“Ero una cavia da laboratorio”. L’agghiacciante testimonianza dell’uomo che ha contribuito all’arresto di Paul Schäfer, lo spietato leader della setta degli orrori Colonia Dignidad (I parte)

27 Agosto 2015

Franz Bäar,  l’uomo che ha avuto un ruolo chiave nella cattura di Paul Schäfer, il famigerato fondatore e leader della setta degli orrori Colonia Dignidad, rivela nell’agghiacciante racconto pubblicato quest’oggi su Elmostrador, come venne torturato per 30 anni dalla setta nazista attraverso la somministrazione di droghe e ripetuti elettroshock e svela le attività dell’organizzazione nelle miniere d’oro della Cordigliera di Nahuelbuta.

Di seguito estratti dell’articolo a firma di  nella libera traduzione a cura favisonlus.

Prima parte

L’AGGHIACCIANTE TESTIMONIANZA DEL “PORCELLINO D’INDIA” DELLA COLONIA DIGNIDAD

El escalofriante testimonio del conejillo de Indias de Colonia Dignidad (I)
Franz Baar

 

Il mondo di Franz Bäar è molto diverso dal nostro. All’età di 10 anni, come ricorda, non aveva neppure un paio di scarpe per coprire i suoi piedi, solo dei sandali che qualcuno gli aveva regalato, i quali certamente servivano ben poco contro il freddo della pre-cordigliera a Catillo, nella VII Regione del Cile.

Per mangiare raccoglieva bucce di arance, di mele e raccoglieva tozzi di pane.

Mi nutrivo per strada“, rammenta, cercando le parole adatte in lingua spagnola che gli è molto difficile trovare perché a 10 anni  la sua lingua natale fu rimpiazzata da quella tedesca. A quell’età infatti convinse sua madre a internarlo nella Colonia Dignidad, credendo che lì avrebbe potuto sconfiggere la sua povertà.

Era la metà degli anni ’60. Dallo stesso momento in cui lo fecero entrare nella setta creata da Paul Schäfer, perse la sua identità originale, (Francisco del Carmen Morales Norambuena), smise di vedere la sua famiglia e cominciò ad addentrarsi in una lingua e cultura che non conosceva al punto che oggi confonde i tempi verbali e la grammatica di quella che era stata un tempo la sua lingua madre.

Passato un anno all’interno della Colonia, Franz aveva già visto sufficienti maltrattamenti di bambini e bambine  per rendersi conto che restare in quel posto era un’alternativa ben peggiore alla povertà. Tuttavia in  quei 12 mesi aveva compreso che fuggire non era tanto semplice. “E’ impossibile”, si diceva in realtà.

Nonostante questo, nel 1969 decise che doveva scappare. Due anni prima era fuggito già un colono, l’allora giovane Wolfgang Müller, che fu il primo a denunciare tutti gli abusi e maltrattamenti di Paul Schäfer e della sua compagnia e la paranoia di Schäfer e dei suoi gerarchi era diventata estrema.  Anche se nessuno ne parlava, quando Müller fu riportato alla colonia, tutti sapevano che aveva cercato di fuggire perché indossava una vistosa camicia rossa e dei pantaloni bianchi, indumenti molto poco adatti a lavorare nel campo ma ideali per essere riconosciuto da qualunque parte, affinché le squadre di sicurezza della Colonia potessero dargli la caccia. In mezzo a quell’ambiente un giorno si persero le chiavi del dormitorio dove alloggiava Franz Bäar.

Mi accusarono di averle io, ma non era vero“, ricorda indignato. Ovviamente non gli credettero, ma secondo la versione di Franz, diedero credito al suo accusatore, Wolfgang Zeitner.

Come risultato 8 gerarchi della Colonia diretti da Schäfer, cominciarono a fustigarlo brutalmente, con calci e colpi di ogni tipo, utilizzando anche cavi elettrici di spessore considerevole, (diversi centimetri), che erano stati arrangiati come armi per difendersi nel caso di un ipotetico assalto alla Colonia da parte dei sostenitori di Allende, astuzia che circolò per anni nella Colonia per giustificare l’acquisto di armi e gas letali.

Sono caduto diverse colte. Non riuscivo a respirare” rammenta.

Cessarono di colpirlo solo quando uno dei gerarchi avvisò gli altri che la camicia di Franz era intrisa di sangue.

Un topo da laboratorio

Come fosse una serie tv dell’orrore, dopo i colpi infertigli, condussero Franz all’ospedale della Colonia, un campo più simile a un manicomio criminale (asilo Arkham) che a un luogo di salute, dove rimase quasi per trent’anni durante i quali subì innumerevoli elettroshock, gli vennero iniettate droghe sconosciute e fu oggetto di un tentato omicidio.

Ero un porcellino d’India” spiega molto serio e sul punto di scoppiare.  Poi continua a parlare nel suo spagnolo imperfetto ricordando che giornalmente gli venivano fatte 2 o 3 iniezioni dalle infermiere María Strebe e Dorothea Witthahn,  quest’ultima la moglie del gerarca latitante Harmutt Hopp (braccio destro di Schäfermedico ufficiale di Colonia Dignidad, condannato in Cile, nel 2011, per concorso in abusi sessuali su minori a cinque anni di carcere, mai scontati essendosi rifugiato in Germania ) .

Seduto nella casa dove vive oggi vicino al fiume Itata, a meno di due km dal ““Casino Familiar” che la Colonia mantiene ancora nel comune di Bulnes a 80 km da Concepción, Franz Bäar, cercando di scegliere il verbo più adatto per descrivere come i liquidi sconosciuti circolavano nel suo corpo, racconta “Sentivo scorrere il liquido nella vena e nel collo“.

Nel 2002 protetto dall’allora procuratore di Parral, Ricardo Encima, e dagli agenti della Polizia investigativa cilena (PDI), Franz ha potuto finalmente abbandonare la Colonia accompagnato dalla moglie Ingrid Szurgelies e dai suoi suoceri. Successivamente Franz e Ingrid si sono spostati diverse volte. Sono stati in Germani, ma presto rientrati in Cile, sono vissuti a Chiloé,  a Santiago e anche a Lo Zárate all’interno di un’altra setta, guidata da Paola Olcese (Su quest’ultima controversa organizzazione vedi nota a margine del presente articolo ).

Oggi sono ritornati a Bulnes nella casa che Franz, assicura, gli appartiene per una ragione molto semplice: “Ho partecipato alla sua costruzione e possiedo una foto che lo prova“. L’uomo, pensa che questo sia sufficiente per ritenere sua la proprietà. abituato al sistema comunitario e autarchico della Colonia, ove tutto era apparentemente in comune (benché i principali gerarchi furono quelli che si impadronirono della fortuna della setta).

[…] Nel 1974 mentre era internato nell’ospedale della Colonia, una notte più mani si avventarono contro di lui e lo gettarono dalla finestra del secondo piano. Sopravvisse benché i dolori provocatigli dalla frattura della colonna vertebrale continuino tutt’oggi a tormentarlo, come un fantasma che ogni mattina gli succhia un po’ di vita, specialmente nelle mattine d’inverno, quando il freddo e l’umidità provenienti da Itata, lo obbligano a coprirsi la testa con un berretto stile russo, per sopportare le fitte che avverte nella colonna, nel collo e anche nel cranio.

In questi giorni, racconta, è pieno di dolori e non li sopporta più, la sola cosa che un po’ li calma è una specie di pomata di maqui che lui stesso prepara. Se gli si dice che deve andare in ospedale a Bulnes, si rifiuta tenacemente. Stessa cosa se gli si consiglia di andare a Concepción. Quasi offeso, assicura che non si recherà in nessun ospedale.

Hernán Fernández, il suo legale, spiega che questo è il risultato del panico che Franz prova al solo pensiero di vedere un’infermiera, una siringa, una pastiglia.

[…] Per certo le iniezioni non erano l’unico trattamento riservato a Franz, che non ricorda quante volte fu sottoposto a elettroshock. Quello che però ricorda perfettamente è essersi svegliato molte volte e aver visto installato nella sua stanza l’apparecchio utilizzato per infliggere scariche elettriche ai pazienti.

Agenti stranieri

Sono stato una cavia da laboratorio per la scienza internazionale” ripete Franz Bäar, spiegando che nella Colonia fu visto da molti militari della Germania, di molti altri paesi e anche da militari scienziati della Polonia e della Cecoslovacchia, che ritiene lo osservassero come facevano con ” i prigionieri politici che venivano condotti in ospedale”.

[…]Franz venne poi reinserito nella comunità benché continuasse a pernottare nella stanza dell’ospedale, dove quasi ogni notte, dopo il Colpo di Stato, sempre nel medesimo orario, tra le 3 e le 4 del mattino, ascoltava lamenti terrificanti di persone che suppone torturassero, benché non possa dire con certezza se fossero detenuti scomparsi o coloni.

[…] Nonostante il suo precario stato di salute e la continua somministrazione di pillole per tenerlo sedato, lo mandarono a lavorare in montagna.

[…] Destinato alla falegnameria, cominciò un poco a “riabilitarsi” agli occhi di Schäfer, ma aveva sempre un solo obiettivo in mente: fuggire di lì, benché sapesse che era quasi impossibile, perché nel suo posto di lavoro si raccontava di tutto, e fu così che venne a sapere, tra altre cose, che ovunque erano installate camere e sensori di movimento e che le grate erano elettrificate.

Fuga dalle miniere d’oro

Benché sembri una scena tratta da un film western americano, agli inizi degli anni ’80, e per tre anni, più di venti uomini della Colonia Dignidad furono costretti a lavori in condizioni simili alla schiavitù nelle miniere d’oro nella Cordigliera di Nahuelbuta, uno dei tanti segreti della Colonia, che s’inserisce nella grande tematica del fiume di denaro che Schäfer e i suoi compari nascosero in conti bancari in diversi paesi presso paradisi fiscali, come è stato molto lentamente scoperto dalla giustizia.

Secondo Franz, era noto all’interno della Colonia Dignidad che Harmutt Hopp, braccio destro del leader, trasferiva denaro in banche del Liechtenstein e che avrebbe viaggiato allo stesso scopo anche in Australia, accompagnato da un cittadino italiano. Sebbene si sia sempre ritenuto che buona parte della fortuna della Colonia provenisse dalle pensioni che percepivano i cittadini tedeschi della comunità, (pensioni che Schäfer tratteneva per sé), dal traffico di armi e dal lavoro forzato nei campi agricoli, dalla vendita di ghiaia, legno ed altri prodotti, Franz ha aggiunto alle  citate, quella che fu un’altra fonte di introiti poco conosciuta: lo sfruttamento delle miniere d’oro.

Secondo quanto ricorda, c’erano almeno tre aree in cui fu estratto l’oro: nella zona denominata “Los alemanes” in Tirúa Sud, in un giacimento a Trovolhue (comune di Contulmo), nella Regione VIII,  e presso un altro sito a Carahue, nella IX Regione.

In questi giacimenti, racconta Ingrid, la moglie di Franz Bäar, l’oro si vedeva in abbondanza, “tuttavia a noi dicevano che se ne ricavava molto poco”, quello estratto veniva portato a Parral dove si facevano i lingotti, mentre i coloni che lavoravano nelle miniere era mantenuti in condizioni precarie, vivendo in tende senza servizi igienici e lavorando tutto il giorno sotto la vigilanza di Schäfer e delle sue guardie armate che nascondevano le armi sotto i loro ponchos.

Fu in uno di quei luoghi che Franz vide un amico particolare di Schäfer, Gerhard Mertins, ex ufficiale delle SS e creatore dei circoli di amici della Colonia Dignidad in Germania….

 

FINE PRIMA PARTE

CONTINUA

FONTE: elmostrador

http://www.elmostrador.cl/noticias/pais/2015/08/27/el-escalofriante-testimonio-del-conejillo-de-indias-de-colonia-dignidad-i/

 

NOTA: Sulla controversa organizzazione guidata da Paola Olcese, denominata setta di Pirque, leggi articolo “Nuove accuse da ex membri per la setta abusante di Pirque: una neonata scomparsa e un’altra morte“, postato qui

https://favisonlus.wordpress.com/2013/07/05/cile-nuove-accuse-da-ex-membri-per-la-setta-abusante-di-pirque-una-neonata-scomparsa-e-unaltra-morte/ )

 

CONTINUA LA LETTURA DELL’ARTICOLO QUI:

http://www.elmostrador.cl/noticias/pais/2015/08/27/el-escalofriante-testimonio-del-conejillo-de-indias-de-colonia-dignidad-i/

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