Il fenomeno emergente delle baby gang. Il punto della situazione con la dott.ssa Mariacarla Bocchino, -dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato-, e con Paolo Guiddi, psicologo di Telefono Azzurro

5 Luglio 2015

Quando la violenza è un rito, in crescita le gang delle ‘cattive ragazze’

di Sibilla Bertollini

A caccia di soldi facili, di telefonini, di coetanei più deboli da prendere in giro, minacciare, picchiare. Risse aizzate solo per il piacere di odiare e distruggere. Aggressioni razziste nei confronti del ‘diverso’, dell’immigrato o del gay di turno. ‘C’era una volta in Italia’: il fenomeno delle bande di ragazzini capaci di terrorizzare interi quartieri è una realtà sociale ormai diffusa. Nel nostro Paese, però, la novità è che stanno aumentando le gang in rosa. Giovani bulle che, a volte per pura noia, sfoderano rabbia, coltelli e forza bruta contro compagne di scuola o sconosciute. Traducono l’affermazione del sé e il potere con la prepotenza e la violenza e sono in grado di capeggiare, come veri e propri boss, le loro bande.

“Si è alzato il livello di violenza delle baby gang e rispetto al passato è un fenomeno emergente. Il dato nuovo è chestanno prendendo piede le gang al femminile. O gruppi misti dove le posizioni apicali sono occupate da ragazzine che gestiscono la banda proprio come farebbero i ‘colleghi’ maschi”, spiega all’Adnkronos Mariacarla Bocchino, dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ricordando il caso della baby gang smantellata tra Mestre e Marghera, incubo dei bengalesi.

Alle spedizioni punitive “per il gusto di far male all’altro” solo perché ‘diverso’ partecipavano anche ragazzine di 14 anni. Una di loro era un elemento di punta del branco di minori (max 16 anni). La banda agiva “su un territorio che conosceva molto bene” per rapinare, minacciare ma soprattutto per prendere di mira, con violente aggressioni, extracomunitari, in particolar modo la comunità bengalese. “Il gusto dell’azione criminale in questo caso era soprattutto l’odio razziale”, dice la dirigente della Polizia.

L’identikit del fenomeno. “Il taglio razzista è comunque poco comune – evidenzia Mariacarla Bocchino- . Guardando al caso di Venezia, inoltre, non è usuale un’aggregazione di minori solo italiani. Più spesso si mettono insieme italiani e stranieri formando bande che imitano quello che accade nella società adulta. Si passa così dal furto alla rapina, quindi all’aggressione fisica. Cominciano in media a 14 anni e delinquono consapevolmente: sono menti lucide”.

Piccoli criminali crescono tra la violenza che assorbono dagli schermi o tra i social: “Il livello di condizionamento è così forte che arrivano a non percepire più la violenza come tale”, spiega l’esperta della Polizia, mettendo in luce anche un altro tassello del quadro: “C’è una forma di devianza minorile molto più sofisticata ed è probabilmente quella che prenderà piede nel futuro, legata al mondo di internet con ricatti a sfondo sessuale”, aggiunge.

In generale, “sono i reati predatori e contro il patrimonio quelli che maggiormente commettono le baby gang, formate per lo più da 4-5 ragazzini. Ma possono anche essere più numerose, in questo caso, però, non tutti i membri partecipano all’azione esecutiva”, commenta la dirigente della polizia. Furto del cellulare ai danni di coetanei o anziani, in ogni caso persone deboli, scippi, rapine accompagnate da minacce, casi di estorsione nei confronti di insegnanti, maltrattamenti, “l’azione delittuosa è sempre programmata dal gruppo di minori”. Ed è sbagliato pensare che siano casi figli del disagio sociale: “sono figli di famiglie normalissime, non certo di bassa estrazione”.

Diverso il caso delle gang dei latinos, diffuse soprattutto al Nord: “Genova e Milano i campi d’azione delle bande sudamericane, le più pericolose – spiega ancora Bocchino -. Loro obiettivo non è tanto aggredire l’altro ma i rivali. Compiono azioni criminali di alto livello secondo il messaggio della ‘casa madre’. Rispettano codici d’onore di lunga tradizione, per entrare a far parte della banda c’è tutta una ritualità, regole ferree da seguire. L’iniziazione può prevedere anche l’omicidio. Il minorenne quindi entra a far parte del gruppo criminale di maggiorenni perché ha dato prova di efficienza. E vengono iniziate anche le ragazze”.

Ancora diversa la situazione al Sud. Non mancano certo episodi di delinquenza minorile in branco, “ma qui il controllo della criminalità organizzata è forte e nella maggior parte dei casi assorbe anche i più giovani”, afferma Bocchino. “Non è detto che le baby gang siano sempre autogestite. Capita che i minori si aggreghino subendo il fascino di un leader maggiorenne, un esempio carismatico da seguire, dal quale poi sono manovrati”. E’ l’allarme che lancia la dirigente Sco: “l’influenza di un leader è il vero pericolo per i più giovani”. Per questo motivo lo Stato e la famiglia devono dare “risposte immediate”. Alla base la prevenzione, “la diffusione del ‘verbo della legalità'” nel tentativo di sottrarre ragazzini “a qualsiasi fascinazione dei circuiti criminali”.

Ma quali sono i fattori di rischio? Tra dimensione individuale e sociale, ci sono fenomeni da considerare nella “carriera deviante”. Secondo Paolo Guiddi, psicologo del centro studi di Telefono Azzurro, punto fermo è che gli adolescenti entrano a far parte di un gruppo perché “l’appartenenza ad esso li aiuta a costruirsi una propria identità di adulti”. E avverte: “Attenzione al linguaggio mediatico, è necessario non categorizzare i ragazzi perché il rischio è che l”etichetta di deviante’ diventi profezia che si autoavvera”.

La devianza minorile può essere conseguenza, spiega lo psicologo, di “aggressività personale, mancanza di capacità di reagire alle frustrazioni, basso autocontrollo, bassa autoefficacia, impulsività. Oltre al carattere individuale del fenomeno, ci sono poi le variabili familiari: aver già vissuto delle situazioni di abuso, violenza o aggressività. Ad influire, inoltre, sono anche i mass media, i videogiochi violenti”.

Le baby gang, ammette Guiddi, “possono considerarsi un’evoluzione negativa del bullismo”, consumato il più delle volte a scuola dove si concretizzano le prime relazioni tra coetanei. Da recenti indagini, inoltre, “emerge che il fenomeno non riguarda più solo i maschi: le ragazze sono sempre più aggressive, non solo dal punto di vista verbale ma anche fisico”. Il comune denominatore “è che hanno scarsa consapevolezza delle conseguenze dei loro comportamenti, sia da un punto di vista emotivo sia per l’aspetto penale che può comportare l’ingresso in determinati circuiti”.

D’altronde, è importante anche saper scindere l’individuo dal gruppo. “Ricordiamoci – dice ancora lo psicologo – che questi sono ragazzi in cerca di una loro identità, stanno crescendo. Nei primi passi della loro emancipazione cercano l’appartenenza e il gruppo diventa un punto di riferimento alternativo alla famiglia. Se si attribuisce la delinquenza al singolo, l’etichetta diventa profezia che si autoavvera sul singolo. Ma la causa non è nell’individuo ma nel gruppo, nei riti di iniziazione che vengono loro richiesti per ‘appartenere'”. La sfida ai ‘cattivi ragazzi’ si chiama ‘prevenzione’. Telefono Azzurro, come altre associazioni che si occupano di minori, lavorano in questa direzione. Supporto e integrazione, i punti di partenza. “E’ necessario rendere i nostri adolescenti consapevoli, soprattutto quando sbagliano”, conclude lo psicologo.

 

FONTE: Adnkronos

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2015/07/05/quando-violenza-rito-crescita-gang-delle-cattive-ragazze_aFhogD4NGv4J1PgMh5LWHO.html?refresh_ce

 

 

 

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