registrate in modo di avere dossierini sempre pronti da usare se il malcapitato vuole per caso abbandonare la baracca. Mah: di certo questi scientologi fanno un servizio a trecentosessanta gradi, per i loro attori c’è un “celebrity center” fondato da Hubbard, e forse è il sogno di ogni celebrità fragile hollywoodiana e no, con coach e sostegno per l’anima, ma anche maestranze sottopagate e in nero che gli addobbano casa, gli lucidano la moto, gli dissodano il prato, lo briffano per provini e colloqui, gli fanno le pr meglio di Lucherini-Pignatelli.

Nel caso di Cruise gli trovano anche le morose. Qui, il documentario spiega che agli scientologi il matrimonio con Nicole Kidman non piace per niente, in quanto lei cattolica e soprattutto figlia di primario psicoanalista australiano (gli scientologi odiano gli analisti). Pare che durante le riprese dell’ultimo Kubrick, “Eyes Wide Shut”, Cruise tenti un distacco dalla chiesa o setta, e gli scientologi sbroccano. Sbrocca soprattutto l’erede di Hubbard, il nuovo santone o guru o ceo della chiesa, David Miscavige, che è molto affezionato a Cruise. Questo Miscavige, che ha sostituito Hubbard alla sua morte nel 1986, è un po’ il Maroni di Scientology, ha modernizzato la chiesa e ha preso in mano il cerchio magico. Sembra un po’ Calvin Klein, col muscolo ribaldo sotto la maglia attillata bianca, la Harley borgatara e lo smoking per le cerimonie, ed è nativo scientologo, da piccino faceva l’aiuto regista a Hubbard come Bertolucci con Pasolini. Poi ha coltivato questa passione, scrive e gira un videoclip celebrativo di quando si vince la grande battaglia campale di Scientology, non per la salvezza del Pianeta ma per l’accordo con l’Internal Revenue Service, l’ufficio delle tasse americano, che manda in fumo la temuta multa da un miliardo di dollari che manderebbe a picco la chiesa. Finalmente si decide insomma essere Scientology una religione e non una spa, e dunque non si pagheranno più né Imu né Irap, ma neanche i diritti sulle opere di Hubbard in quanto ritenute manufatti religiosi, una vittoria che farà invidia a tutti i padroncini dei no tax day tipo Cgia di Mestre.

Tra le battaglie fiscali, Miscavige gli vuole tanto bene, a Cruise, e odia naturalmente la Kidman, come capita ad amici molto stretti quando arriva una nuova morosa; lui però le mette contro pure i figli, e la fa sostituire subito con una scientologa addomesticata per missioni speciali, che però non funziona tanto e viene subito accantonata, e insomma pare d’essere, più che nel plagio scientologo, in una situazione forse delle più classiche, e del resto ci sono momenti bellissimi in una cerimonia con Cruise ambasciatore scientologo, e lui e il suo guru si guardano fissi negli occhi, e Cruise, ricevendo il medaglione della Libertà da parte del palestrato ceo dice che è “la persona più paziente e buona e intelligente che abbia mai conosciuto”, e forse vorrebbe dargli anche un bacino ma non può, perché gli scientologi sono molto antigay e non c’è terapia riabilitativa né manuale né elettrica che tenga (Miscavige, che è OT8, quindi top nella gerarchia scientologa, è peraltro più basso di Cruise, questo è abbastanza un record, forse per questo si amano).

Intorno, tutta una passione per le uniformi, e la pompa, e le grandi adunate, un po’ Leni Riefenstahl e un po’ “Il grande dittatore”: con podii, simboli, medaglie, ritrattoni del Grande Leader, simil-svastiche, saluti militari, dorature e moquette e ottoni e tanti compleanni e coretti e balletti un po’ Corea del nord e molto Liberace in “Behind the Candelabra”. Tante proprietà immobiliari, anche, dal quartier generale inquietante di Hollywood con centro correzionale incluso per pecore nere e compagni che sbagliano, mentre neanche un’inquadratura dell’ottima Saint Hill Manor, la magione settecentesca del Sussex che Hubbard comprò nel 1959 coi diritti di “Dianetics” dal maragià di Giaipur, e dove si videro, in un tour di tanti anni fa, tanti adepti in uniforme e golf car nel quartier generale inglese dell’organizzazione, una Downton Abbey scientologa con laghetto (vi si erano conosciuti anche tanti scientologi, erano simpatici, e inoffensivi).

Però, anche lì, saluti militari e berrettini, e l’ossessione per la Marina (forse per sanare le ferite del passato) – insieme a quella del fisco – perché Hubbard a un certo punto si dà alla nautica, e invece che farsi un Baglietto o un Sangermani come un qualunque cumenda mette su un’organizzazione di mare, la Sea Org, per sfuggire a controlli e accuse e verifiche fiscali, non con immatricolazione a Montecarlo ma proprio navigando in acque internazionali. Alla flotta di mare, riservata a primari membri scientologi, aderiscono subito entusiasti i più scatenati adepti, e si parte da un peschereccio molto in disarmo in cui gli ignari vengono subito messi a cazzare rande e lucidare ottoni, come impiegati della Megaditta sul panfilo “Il Bracciante” di Fantozzi, mentre Hubbard come il megadirettore sta al timone col suo cappello da capitano e il calice. Tra i più felici di ramazzare e verniciare, questa “Spanky” Taylor (e forse dal nome già non prometteva niente di buono), già ufficiale di collegamento con John  Travolta, e una Hana Eltringham che diventa capitana di due vascelli dell’armata scientologa, scorrazzando il fondatore nel Mediterraneo (lui cerca tesori che avrebbe depositato nelle vite precedenti, essendo stato “un principe fenicio e un principe italiano”).

In questa “Love Boat” un po’ di esagitati (“avremmo dato la vita per lui”, dicono tutti) qualcuno poi si indigna. La Eltringham capitana di vascello, che nel frattempo ha raggiunto il livello OT3, scopre con sgomento che forse è stata presa per il culo: il livello OT3 infatti garantisce l’accesso a informazioni segrete fondamentali: cioè che la Terra era nell’antichità un pianeta adibito a prigione, per un problema di sovrappopolazione verificatosi settantacinque milioni di anni fa, quando la galassia, in cui pure c’erano automobili, era governata da un tiranno di nome Xenu, che cominciò a deportare gli umani proprio sul nostro pianeta “a bordo di Dc-8”, braccandoli  con la scusa di “verifiche fiscali” (ancora, il trauma del 740).

A quel punto la Eltringham si incazza ed esce dall’organizzazione, violando dunque il patto che aveva firmato e che la impegnava per “mezzo miliardo di anni” mentre tutti i fuoriusciti da Scientology, dice il documentario, vengono poi mobbizzati, e forse anche corcati. E però viene il dubbio che forse un po’ se la meritino la persecuzione, come acquirenti di amuleti o sali di Wanna Marchi, un’altra col problema tributario ma che non ha creato culti, finora: e se ci sono, sono molto secondari, di nicchia (mentre pare che anche i giornalisti siano perseguitati, per cui per favore no, scientologi, qui si guadagna un penny a parola, come il vecchio Ron, siate gentili).

Intanto Hubbard è morto da anni, e il suo delfino palestrato Miscavige, dopo aver vinto la colossale battaglia contro il fisco, guida con successo gli scientologi, anche se i tempi gloriosi sembrano finiti, e il delfino è un po’ come il successore di Steve Jobs, sa far andare avanti il business ma non è altrettanto immaginifico. Anche gli ultimi anni di Hubbard eran stati poi mesti: con una lettera chiedeva aiuto all’Associazione psichiatrica americana (ma gli strizzacervelli non se lo filano, vendicativi); allora ecco che commissiona per se stesso una megamacchina elettrica per dei clearing ad alto voltaggio, ispirata alla bobina del misterico scienziato Nicola Tesla, ma la macchina si spacca subito. Oggi, dice il film, gli scientologi sono in calo: intanto nella stessa California un tempo di santoni e di sostanze ecco altri elettromeccanismi meno invasivi: al posto degli e-meter le star paiono gradire soprattutto queste automobili elettriche intitolate proprio a Tesla; fichissime col doppio motore e caricabatteria, piacciono molto agli attori, che nel frattempo son diventati vegani e ci tengono all’ambiente. Sono molto incentivate coi soldi presi da Obama ai contribuenti americani. Forse sarebbero piaciute anche ad Hubbard; forse è anche una nemesi tributaria.

 

FONTE: IL FOGLIO

http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2015/06/22/il-fisco-del-santone___1-v-130074-rubriche_c319.htm

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