Quando l’infanzia è violata dalle sette. Juliana Buhring si racconta a VICE

26 Ottobre 2015

Come sono sopravvissuta alla setta dei “Bambini di Dio”

Juliana Buhring

Ha subito maltrattamenti, abusi, violenze fisiche e mentali per 23 anni in nome di un Dio che non esiste—o, di certo, non in quella forma.

È nata e cresciuta in una setta dove ogni bambino diventava proprietà del gruppo, veniva privato degli affetti e allontanato dai genitori; in cui le ragazze, crescendo, diventavano “prostitute per Gesù”. Costretta a vivere in comunità e a spostarsi ogni due anni in luoghi diversi, ha vissuto in 30 differenti stati, soprattutto asiatici.

Oggi Juliana Buhring ha 34 anni e vive in Italia, sulla costiera amalfitana. Qui scrive libri, va in bicicletta – è stata anche la prima donna a completare il giro del mondo in solitaria – e si batte per la tutela dei diritti dell’infanzia attraverso la “Safe passage foundation”.

Il suo presente e il suo passato sembrano appartenere a due vite diverse.

Nel 2007, Buhring ha denunciato le pratiche della setta dei “Children of God” (i “Bambini di Dio”) all’interno del libro Essere Innocenti, scritto insieme alle sorelle Celeste e Kristina.

Il volume di denuncia è diventato un bestseller internazionale con oltre 500mila copie vendute in 11 lingue. Un successo decretato non soltanto dai numeri, ma soprattutto dalle conseguenze che la sua pubblicazione ha generato.

Nel 2010, anche grazie alla consapevolezza e al dibattito suscitati dal libro a livello internazionale, il culto dei “Bambini di Dio” sembrerebbe de facto essersi estinto, almeno nelle forme e nei metodi che lo hanno accompagnato dagli esordi.

I Bambini di Dio

“Children of God” nacque in California verso la fine degli anni ’60, tra gli hippies fuoriusciti dal “Jesus movement”. A fondarla fu David Berg, il “profeta” di Oakland conosciuto anche come Mosé David, nato nel 1919 e scomparso nel 1994.

Anche attraverso i suoi scritti, Berg veicolava l’idea che anche ai bambini dovesse essere consentita una certa promiscuità sessuale—sia tra di loro, sia con gli adulti.

Nella setta, i membri di quella che veniva chiamata la “Famiglia” seguivano fedelmente le indicazioni di Berg. Non esisteva libertà di pensiero, e la comunità viveva riunita in gruppi chiusi al mondo esterno.

Juliana è stata costretta a trasferirsi tantissime volte. Durante i suoi viaggi ha trascorso qualche giorno anche in Italia. La ‘Famiglia’, infatti, aveva membri in tutto il mondo.

Nel 1983 la setta dichiarò di avere circa 10.000 adepti—il 70 percento dei quali era costituito da minori di 18 anni sottoposti a una serie di rigide regole fissate da Berg e dalla moglie, Karen Zerby, che ancora oggi risulta a capo dell’organizzazione Family International. Nel 2005, secondo le statistiche rilasciate dall’organizzazione stessa, i membri erano 10.202 dislocati in 1.238 “case” nel mondo.

In Italia, i “Bambini di Dio” sono presenti dal 1972. La comunità principale si trovava a Roma; nella capitale gestivano persino una discoteca in cui praticavano il cosiddetto flirty fishing—quello che, nel gergo di Berg, era il sesso promiscuo. A Roma nacque anche l’adepta Amoreena Winkler che, come Juliana, ha raccontato la sua infanzia nella setta attraverso un libro (I Bambini di Dio, pubblicato nel 2011).

Presente in numerosi paesi nel mondo, la setta si è ampliata attraverso le nuove nascite—l’uso di contraccettivi, infatti, era assolutamente vietato, generando così un’intera “generazione” di giovanissimi adepti che si è ritrovata a farne parte senza mai scoprire cosa significasse, invece, vivere nella società civile.

Tra questi bambini, la cui infanzia è stata violata e la cui libertà è stata calpestata, c’era Juliana.

“La mia vita nella setta”

“Sono nata da genitori che facevano parte del gruppo e, pertanto, la mia vita è cominciata tra i ‘Bambini di Dio’ senza che potessi avere alcun termine di paragone con il mondo esterno, che non conoscevo e del quale mi parlavano con terrore facendomi credere che fosse pericolosissimo,” racconta a VICE News Juliana, nata in Grecia il 2 giugno 1981.

I figli degli adepti alla setta diventavano vittime “di un sistema folle”, aggiunge la donna, che non si capacita del perché i suoi genitori abbiano “deciso volontariamente di aderire al culto, abbandonando la società da cui provenivano.”

La donna fu abbandonata all’età di tre anni. “Ricordo benissimo quel giorno”, spiega. “Siccome mia madre era malata, il gruppo aveva deciso che dovesse andare in Germania a curarsi, portando con sé soltanto due dei suoi tre figli. Così partì con mia sorella e mio fratello, lasciando me con mio padre. A quel tempo, non mi spiegarono niente. Ricordo che, al rumore dell’automobile, corsi ad affacciarmi alla finestra. Li vidi salire a bordo e mi sentii male all’idea che mi avessero lasciata lì. Andai all’ingresso principale, spalancai la porta, mia madre sorrise e mi salutò con la mano, anche se le lacrime le rigavano le guance.”

Da quel momento Juliana ha trascorso la sua infanzia come figlia del gruppo, lontana dalla madre e dal padre. Quest’ultimo era impegnato nell’attività di speaker della radio dellaFamiglia, essendo stato “prescelto” dal profeta a lavorare per lui.

“Ho vissuto nelle ‘comuni’, cioè in grandi case in cui stavamo tutti insieme, sia bambini che adulti,” racconta a VICE News. “Spesso cambiavo abitazioni e paese. Gli adulti, definiti ‘guardiani’, non consentivano a noi bambini di andare a scuola; dovevamo apprendere soltanto i testi del profeta.”

Tenuti a distanza dagli istituti educativi, i bambini apprendevano le basi di lettura e scrittura, oltre a un po’ di matematica. Erano sottoposti a molti esercizi fisici, si occupavano dei lavori domestici. Isolati dal mondo, al punto tale da non potere accedere alle cure mediche ordinarie.

“Le uniche volte in cui avevamo contatti con l’esterno era quando ci costringevano ad andare per strada a mendicare denaro. Ci dicevano che era necessario per la raccolta fondi,” ricorda Juliana.

Violenze e abusi in nome del profeta

Tra i ricordi più dolorosi della 34enne, ci sono quelli relativi alle violenze subite. “Vi era una totale mancanza di umanità: venivamo picchiati spessissimo e puniti duramente per le cose più banali,” come fare la pipì a letto, volere leggere un’enciclopedia o esprimere un personale pensiero su un argomento.

“Mandavano nei campi di addestramento i bambini più ribelli e io ero tra quelli. Avevo una mia autonomia di pensiero e questo per loro rappresentava un problema Mi facevano cambiare ‘scuola’ ogni due anni. Le punizioni che infliggevano a chi andava contro la loro ‘legge divina’ erano terribili, con il tempo ho cominciato a percepire la grande ipocrisia che dominava tutto, sviluppando sempre più un carattere autonomo e forte.”

“Ricordo di un gruppo di adolescenti cui venne impedito di socializzare con gli altri. Erano obbligati a lavare i bagni, gli scarichi e i pavimenti con uno spazzolino da denti. Facevano estenuanti sedute di ginnastica svedese, venivano picchiati ogni giorno con la ‘tavola’ e indossavano un cartello con la scritta ‘quarantena’,” aggiunge Juliana.

Punizioni simili erano previste anche per i più piccoli. “Ho ancora dinanzi agli occhi l’immagine di un bimbo di appena 8 anni obbligato a stare isolato, con del nastro adesivo sulla bocca, per un anno intero. Aveva espresso la volontà di lasciare la ‘Famiglia’ e fu imprigionato in una camera con un adulto che lo sorvegliava per tutto il tempo.”

In fuga dalla ‘Famiglia’

Durante gli ultimi tempi vissuti in Uganda con la famiglia di suo padre, Juliana viveva una doppia vita. Di giorno faceva parte della ‘Famiglia’, di notte usciva dalle comuni. “Ho cominciato a farmi qualche amicizia nel mondo esterno, comprendendo subito che non era pericoloso come volevano farmi credere i membri della setta.”

Nel 2004 “avevo capito che il momento era arrivato, non potevo più accettare quel sistema folle,” ricorda. “Le persone conosciute durante le mie fughe negli ultimi periodi mi hanno aiutata a integrarmi nella società civile. Così ho lasciato definitivamente la ‘Famiglia’ per costruirmi una vita mia.”

Obiettivo di Juliana, fin da subito, è stato quello di liberare della setta i suoi fratelli e gli altri bambini.

Insieme alle sorelle Celeste e Kristina ha deciso quindi di raccontare tutto, attraverso un libro—Not without my sister, pubblicato in Italia con il titolo Essere innocenti, diventato un grandissimo successo internazionale.

Da allora, Buhring non ha mai smesso di aiutare i minori nati e cresciuti in sette religiose o contesti estremisti e isolati. Oggi con la Safe Passage Foundation si batte per proteggere i diritti dei più piccoli. Si tratta di un’organizzazione no-profit, con tre coordinatori e molti volontari, che mira ad aiutare le persone nate e cresciute in comunità restrittive nella fase di passaggio verso una nuova vita e di integrazione nel mondo esterno.

“Supportare chi ha vissuto all’interno di un culto affinché possa raggiungere il risultato straordinario di vivere una vita ordinaria è una delle ragioni d’essere di Safe Passage Foundation,” spiega a VICE News Peter Frouman, direttore della fondazione.

“Le persone che non hanno mai conosciuto le regole della società civile trovano una serie di difficoltà nell’integrarsi. I nostri programmi sono finalizzati proprio alla rimozione di quegli ostacoli. Tra questi, la borsa di studio ‘Julia McNeil Memorial’ per offrire percorsi di istruzione e il ‘Fondo di aiuti d’urgenza’ che prevede un supporto in termini economici. Quest’anno erogheremo più di 24 borse di studio,” ha aggiunto Frouman.

Dal 2010, Family International – come la setta si è rinominata a partire dal 2003 – ha avviato una serie di riforme interne, eliminando alcune delle norme più rigide per gli adepti, e soprattutto vietando la sessualità tra adulti e bambini. Sul sito dell’organizzazione si parla di una “riorganizzazione completa” risultante “nell’adozione di un nuovo modello organizzativo e nella chiusura della maggiorazione delle comuni, nell’intento di raggiungere meglio il nostro scopo di diffondere un ‘messaggio gospel’ nel mondo, e di permettere una maggiore diversità.”

Nella sostanza, questa riforma è coincisa con una sorta di “implosione” della setta stessa. Juliana, Kristina e Celeste nell’appendice del libro Essere innocenti parlano di scioglimento del gruppo. “Il 25 maggio 2010, Karen Zerby invia una lettera ai membri della Famiglia – si legge nel testo – liberandosi dei vecchi credi e lasciando liberi gli adepti di integrarsi nel Sistema,” ovvero il mondo esterno.

Tuttavia, oggi in America esistono oltre 3000 sette o gruppi che vivono in isolamento, spiega Juliana. “Il numero totale dei bambini che stanno nei culti” e i cui diritti umani vengono continuamente calpestati “purtroppo è ancora molto grande. A questi, poi, vanno aggiunti quei ragazzi che, nati e cresciuti nelle sette, sono adesso di fronte alla straordinaria sfida di provare a vivere una vita normale. Esistono, però, tante altre associazioni come la nostra che si battono per tutelare i diritti dei bambini e cercano di fornire assistenza a chi ha bisogno di aiuto”.

La seconda vita

Nel luglio 2012, Juliana è stata la prima donna a portare a termine il giro del mondo in bicicletta in solitaria. Dopo aver trascorso 152 giorni attraversando 19 paesi e 4 continenti è rientrata a Napoli, stabilendo così un record entrato nel Guinness dei Primati.

“L’idea di fare il giro in bici intorno al mondo è nata proprio con l’obiettivo di poter recuperare soldi da donare alla fondazione,” spiega Juliana, che oggi è in attesa dell’uscita del suo libro This road I ride (in Italia Contro il vento), in cui racconta il viaggio in bicicletta.

Nel 2013 ha partecipato alla Transcontinental Race, l’anno successivo alla Trans am Bike Race. Oggi vive in Campania, a Praiano, dove si allena per gareggiare alla prossima Raam – Race across America.

Juliana, attualmente, è impegnata nella stesura di un volume che parla di Napoli. “Si tratta di un racconto che trae ispirazione da storie vere e da persone che ho conosciuto durante la mia permanenza in città. Ruota attorno alla vita di tre personaggi le cui singole esperienze si intrecciano tra loro.”

“Sono venuta in Campania nel 2009 – conclude Juliana – e mi sono trovata subito bene. Qui sono andata per la prima volta in bicicletta. La costiera amalfitana è un luogo ideale per allenarmi perché pieno di curve, salite e discese. Mi sono bastati pochi mesi di allenamento per consentirmi di affrontare la sfida attorno al mondo.”

“Mi piace molto raccontare; il mio più grande sogno è quello di continuare a scrivere. Non si può modificare il passato, ma si può scegliere il proprio futuro. Io lo sto facendo.”

 

FONTE: VICE

https://news.vice.com/it/article/come-sono-sopravvissuta-alla-setta-dei-bambini-di-dio

 

NOTA: Vedi anche album fotografico di Juliana Buhring, alla fonte originale dell’articolo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...