Comunità-setta il Forteto. Processo d’Appello:”Danni umani incalcolabili”

17 Maggio 2016

Firenze, processo Forteto: “Danni incalcolabili per le persone”

Nell’appello l’avvocato Bevacqua: “Svelati fatti gravissimi”

di FRANCA SELVATICI

Che cosa direbbe don Lorenzo Milani dell’esperienza del Forteto? I fondatori della comunità, sotto accusa per aver maltrattato bambini e adolescenti affidati alle loro cure dal tribunale dei minori e dai servizi sociali, si sono a lungo presentati come gli eredi spirituali del priore di Barbiana. Ma don Milani oggi direbbe che in quella comunità sono stati prodotti «danni umani altamente significativi, danni incalcolabili, con circonvenzione delle istituzioni, che sono state oggetto di un processo di mistificazione». Parole dell’avvocato Francesco Bevacqua, parte civile per la Regione Toscana al processo di appello contro il “profeta” del Forteto Rodolfo Fiesoli, condannato in primo grado a 17 anni e mezzo per violenza su minori e maltrattamenti, e contro 15 membri della comunità condannati per maltrattamenti.

«Il Forteto – ha detto l’avvocato – si presenta con tre articolazioni: una cooperativa agricola che dà lavoro a molte persone, che produce eccellenze ed è una realtà fra le più significative nel territorio del Mugello; una associazione che rinunciava persino alle rette previste dalla legge per gli affidati, ed è ovvio che così acquistava credito presso tutte le istituzioni; e una fondazione che promuoveva attività educative e culturali, che portava come modello nelle scuole la pratica del chiarimento (che molti dei bambini affidati al Forteto ricordano come un incubo – ndr): tutte iniziative sostenute e patrocinate dagli enti». Ricorda – l’avvocato – che l’ex presidente della Regione Claudio Martini volò in Australia per promuovere i prodotti del Forteto. «Scopriamo invece da questo processo che le persone affidate al Forteto, le persone che credevamo essere meglio trattate, hanno subìto danni umanamente significativi e incalcolabili. Questo processo ha svelato fatti gravissimi». Perciò l’avvocato, oltre a sostanziosi risarcimenti, ha chiesto la pubblicazione della sentenza perché l’intera collettività possa essere informata.
A lungo, invece, l’avvocato Sabrina Bolognini ha difeso la cooperativa, che è stata citata come responsabile civile e condannata in primo grado a concorrere con i singoli soci imputati nei risarcimenti alle persone offese. La cooperativa – ha sostenuto – non è mai stata una comunità di accoglienza e lo ha ribadito più volte al tribunale dei minori. Che però – ha sostenuto l’avvocato – «ha sbagliato in maniera ostinata», continuando a confondere la cooperativa con i singoli soci e le coppie che ottenevano gli affidamenti. «La cooperativa – ha detto – ha uno scopo mutualistico e offre la possibilità di lavorare ai membri della comunità che hanno fatto una scelta di impegno sociale. E offre anche una opportunità ai giovani che sono stati loro affidati».
Confusione fra cooperativa e comunità. E un processo a singole persone che si è trasformato in un processo al Forteto. Così l’avvocato Pier Matteo Lucibello, che assiste l’ex presidente della cooperativa Stefano Pezzati.
Nell’aula dell’appello risuonano – da parte dello schieramento difensivo – alcuni degli argomenti che hanno reso incandescente il processo di primo grado. Dove – si sostiene – il clima di indignazione ha condizionato il collegio e la difesa è rimasta indifesa, è stata maltrattata e ridotta a simulacro, con il risultato di una sentenza che è una summa di errori e di pregiudizi.
D’altra parte la questione centrale del processo è se il Forteto sia una comunità di valori o una setta che ha soffocato le individualità, imponendo – come ha scritto il tribunale – «regole assurde, crudeli, incomprensibili»: rottura con le famiglie, separazione fra i sessi, estenuanti chiarimenti, isolamento di chi osava dissentire, interventi “taumaturgici” del “profeta” consistenti in approcci sessuali con i giovani maschi «per liberarli dalla materialità».
L’avvocato Bevacqua ha suggerito alla corte una riflessione tratta dagli stessi scritti dei fondatori, in particolare dal libro «Non fu per caso». Il nome Forteto fu coniato dalla geografa Giovanna Leoncini perché in Toscana indica quella parte della macchia mediterranea più intricata, più difficile da penetrare, dove le ombre si confondono, dove si può entrare solo con grande sforzo e impegno, ma una volta raggiunta offre riposo e quiete. «E’ un rito iniziatico», commenta l’avvocato, ricordando che nel libro si dice anche altro. Si dice: l’esperienza è talmente prodigiosa che il Forteto ha trovato la sua sede di fronte alla collina di Barbiana, così raccogliendo l’eredità spirituale di don Milani. Che oggi però – ha concluso l’avvocato – direbbe che il Forteto ha prodotto «danni umani incalcolabili».

 

FONTE: Repubblica (Firenze)

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/05/17/news/processo_forteto_-140006537/

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