Dentro il controverso mondo del Falun Gong. Cosa c’è dietro l’asserita violazione dei diritti umani denunciata dai suoi adepti?

26 Settembre 2016

…La storia del Falun Gong ne racconta però altre decine: sotto la legittima affermazione della libertà di religione, infatti, si sta consumando da anni una guerra di propaganda che dura almeno dal 2000.

A combattere questa battaglia non ci sono solamente i membri della disciplina e il governo, ma anche diversi gruppi anti-comunisti e anti-cinesi, i quali hanno cercato di sfruttare il dramma del Falun Gong – e forse anche ingigantirlo – per accusare Pechino di violare i diritti umani…

Genocidi, alieni e proteste in Italia: dentro il controverso mondo del Falun Gong cinese

Di Lorenzo Bagnoli

Il mio primo incontro con il Falun Gong avviene a Milano, in una mattina di settembre. Mentre passeggio davanti al Consolato cinese, noto che un piccolo e silenzioso gruppo di uomini e donne sta compiendo una serie di movimenti armoniosi simili a quelli del tai-chi, ognuno in piedi su un materassino.

Qualcosa però mi colpisce: tutti i presenti indossano una maglietta gialla con una scritta blu, mentre appesi alla rete che dà sulla ferrovia alcuni cartelloni, in cinese e in italiano, chiedono di “fermare il genocidio.”

Quella che si svolge periodicamente nei pressi dell’edificio consolare di via Brembo, infatti, non è un’esercitazione all’aria aperta — piuttosto, una via di mezzo tra una preghiera e una protesta.

A inscenarla sono i membri italiani del Falun Gong o Falun Dafa, una disciplina – ma qualcuno la chiama religione – ispirata a buddismo, taoismo, meditazione e arti marziali.

Il nome Falun Gong significa “ruota della legge”: il riferimento è ad un simbolo buddhista che indica le buone pratiche di comportamento. Una disciplina che, secondo chi la pratica, avrebbe effetti benefici sulla salute e che per gli scettici, invece, sarebbe un ‘tarocco’ rispetto alle vere discipline tradizionali cinesi.

Nel 1999 il governo di Pechino ha messo Falun Gong al bando, categorizzandolo come “setta eretica.” Gli aderenti alla disciplina da allora denunciano abusi e torture: secondo loro lo stato cinese starebbe cercando di eliminarne i componenti attraverso l’espianto dei loro organi. Il tutto, con la complicità di altri paesi.

In Italia il loro ‘esercito’ è composto da qualche centinaio di persone, la maggioranza delle quali italiane. Secondo quanto denunciato dal movimento, inoltre, almeno cinque praticanti in fuga dalle torture della Cina avrebbero ricevuto asilo politico in Italia.

La storia del Falun Gong ne racconta però altre decine: sotto la legittima affermazione della libertà di religione, infatti, si sta consumando da anni una guerra di propaganda che dura almeno dal 2000.

A combattere questa battaglia non ci sono solamente i membri della disciplina e il governo, ma anche diversi gruppi anti-comunisti e anti-cinesi, i quali hanno cercato di sfruttare il dramma del Falun Gong – e forse anche ingigantirlo – per accusare Pechino di violare i diritti umani.

Non è la prima volta che questo accade quando si parla di Cina. Ma la “questione Falun Gong” è particolare, perché il movimento ha costruito in autonomia una rete capillare per diffondere il suo messaggio.

La sua causa ha attecchito tra i ceti medio-alti, tra persone che hanno spesso ottime disponibilità economiche e che sono disposte a investire per sostenerla. Questa è, forse, proprio una delle ragioni per cui a Pechino risulta difficile accettare l’esistenza di questa “setta eretica.”

Un sabato pomeriggio mi faccio dare un appuntamento nella centralissima via Dante, dove si posiziona spesso il banchetto di Falun Gong. Due volontarie, un’italiana e una cinese, si mettono a disposizione per spiegarmi quali sono i valori spirituali della disciplina e quali sono le accuse rivolte al governo di Pechino. Sul banchetto decine di immagini crude mostrano le presunte vittime del traffico di organi denunciato dal movimento.

La donna cinese è una rifugiata politica: “Qui in Italia faccio un altro lavoro, mentre in Cina ero una manager internazionale. Dal 2009 sono una rifugiata politica, ma non vorrei stare qui. Vorrei ritornare in Cina.”

Non parla volentieri di sé: racconta solo che nel 2007 è stata arrestata in un parco nel suo paese mentre faceva meditazione. Alcuni dei suoi amici, invece, sarebbero proprio scomparsi. Crede che il governo cinese li abbia uccisi e abbia espiantato loro gli organi, proprio perché membri del Falun Gong.

Così, una volta scarcerata, la nostra interlocutrice ha deciso di prendere un aereo per l’Italia. Ci racconta che è arrivata qui con un visto turistico, per poi richiedere asilo politico. Temeva per la sua vita, e l’Italia l’ha accolta come profuga.

VICE News non è riuscita a confermare la testimonianza della donna, né recuperare alcun dato storico sulla presenza di profughi di Falun Gong in Italia: la Commissione territoriale di Milano nega l’accesso agli archivi, mentre dagli uffici di Roma non è arrivata una risposta alla richiesta in tempo utile per la pubblicazione dell’articolo.

“Vorrei poter tornare a casa. La mia famiglia è là, ma ho paura. Non c’è libertà di credo in Cina, non si rispettano le culture antiche come la nostra. Pechino distrugge la moralità,” racconta.

Silvia, praticante nel Falun Gong da diversi anni, facilita il dialogo e procura volantini, contatti, informazioni. “Noi non facciamo politica,” mi spiega, “è la politica stessa in Cina a occuparsi del Falun Gong.”

Per lei la pratica è un modo per stare bene con se stessa, e in passato – racconta – è stata anche una cura a diversi mali. Ha provato altre discipline, ma nessuna ha avuto lo stesso effetto della “coltivazione,” cioè dell’esercizio che i membri del Falun Gong praticano su loro stessi.

La storia di Falun Gong in Italia comincia negli anni Novanta. A portare qui la disciplina è un imprenditore del biellese, Alfredo Fava Minor: “Ero partito per la Cina per avviare un business: volevo sviluppare un tessuto tecnico di alta qualità in Asia,” racconta Fava Minor a VICE News.

Durante il tempo passato in Cina l’imprenditore conosce Falun Gong tramite quella che al tempo è la sua interprete, già praticante della disciplina, e che poi diventa sua moglie. Innamoratosi di quel mondo, Fava Minor comincia a importare in Italia i libri del fondatore e “Maestro” Li Hongzhi, dando inizio all’opera di diffusione della disciplina nel nostro paese.

Oggi, se volesse tornare in Cina, dovrebbe firmare un documento in cui afferma di dissociarsi dal Falun Gong e dal Maestro Hongzhi, dichiarando di essere stato soggiogato. “Non potrei mai farlo,” racconta.

L’ascesa del Falun Gong

Quello che per Fava Minor è il Maestro, per le ambasciate cinesi di tutto il mondo è un “uomo malvagio” che “sta sabotando la stabilità sociale conquistata con difficoltà.” Nato nel 1951 o nel 1952 a Gongzhuling, nella Cina nord-orientale, Li Hongzhi cresce in una famiglia del ceto medio.

Dopo una carriera nella polizia viene trasferito in ambito civile, dove trova lavoro come addetto alla sicurezza presso la Changchun Cereals Company. Fino al 1991, quando abbandona tutto per dedicarsi solamente alla “coltivazione,” attività che racconta di avere cominciato “nelle montagne” all’età di quattro anni.

Il successo del Falun Gong e di Li arriva con il libro ‘Zhuan Falun’ (1997), in cui alle pratiche dello Qi Gong – un esercizio della medicina tradizionale cinese – l’autore accosta “un mondo pieno di demoni, alieni e avventure apocalittiche” — come lo ha descritto Heather Kavan, lecturer in giornalismo dell’Università di Massey, in Nuova  Zelanda.

Kavan definisce il libro fondativo del Falun Gong una sorta di “X-Files d’Oriente,” che conquista subito un grande pubblico. Secondo i seguaci del pensiero di Li, però, la storia della pratica si perde nella notte dei tempi — dalla loro prospettiva Li Hongzhi è solo l’ultimo, nonché il più grande, tra i Maestri.

L’ascesa è imponente, ma i dati sono impossibili da verificare a livello ufficiale: secondo quelli diffusi da Falun Gong stessa, alla fine degli anni Novanta i seguaci erano tra i 70 e 100 milioni.

Una rara fotografia di Li Hongzhi. [Screengrab da falundafa.org]

Voci e sospetti su Li Hongzhi

Intorno al 1997, spiega Fava Minor, i praticanti si ‘auto-tassano’ di propria spontanea volontà per permettere a Li di viaggiare e diffondere la pratica del mondo. “Falun Gong non ha associazioni, non riceve pagamenti, tutto si basa sul volontariato,” confermano dal banchetto in via Dante.

Qualcuno però dice il contrario. Cercando su Google Li Hongzhi wealth (‘ricchezza di Li Hongzhi’) appaiono 64mila risultati. Quello che appare più rilevante risale al 1999: si tratta di un articolo del South China Morning Post, il più autorevole quotidiano di Hong Kong, considerato indipendente e spesso inviso a Pechino.

L’articolo riporta una serie di incongruenze e cita dossier contro Li realizzati da tre ex membri e dell’agenzia di stampa di Stato, la Xinhua. Il pezzo cita fonti investigative cinesi vicine al governo, che spiegano di aver trovato beni intestati alla moglie e alla figlia.

Da parte sua Li ha sempre negato di aver chiesto anche solo un centesimo ai suoi adepti: “Mi sarebbe bastato per diventare ricco, ma non ho chiesto loro nemmeno unpenny,” riporta il quotidiano di Hong Kong.

Per i detrattori, il Falun Gong è una sorta di “Scientology d’Oriente” che si basa su teorie bizzarre e avrebbe le casse piene di soldi. Questa versione è contestata dai seguaci della disciplina, ed è molto complicato appurare la veridicità di quanto sostenuto dall’una e dall’altra parte.

C’è però un dato difficile da contestare: dalle dichiarazioni del Maestro Li Hongzhi emergono alcune teorie quantomeno curiose — come dimostra una delle sue rare interviste, rilasciata nel 1999 a Time.

Rispondendo alle domande, Li dice di aver visto nella sua vita “numerose persone in grado di levitare,” afferma che il Qi Gong può potenzialmente essere usato per curare qualunque malattia (ma i volontari al banchetto ripetono con forza come il Falun Gong non abbia la minima intenzione di sostituirsi alla medicina tradizionale), dichiara che “gli alieni hanno cominciato a invadere le menti degli uomini, l’ideologia e la cultura” e arriva persino ad affermare che gli extraterrestri vogliano sostituirsi al genere umano.

La frase più controversa è questa: “Gli alieni hanno introdotto macchinari moderni come i computer e gli aeroplani. Hanno cominciato a insegnare al genere umano le scienze umane, così le persone credono sempre di più alla scienza e spiritualmente invece, sono tenuti sotto controllo.”

Almeno per alcuni seguaci Li – che ora risiede a New York – non è però una sorta di essere soprannaturale: lui stesso spiegava a Time che “potete considerarmi come un essere umano.” A una domanda in cui gli si chiedeva se fosse nato sulla terra, tuttavia, Li Hongzhi decise di non rispondere. “Come qualunque divinità che arriva sulla terra, la prima cosa che le succede è perdere la memoria,” commenta Fava Minor.

Le sole parole del fondatore, però, non rendono giustizia alla complessità del movimento. La volontaria Silvia, ad esempio, ripete più volte che tutto il “soprannaturale” che circonda il Falun Gong va visto come una consolazione, come una scappatoia, come una fede a cui ci si appiglia, e che questo accade anche in altre religioni. Ma fa capire in tutti i modi che per lei non è un aspetto importante: ha aderito al Falun Gong perché quella disciplina le ha permesso di stare meglio con se stessa.

Un banchetto raccolta firme del Falun Gong a Milano

Le persecuzioni e gli espianti di organi

Intorno al 1998, Li Hongzhi lascia la Cina. Secondo Alfredo Fava Minor, Li aveva finito il suo ciclo di lezioni nel paese del Dragone e si accingeva a cominciare un tour di interventi in Europa, Australia e Stati Uniti, per diffondere il Falun Gong nel mondo. La motivazione che porta Li Hongzhi a lasciare la Cina resta però poco chiara: il Maestro ha detto di aver lasciato Pechino per cercare un’istruzione migliore per la figlia, oppure per timore che le cose si mettessero male, visto che già erano iniziate le prime sparizioni di praticanti.

L’anno successivo, il 1999, è quello dell’inizio ufficiale della “persecuzione”: il Falun Gong diventa fuori legge e i praticanti finiscono in arresto per il solo reato di meditare e fare pratica. Secondo i documenti dell’organizzazione cominciano gli espianti di organi di Stato, le cui vittime principali sono i proprio praticanti del Falun Gong. Quando Fava Minor ne parla al telefono al telefono è commosso, la voce gli si spezza.

Ma anche questa verità porta con sé il rischio di possibili strumentalizzazioni. La prima domanda sorge nel guardare le fonti internazionali che hanno diffuso le inchieste a riguardo. I nomi degli autori sono sempre gli stessi: tre canadesi (l’avvocato David Matas, il medico Torsten Trey e l’ex magistrato e parlamentare David Kilgour) a cui si aggiunge lo “scrittore investigativo” americano Ethan Guttman, membro del think thank neocon Foundation for Defense Democracies, che Slate descrive come il principale ostacolo al trattato di Obama con l’Iran.

I loro nomi ormai sono legati principalmente alla questione del traffico d’organi in Cina. I premi che hanno ricevuto, soprattutto nei primi anni Duemila, sono sempre arrivati da ambienti smaccatamente repubblicani, anti-cinesi e anti-comunisti. Allo stesso modo, i firmatari delle petizioni pro Falun Gong oltreoceano sono per la maggior parte repubblicani.

Anche in Italia qualcosa si è mosso di recente: a luglio Fava Minor e altri attivisti del Falun Gong sono andati a Strasburgo per far firmare una petizione per fermare il “turismo degli europei in Cina per il trapianto di organi.” A siglare il documento proposto dagli attivisti di Falun Gong c’erano anche europarlamentari di Pd e Movimento 5 Stelle.

Giornali, ong e teatro: gli ‘amici’ del Falun Gong

A scriverne del viaggio a Strasburgo è soprattutto un giornale molto vicino al Falun Gong: Epoch Times. Il giornale, come scriveva anche il Wall Street Journal in un articolo del 2004, è la contraerea principale alla propaganda di Pechino. Oggi quel sito è diventato un piccolo monopolista delle informazioni contro il Partito comunista cinese.

Sulla versione inglese, con sede a New York, si legge: “Le buone notizie corrono veloci. Per questo Epoch Media Group è il network globale che cresce più velocemente al mondo.” I paesi coperti a oggi sono 35, ci sono edizioni in 21 lingue (in Italia il sito esiste dal 2012). A queste si aggiungono 28 edizioni cartacee gratuite in 14 Paesi, una TV (New Tang Dinasty TV), un sito dedicato al cibo (Taste) e una sorta di YouTube di Epoch Times(YouMaker).

I fondatori sono seguaci del Falun Gong, anche se hanno affermato a più riprese di non rappresentare l’organo stampa del movimento. Tutte le testate, che hanno un approccio giornalistico generalista, coprono però con insistenza due notizie: il traffico di organi in Cina e uno spettacolo di “musica e danze tradizionali cinesi” che di tradizionale, a detta di diversi sinologi consultati da VICE News e che preferiscono non essere citati, non ha nulla.

Si chiama Shen Yun e lo produce la Shen Yun Performing Arts, società che appartiene a membri del Falun Gong.

È comunque “uno spettacolo magnifico” per gli astanti intervistati da NDTV all’ultima rappresentazione tenutasi a Milano, lo scorso marzo. Per l’ambasciata cinese si tratta invece di “una macchina di propaganda,” visione condivisa anche da testate internazionali quali il Telegraph e Foreign Policy.

Non solo: il materiale del Falun Gong è pubblicizzato attraverso Ong internazionali come Minghui International, o la più esplicita Friends of Falun Gong. Quest’ultima è stata protagonista anche di un leak di Wikileaks: negli anni Duemila avrebbe ricevuto tra gli 8 e i 10 milioni di dollari dagli Stati Uniti per portare avanti attività anti-Pechino.

C’è anche una sorta di centro studi, il Falun Dafa Information center, sempre con sede a New York, che solo nel 2008 aveva già contato oltre 44mila casi di tortura subiti dai praticanti di Falun Gong.

Come si regge tutta questa macchina? Attraverso il volontariato, affermano i praticanti. A parte qualche giornalista di Epoch Times, il resto sarebbe infatti frutto del buon cuore di chi appartiene al gruppo.

Le donazioni, però, non mancano: il Wall Street Journal riportava nel 2004 che due anni prima, al suo primo anno di nascita, la Friends of Falun Gong aveva recuperato già poco meno 2 milioni di dollari in offerte.

Così il piccolo Davide Falun Gong appare quanto meno un po’ meno disarmato e impotente rispetto al Golia di Pechino.

 

FONTE: VICE

https://news.vice.com/it/article/falun-gong-cina-italia

 

Nota di VICE

Tutte le immagini di Lorenzo Bagnoli/VICE News, se non diversamente specificato.

Segui VICE News Italia su Twitter, su Telegram e su Facebook

Segui Lorenzo su Twitter: @Lorenzo_Bagnoli

Foto di apertura di Andrew Ratto via flickr in Creative Commons.

 

 

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...