Nascita, evoluzione e trasformazione del fenomeno settario e i suoi rapporti con la società

ARCHIVI 2009

Nascita, evoluzione e trasformazione del fenomeno settario e i suoi rapporti con la società

a cura di Maria Clotilde Pettinicchi

 

 

I culti messianici del nostro tempo non cadono dal cielo,

crescono piuttosto dal centro della società che è interiormente malata

(Kaberman)

 

I fattori specifici che stimolano la nascita di una setta si trovano generalmente nei disagi e nei conflitti all’interno della società nel suo complesso. Cambiamenti nella posizione economica di un particolare gruppo,alterazioni dei normali rapporti sociali che si hanno in caso di rapida industrializzazione e conseguente urbanizzazione,l’incapacità del sistema sociale di rispondere alle esigenze di alcuni gruppi,particolari per età, sesso, status, sono tutti possibili stimoli. Sono bisogni a cui una setta risponde fornendo varie soluzioni all’insicurezza ed all’ansia. La nostra società si trova in una crisi di identità,in un periodo di trasformazioni pieno di disordini con un aumento progressivo di reazioni incongrue e diversificate. La paura del futuro è diffusa,la sensazione di inguaribilità della società, il timore della tragedia incombente,inducono alla ricerca di nuove soluzioni con una modalità di fuga e di abbandono. Evidentemente l’esperienza del “no future” è più marcata nei giovani che hanno ancora davanti a sè buona parte del loro futuro personale. Tutti gli uomini in circostanze “catastrofiche” o vissute come tali, che minacciano l’integrità individuale o l’integrità del proprio ruolo nella società, tendono a rivolgersi alla religione. Le chiese ufficiali, attualmente, sono avvertite, soprattutto dai giovani, troppo attaccate al vecchio sistema incurabile ed a volte con esso conniventi o viceversa come una panacea a tutti i mali che una società può presentare per cui possono essere antagoniste o protagoniste di conflitti non sempre solo religiosi. Wilson ha proposto una classificazione dei tipi di sette che si basa essenzialmente sulla risposta che un gruppo può dare ai valori prevalenti della società. Le sette Conversionistiche cercano di cambiare l’uomo e con esso il mondo, la risposta è l’ottimismo e la buona volontà. Le sette Avventiste perseguono cambiamenti drastici del mondo in vista del Nuovo Avvento, la risposta è un determinismo pessimistico. Le sette Introversionistiche rifiutano i valori del mondo e li sostituiscono con valori interiori più alti per cui sono coltivate solo le risorse interiori. Le sette Gnostiche accettano gran parte delle mete della società, ma cercano di raggiungerle con mezzi esoterici: la risposta è un misticismo fatto di desiderio. Come ha osservato lo stesso Wilson vi è una sorta di corrispondenza fra le istanze individuali e le risposte che la setta dà e che possono essere assimilati alla tipologia dei meccanismi di adattamento individuale definiti R. Merton nel suo testo “Struttura sociale ed anomia”. Vi è una certa corrispondenza, per esempio, fra le introversionistiche e le istanze astensioristiche, fra sette rivoluzionarie ed impulsi di ribellione, fra le sette gnostiche ed i comportamenti innovativi. Il tipo di risposta conformista di Merton può assumere valore nel momento in cui l’individuo agisce la scelta nel ventaglio delle sette. Si stabilisce, così, una relazione circolare del tipo S-R-S: dalle sette all’individuo come risposta di un qualcosa e dall’individuo come istanza di qualcosa alle sette. Gli studiosi di questo fenomeno religioso hanno operato delle distinzioni fra sette, culto, denominazione, religione. La definizione della tipologia del fenomeno si può attuare in base ad alcuni parametri come la legittimazione che può essere pluralistica o esclusiva: la chiesa ha una legittimazione esclusiva e rispettabile; la setta ha una legittimazione esclusiva e deviante, la denominazione, una legittimazione pluralistica rispettabile, il culto è deviante ed inserito in una legittimazione pluralistica. È stato oggetto di discussione e di riflessione da parte di molti studiosi dell’argomento circa la definizione da dare al fenomeno “sette”. Il termine sette riveste sempre una connotazione dispregiativa e non sembra essere esaustivo delle motivazioni personali e sociali che sottendono alla nascita di questo fenomeno. Sarebbe, infatti, corretto parlare di culto emergente e di “milieu cultico” in quanto il culto di per sé è portatore di idee innovative, anche se divergenti da quelle comuni della società o della chiesa ufficiale. L’entroterra culturale in cui si sviluppa il culto emergente è rappresentato da uno speciale ambiente fuori del quale, i culti, se non si trasformano, muoiono. Esso è costituito da tutti i sistemi di credenze devianti e dalle pratiche ad essi associate. Ne sono un esempio la scienza non ortodossa, le religioni estranee ed eretiche, la medicina alternativa e tutto ciò che comprende elementi di questo entroterra con inclusione anche dei mondi dell’occulto e del magico, dello spiritualismo e dei fenomeni parapsichici, del “Nuovo Pensiero”, della New Age e delle cure attraverso la fede e di quelle naturali. Questo assortimento eterogeneo di items culturali diversi, costituisce una singola entità: il “milieu cultico”. L’evoluzione sequenziale che si osserva nella definizione del fenomeno ci dà un’idea del continuum sociale dello stesso. La sequenza, infatti, di culto-setta-denominazione-religione, rappresenta un continuum in cui ogni distinzione precisa, se pur utile, ha sempre qualcosa di arbitrario. Attualmente è in uso definire tutto il fenomeno nel termine onnicomprensivo e dispregiativo di “sette”. Esse rappresentano un’emergenza della società che si articola in vari punti: l’esistenza di un capo carismatico, che afferma di essere dotato di una dottrina speciale di salvezza e che si circonda di un gruppo di giovani su cui domina con l’autorità e con il ruolo di padre. La conseguenza ovvia di tale relazione è quella di spezzare il legame con la famiglia naturale. Il capo pone regole rigide ed assolute con forte senso gerarchico. Sono presenti una spasmodica attesa di qualcosa, di un’innovazione, di un miglioramento a cui gli adepti si preparano con nuovi valori, il desiderio e la determinazione di affermarsi, di emergere. Attraverso quest’analisi si giunge alla formulazione di un unico denominatore che è il culto emergente. I culti emergenti danno delle risposte alle istanze, ai bisogni dell’individuo secondo una relazione circolare. Questo rapporto autoregolantesi può subire variazioni e riassestarsi su nuove modalità quando il culto cambia tipo di risposta per trasformazione interna. Partendo proprio dalla definizione si può dare del culto emergente un’attribuzione di sistema. Questo sistema soddisfa le tre caratteriste che E. Morin nel “Il Metodo” attribuisce al sistema stesso: l’organizzazione, l’unità globale e le emergenze. Il culto emergente, infatti, è un’organizzazione gerarchica con al vertice un capo carismatico o un’oligarchia di anziani, è caratterizzato da idee innovative che propongono un quid novi rispetto a quelli tradizionali. Le relazioni fra gli adepti ad un culto e la loro totalità non formano un sistema se non interviene l’idea della organizzazione ad interconnettere le interazioni e la totalità. Nasce così, il culto come sistema con un’organizzazione, con un determinismo interno, regole e subordinazione ad un capo. Dall’organizzazione e dalla globalità emergono le nuove qualità, i valori innovativi (le emergenze) che creano una soluzione di continuo con quelli tradizionali e che danno al culto la connotazione di marginalità. In relazione alla società il culto è un sottosistema. La società rappresenta il sistema che lo contiene e lo controlla ed al quale il culto è subordinato. Da questa angolazione il culto, subordinato alle regole della società, si delinea come attore sociale per il quale sono validi tutti i vincoli che si impongono ai partecipanti di un’organizzazione. Come affermano Crozier e Friedberg un vincolo essenziale nell’organizzazione è il potere che è inesistente in sè ma che si attualizza quando si stabilisce una relazione fra attori che accettano di legarsi o che sono legati di fatto. In effetti il culto e la società sono legati. La prima grande fonte di potere è il possesso di una specializzazione, di una competenza. Nell’analisi del fenomeno religioso appare evidente che la competenza del religioso spetta alla religione ufficiale, istituzionale, unica depositaria del tramite con il divino, questa competenza è ufficialmente riconosciuta e quindi fonte di potere. Il culto emergente si trova nella posizione di avere come obiettivo, da cui dipende la sopravvivenza dei suoi valori e di sè stesso, la conquista del potere nell’ambito del sistema più vasto che lo contiene. Il potere si esercita da parte degli attori sociali, nell’ambito della società, cercando di circoscrivere e di controllare una vasta area di “zone organizzative di incertezza”. Più estesa è la zona di incertezza tenuta sotto controllo da parte di un attore sociale, più grande sarà il potere. Il culto non potrà, ovviamente, avere sotto controllo molte zone organizzative di incertezza sia in relazione alla società sia alla chiesa ufficiale. Nell’ambito di una società come sistema, l’organizzazione regolarizza l’andamento dei rapporti di potere. Da un lato influenza la “capacità” dei suoi membri di acquisire delle risorse, delle specializzazioni, dall’altro condiziona la loro “volontà” di servirsene realmente, fissando delle “poste”anche arbitrarie, mutevoli e casuali e non sempre sufficientemente pertinenti e talmente importanti da giustificare la mobilitazione di risorse per affrontare i relativi rischi. In questo rapporto di potere, proprio- della nostra organizzazione sociale, non tutti i partecipanti hanno le stesse risorse, non per tutti vengono fissate delle “poste” pertinenti e “mobilitabili” e costoro sono quindi esclusi dal gioco. “Le Jeux sont faits” e i giocatori-attori sociali dovranno “puntare” altrove. Non sempre i partecipanti riescono a “puntare” e a vincere, non sempre sono in grado di reggere e portare avanti il gioco del potere. Questa frangia di partecipanti-giocatori, sconfitti, frustati, forma quello che Toynbee chiama “proletariato interno”. La caratteristica del proletariato non è la povertà o la bassa estrazione sociale, ma la consapevolezza, ed il conseguente risentimento, di essere defraudati del posto nella società che di diritto spetta. Il proletariato interno ed i giovani, ancora non impegnati nel gioco del potere, rappresentano la zona organizzativa di incertezza di cui potenzialmente si può appropriare il culto sia nei confronti della Società che della Chiesa ufficiale. Il culto, a sua volta, si impegna nel gioco con l’obiettivo di trasformarsi ed acquisire il potere riconosciuto nella istituzionalizzazione del religioso e di quei valori innovativi che rappresentano all’emergere del culto. Una volta che si è definita la stabilizzazione dello stesso si possono avere due tipi di evoluzione. I caratteri peculiari con il tempo si attenuano ed il culto tende ad acquistare le caratteristiche di tolleranza e liberalità oppure esso può progressivamente esasperare le sue caratteristiche. Gli attori sempre più impegnati nel gioco (ormai patologico) per il raggiungimento del potere possono originare gruppi terroristici, satanisti, o dare origine a suicidi di massa come il noto olocausto del People Temple.

 

Bibliografia:

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Wilson B.R. (1959), An analysy of seat development, “American Sociology Rewiew”.

 

VEDI ALTRI RIFERIMENTI ALLA FONTE ORIGINALE: RIVISTA DI PSICODINAMICA CRIMINALE Anno II .n.2 maggio 2009

http://digilander.libero.it/rivista.criminale/baccaro/rivista/2_2009.pdf

 

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