Smentire le bufale. E’ davvero tempo perso?

1 Novembre 2015

RICORDANDOSI DELL MAGGIORANZA SILENZIOSA

Fare debunking, ossia sbufalare pubblicamente le notizie false, sarebbe inutile e forse addirittura controproducente, perché chi è incantato dalle bufale non ne vuol sapere di cambiare idea e quindi il debunking non converte nessuno ma semmai esaspera e polarizza ulteriormente i punti di vista. Questa, in estrema sintesi, è l’amara, disperante conclusione di una ricerca in buona parte italiana pubblicata recentemente e intitolata Debunking in a World of Tribes, a cura di Fabiana Zollo, Alessandro Bessi, Michela Del Vicario, Antonio Scala, Guido Caldarelli, Louis Shekhtman, Shlomo Havlin e Walter Quattrociocchi (,IMT Alti Studi Lucca; IUSS, Pavia; ISC-CNR, Roma; 4LIMS, Londra; Bar-Ilan University, Israele)“.

Si apre così un articolo a firma di Paolo Attivissimo, uno dei più noti e accreditati cacciatori di bufale e giornalista informatico, pubblicato sul suo blog personale il 28 ottobre scorso. L’incipit non deve indurre in inganno, perché Attivissimo è tutt’altro che convinto che fare debunking sia attività inutile e tempo perso.

Sul Post del 30 ottobre, Caitlin Dewey riassumeva i punti chiave dello studio dell’IMT di Lucca , secondo cui, sostanzialmente, “chi vuole credere alle notizie false e ai complotti ci crede a prescindere

Anche Caitlin Dewey è una giornalista che cura per il Washington Post, da oltre un anno, una rubrica settimanale in cui analizza, smonta e smentisce bufale, notizie false e teorie del complotto che quotidianamente “infestano” la rete. Ma proprio a seguito dello studio del team dell’IMT, la Dewey, per un giorno, ha rinunciato al suo impegno, scrivendo desolata   “Questa settimana non posso farlo. Mi devo astenere: c’è uno studio che dice che ogni tentativo di debunking è, per dirla in breve, inutile. Walter Quattrociocchi – capo del CSSLab dell’IMT di Lucca, che si occupa di scienze sociali computazionali – ha raggiunto questa conclusione dopo che insieme a un team di altri sette ricercatori ha studiato come due gruppi di utenti statunitensi di Facebook hanno interagito con le notizie che gli comparivano davanti. Nel primo gruppo c’erano persone abituate a leggere su Facebook notizie che arrivano da rispettabili riviste scientifiche. Nel secondo gruppo c’erano persone che preferiscono invece pagine di altro tipo: quelle contro i vaccini, quelle che vedono complotti un po’ ovunque, quelle che parlano degli “Illuminati”, una società segretissima e molto elitaria che, pare, deciderebbe le sorti del mondo. Lo studio di Quattrociocchi è arrivato a due importanti conclusioni. Primo: i due gruppi non si sovrapponevano per niente: i “disinformati” – per chiamarli con un termine elegante – non vedevano mai su Facebook le notizie vere. Secondo: quando i “disinformati” incontravano notizie che smontavano e spiegavano le bugie che avevano letto, non cambiavano comunque la loro opinione. Dopo aver incontrato un post che provava a smentire una qualche teoria del complotto, quelli che credevano in quella teoria erano anzi ancora più propensi a commentare e fare “mi piace” a notizie a favore di quella teoria… 

Caitlin Dewey annunciava infine che la sua rubrica sarebbe continuata aggiungendononostante la sua futilità mi affligga“.

Paolo Attivissimo con un approccio decisamente meno arrendevole della giornalista  del Washington Post, ha condiviso sul suo blog alcune interessanti considerazioni, di cui riportiamo un estratto.

Non entro nel merito dei dettagli metodologici della ricerca perché non sono competente in questo campo: li presumo validi fino a prova contraria. Però mi vengono alcuni pensieri quando guardo il campione usato per la ricerca, ossia circa 54 milioni di utenti Facebook statunitensi, sottoposti ad analisi quantitativa, e “la risposta dei consumatori di storie complottiste a 47.780 post di debunking”. Il primo pensiero è che Facebook non è il mondo reale. È una sua versione distorta, filtrata, nella quale si fa notare chi strilla di più, chi ha più tempo da perdere e chi vuole mettersi in mostra. Non mi sorprende, quindi, che la ricerca documenti che chi è complottista su Facebook tende a restare complottista anche dopo essere stato esposto a contenuti di debunking. Lo vedo quasi quotidianamente nelle discussioni fra complottisti (di qualunque genere, da quelli che credono che l’11 settembre fu un autoattentato a quelli che sostengono l’esistenza degli uomini lucertola che governano segretamente il mondo) e non complottisti. Lo vedo in particolare proprio sui social network, che sono un pessimo ambiente per discussioni serie: troppo dispersivi e predisposti ad alimentare tifoserie (tramite i like e simili), battibecchi, esibizionismi e attacchi personali. Capisco che per i ricercatori non ci sia una risorsa statistica migliore di Facebook, ma mi chiedo se usare Facebook per vedere chi si converte dal complottismo sia un po’ come andare allo stadio durante un derby per vedere chi cambia squadra del cuore.

Il secondo pensiero è il silenzio della maggioranza. Non esistono soltanto complottisti e debunker: in mezzo ci sono i tanti dubbiosi, gente che non passa tempo a postare e quindi probabilmente non viene rilevata da una statistica, però di fatto legge vari punti di vista, si fa delle domande su chi abbia ragione e magari cambia idea senza dirlo pubblicamente. So che i “convertiti” esistono, perché mi scrivono per raccontare la loro esperienza e li incontro alle conferenze. Sono tanti? Sono statisticamente insignificanti? Può darsi. Ma esistono. Ed è per loro che io e tanti altri scriviamo e ci diamo da fare: sappiamo benissimo che il complottista duro e puro non cambierà idea neppure di fronte all’evidenza e con lui non perdiamo tempo a cercare di dialogare (anche perché percepisce il dialogo come un tentativo dei Poteri Forti di plagiarlo, per cui non ascolta nemmeno). Se evitiamo a un dubbioso di cadere nel vortice della paranoia, di affidarsi a un ciarlatano per la salute dei propri figli, di rovinarsi la vita con persecuzioni, paure e fini del mondo immaginarie, abbiamo ottenuto il nostro scopo. E questo succede: succede solitamente lontano dai riflettori, lontano dalla ribalta pubblica dei social network, spesso con imbarazzo perché significa dover ammettere di aver creduto a delle cazzate monumentali.
Insomma, fare debunking non salverà tutti, ma salva qualcuno, ed è sempre meglio che non fare niente. Un medico sa che non riuscirà a guarire tutti i propri pazienti, ma non per questo decide di smettere di fare il medico, di non provare a curarli e di dichiarare che la medicina è inutile. Ogni paziente salvato lo ripaga delle sue fatiche. E come nota Quattrociocchi in un’intervista per Repubblica, l’alternativa angosciante al debunking per ora è lasciare che le scimmie strillino indisturbate: “Bisogna costruire strategie di comunicazione ad hoc”, dice, ma non specifica quali. In attesa che qualcuno le costruisca, io e i miei colleghi andremo avanti a fare debunking…”.

Siamo certi che l’amore per la scienza e gli ideali che li animano, non verranno certamente meno in nessuno membro da tempo attivo nella grande community di blogger scettici, che lavorano sodo non nell’intento di convincere il nocciolo duro di complottisti, fuffari e affini, ma per informare quella maggioranza silenziosa che si chiede come stiano le cose in realtà.

In un’intervista rilasciata a BUNKER DEBUNKER nel febbraio scorso, lo stesso Paolo Attivissimo lo riassumeva perfettamente con queste parole “Come dice Taylor Swift, Haters gonna hate. Rassegnati: quelli che ti odiano ti odieranno qualunque cosa tu faccia. In realtà il debunking non lo fai per l’invasato, per il complottista. Lo fai per chi è incerto, per chi sta a guardare e si chiede: “Mah, questa cosa dei vaccini che fanno male, sarà vera o falsa? E le scie chimiche, della cui esistenza sono convinti anche alcuni movimenti politici, saranno pericolose per davvero?”. È per queste persone sull’orlo del dubbio che vale la pena scrivere. La cosa più bella del lavoro di un debunker (…) è quel momento in cui, dopo un dibattito pubblico, arriva una persona e dice: “Guardi, io ero preoccupata per questa faccenda, adesso ho capito come stanno le cose, grazie!…Per cui non fare debunking per il complottista, anzi non perdere tempo con il complottista. Anche se fai un ragionamento ineccepibile, con la massima serenità, impostando un dialogo il più aperto possibile, un complottista non ti ascolterà quasi mai: è già convinto della sua idea e quindi non c’è ragionamento che tenga. Però c’è tanta gente che ha bisogno di qualcuno che spieghi le cose in maniera semplice – non semplicistica, ma semplice».

Ci auguriamo che anche Caitlin Dewey, e chiunque fosse eventualmente caduto preda di un certo scoramento, possa ritrovare nuovo slancio comprendendo che fare debunking  non è mai uno spreco inutile di energie!

 

PER APPROFONDIMENTI VEDI FONTI DELL’ARTICOLO:

http://www.ilpost.it/2015/10/30/bufale-online/

http://attivissimo.blogspot.ch/2015/10/dare-la-caccia-alle-bufale-e-inutile.html

https://bunkerdebunker.wordpress.com/2015/02/17/intervista-paolo-attivissimo-complotti-bufale/#more-269

 

 

 

 

 

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