Articoli con tag bambini

SETTE E ORRORI. Colonia Dignidad: la Germania ha un debito nei confronti della verità

NOTA: Leggi precedente post in lingua italiana “Si scava nel luogo che fu sede della setta degli orrori: Colonia Dignidad“, qui:

https://favisonlus.wordpress.com/2014/10/30/si-scava-nel-luogo-che-fu-sede-della-setta-degli-orrori-colonia-dignidad/

 

6/11/2014

Abogada por Colonia Dignidad: “Alemania tiene una deuda con la verdad”

Claudio Medrano

Colonia dignidad

 

En el marco de las investigaciones que encabeza el juez Mario Carroza y que consisten en una serie de excavaciones al interior de Colonia Dignidad para buscar archivos u otro tipo de documentos que permitan esclarecer los crímenes que en ese lugar se cometieron, Radio Universidad de Chile conversó con la abogada alemana, Petra Schlagenhauf, para conocer los avances al respecto.

La abogada sigue el proceso en contra de Harmut Hopp en Alemania, lugar donde se encuentran pendientes una serie de causas en contra del ex hombre de confianza de Paul Schafer y que consisten en la colaboración que prestó para los abusos sexuales a menores que se registraron en la Colonia, torturas en contra de sus habitantes y la desaparición de opositores a la dictadura de Augusto Pinochet.

En ese sentido aclaró que la legislación de su país, permite a la justicia perseguir y procesar a ciudadanos alemanes que hayan cometido delitos en otros países, como es el caso de Hopp, pero agrega que la extradición a nuestro país del ex líder de la Colonia es imposible porque es algo que no permite la constitución.

“A Chile le costó mucho entender eso, pero Alemania no puede ir en contra de una garantía constitucional, ningún Estado va a violar su constitución”, agrega.

Respecto del proceso que se vive en su país, Petra Schlagenhauf, se muestra optimista debido a los nuevos antecedentes que se han conseguido en la causa, “más gente se atrevió a hablar, entremedio, hubo en Chile algo de investigación, o sea, hay más conocimiento, más datos. Lo que siempre intentó la Colonia fue callar la verdad y ese trabajo publicitario hoy no funciona”.

La abogada se refirió además a la impunidad con la que trabajaron los jerarcas de Colonia Dignidad durante muchos años, incluso durante los primeros gobiernos de la Concertación.

Para Petra Schlagenhauf, Schafer y sus secuaces crearon una red de protección muy fuerte en nuestro país, bajo el amparo de la dictadura y que se extendió durante los primeros años de la democracia debido a la información, que a su juicio, pudo haber conseguido la Colonia a través de su aparato de inteligencia, la que pudo ser usada para “pedir favores”.

La abogada agregó que la red de protección de Schafer y la Colonia era tan grande que llegó incluso a Alemania, “salta a la vista que la Colonia Dignidad en todo su transcurso, empezando por los años 60 y pasando por la fase de la dictadura, acumuló un nivel de influencia muy grande y eso se mantuvo durante la democracia y terminó por entorpecer las investigaciones que se estaban haciendo. Las influencias llegaron hasta mi país”, sostuvo.

La abogada reparó además en el hecho de que Alemania tiene una “deuda con la verdad” y que es necesario que se repare a las víctimas y se procure por perpetuar la memoria.

“Un tema es la memoria, que hasta el día de hoy, en el terreno de Colonia Dignidad, no hay nada que recuerde lo horrible que pasó, después, Alemania tiene una deuda de esclarecer la verdad y lograr algún grado de justicia y, tal vez, de reparación para las víctimas. Se están haciendo gestiones para que los dos Estados asuman esa responsabilidad en conjunto.

Para Petra Schlagenhauf resulta inconcebible, por ejemplo, que se realicen visitas turísticas a Villa Baviera o se venda una imagen que no tiene nada que ver con las atrocidades que en ese lugar se cometieron.

Respecto de los trabajos que se están realizando en la ex Colonia Dignidad, cuentan con la participación de funcionarios de la Brigada Investigadora de Delitos contra los Derechos Humanos, de la Brigada de Inteligencia Policial Metropolitana y peritos arqueólogos del Laboratorio de Criminalística, todos de la PDI.

Las acciones se enmarcan dentro del cumplimiento de la obligación internacional del Estado de Chile, para investigar delitos que constituyen crímenes de lesa humanidad.

 

Fonte:  diarioUchile

http://radio.uchile.cl/2014/11/06/abogada-por-colonia-dignidad-alemania-tiene-una-deuda-con-la-verdad

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Bimbi a lezione di jihad

23/10/2014

Quei bambini a lezione di jihad

Una classe come tutte le altre con dei banchi e una cattedra con tanto di bambini e insegnante. Ci si aspetterebbe di assistere ad una classica lezione di geografia oppure di matematica, ma non è così.

Isis istruisce minori

Si tratta dell’ora di teologia e a parlare è un maestro un po’ speciale in divisa militare, che mostra ai suoi allievi di circa 10 anni immagini di violenze, guerre e atrocità di ogni tipo.

Benvenuti nella Scuola di Jihad di Isis dove i bambini vengono educati con AK47 e introdotti all’arte della guerra. Questione di punti di vista, le visioni forzate di torture e decapitazioni secondo i maestri forgeranno i futuri guerriglieri e cittadini di domani.

Si tratta di video propaganda Isis prodotti da Muassissat al-Furqan, l’ala responsabile dei media del gruppo in Siria e in Iraq e non è la prima volta che vengono mostrate immagini simili. A giugno scorso erano già stati diffusi video che ritraevano bambini di 10 anni al massimo con in braccio fucili e mitra sui convogli dei guerriglieri islamici.

Il Consiglio dei Diritti Umani dell’ Onu ha denunciato che armare bambini al di sotto dei 15 anni vuol dire commettere un ‘crimine di guerra': “Isis ha costruito campi e scuole con il pretesto di educare i bambini ma quelle a cui si assiste sono vere violenze psicologiche”.

Senza contare che “i bambini non dovrebbero mai essere coinvolti nei combattimenti in Siria e in Iraq- o in qualsiasi altro luogo- anche se volontari e anche se operano solo in qualità di ausiliari, come i messaggi di consegna o altri compiti di combattimento (…) Il diritto internazionale proibisce chiaramente di distribuire bambini soldato e laddove Isis abbia utilizzato minorenni è solo un altro crimine da aggiungere agli altri commessi dal gruppo islamico”- dichiara Krystian Benedetto di Amnesty International for Syria UK. 

Ecco il video

youtube=http://www.youtube.com/watch?v=gjsVRNynutM

 

Fonte: Il JOURNAL

http://iljournal.today/accade-oggi/video-dei-bambini-vanno-scuola-isis/

 

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Quella religione ossessionata dal destino. Tra fede cieca nell’apocalisse divina e accettazione acritica dei dettami della leadershiph. Lo racconta un giornalista dell’Herald Sun, ex Testimone di Geova

16/10/2014

Former Jehovah’s Witness lifts lid on stifling, doom-obsessed religion

 

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I bambini perduti della Jahad

Ottobre 2014

Libera traduzione a cura favisonlus dell’articolo “Les enfants perdus du djihad” a firma di , pubblicato il 9 ottobre 2014 su Le Point.fr

Vedi qui l’articolo originale http://www.lepoint.fr/societe/les-enfants-perdus-du-djihad-08-10-2014-1870521_23.php

 

I BAMBINI PERDUTI DELLA JAHAD

Un libro incrocia il percorso delle famiglie  i cui bambini sono stati indottrinati attraverso internet e, per alcuni, sono partiti in Siria. Terrificante.

Quando leggerete queste righe, io sarò lontano. Sarò sulla terra promessa di Sham (Levante), al sicuro. Perché è lì che devo morire per andare in paradiso“. Adele ha scarabocchiato queste poche frasi su un foglio che ha infilato nel suo libro preferito ed è andata in Turchia per raggiungere la Siria. L’adolescente di quindici anni, è stata portata via da questa follia contagiosa che spinge a credere che si può uccidere in nome di Allah. E ‘il fil rouge dell’ ultima opera dell antropologa Dounia Bouzar (2), “Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer” (Cercano il paradiso, hanno trovato l’inferno), che incrocia il percorso di famiglie i cui figli, – soprattutto ragazze -, sono stati indottrinati attraverso internet.

Il punto di partenza è sovente umanitario e poi un collegamento su YouTube porta ad altri argomenti“, spiega l’autrice. I video di propaganda ricordano i metodi di indottrinamento delle vecchie sette. Mescolano il falso e il vero in ogni frase e convincono i giovani che il mondo non è che menzogne e  cospirazioni contro i deboli. I ragazzi arrivano a rifiutare il mondo reale. Successivamente vengono indotti a credere che solo una resa finale dei conti sarà utile. ”

Loro sono stati “scelti”, “eletti”

La doppia identità virtuale di Adele si chiama Ouma Hawwa, Eva in arabo. Sul suo profilo Facebook, Ouma Hawwa porta il niqab,- Adele lo nasconde sotto il materasso -,  raccoglie decine di foto di cadaveri, di bambini siriani feriti, di famiglie palestinesi abbandonate sotto le rovine. Ouma Hawwa le condivide anche con i suoi “fratelli” e “sorelle” a cui hanno detto che loro sono stati  “scelti“, “eletti“, e  che hanno “una responsabilità verso il mondo“. Una crociata che porta questi bambini perduti della jhad a rompere con i loro familiari e a riconoscersi in una parentela sacra.

Come è possibile che i genitori di Adele, Sophie e Philippe, insegnante e psicoanalista, non abbiano visto nulla, sentito nulla, percepito nulla? Domande che ritornano continuamente nella mente di questa mamma impotente alla ricerca di risposte. I suoi interrogativi li condividerà con altre donne che stanno vivendo lo stesso incubo. Queste “madri orfane” come lei, si presentano, si sostengono, si chiamano a vicenda quando una di loro riceve notizie del suo bambino. All’altro capo del telefono, le loro figlie raccontano meccanicamente lo stesso quotidiano, che loro sono “felici”, in “pace” e vivono in una “grande casa/ città”. I genitori attendono un cedimento in quel discorso senza anima. Un “venite a prendermi“, “ho sbagliato“, “ho paura“.

Per raggiungere questo scopo, queste madri si fanno violenza. Durante questi brevi scambi controllati, è soprattutto importante non condannare, non rimproverare, non criticare. Per ricucire il rapporto. “Bisogna toccare la bambina che è ancora in lei”, analizza Dounia Bouzar.

Sophie ci ha creduto. Il giorno dei sedici anni di sua figlia, ha preparato la sua torta preferita, ha sistemato le candele, le ha accese e ha scritto un paio di righe su un bigliettino prima di fotografare tutto. Ma Adele non ha aperto il messaggio di sua madre, è morta colpita da un proiettile vagante in un villaggio siriano.

 

LIBRO: “Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer” (Cercano il paradiso, hanno trovato l’inferno), di Dounia Bouzar Editions de l’Atelier, 208 p. € 16

(1) Sham è la regione chiamata Levante in francese, che comprende  Siria, Libano, Giordania, Palestina e parte dell’Iraq.

(2) Dounia Bouzar è Direttore del Centro per la prevenzione delle derive settarie legate  all’Islam -CPDSI-

 

NOTA 1): Qui il link al sito internet del CPDSI

http://www.cpdsi.fr/

 

NOTA 2) Leggi anche articolo “Chi sono gli adolescenti irretiti dagli jihadisti? Intervista all’esperta Dounia Bouzar”, qui

https://favisonlus.wordpress.com/2014/10/13/chi-sono-gli-adolescenti-irretiti-dagli-jihadisti-intervista-allesperta-dounia-bouzar/

 

 

 

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La “setta di Cerveteri”. Il racconto di un ex adepto

Settembre – Ottobre 2014

ARTICOLI TRATTI DALL’INCHIESTA CONDOTTA DA “ORTICA WEB”,  IL PERIODICO PIU’ LETTO DELL’ALTO LAZIO

 

MI TAGLIAVO CON LE LAMETTE ( prima parte)

Un ex adepto ci racconta cosa accadeva quando la setta imperversava a Cerveteri ed una santona costringeva i suoi seguaci al martirio

di Alfredo Falvo

La testimonianza diretta di questa storia, giunse in redazione già prima dell’estate. Gli incontri con Christian (nome di fantasia ndr), si fecero sempre più assidui in relazione all’affiorare dei ricordi di quell’adolescenza maledettamente rubata. Il mese di agosto appena trascorso, è servito per riordinare le idee. Circoscriverle.  Incanalare i dettagli di una barbarie psicologica che solo oggi Christian, può dire di aver vinto.

Negli anni ‘70 anche Cerveteri ha rivelato il suo lato oscuro, teatro di un centro occulto, idrovora di potere e di denaro, a cui gli adepti nel tempo, hanno finito col cedere tutto se stessi.

“Prima di raccontare l’esperienza vissuta in questa setta, desidero ringraziare lo staff de L’Ortica che mi ha aiutato ed incoraggiato a narrare questa storia vissuta sulla mia pelle. Altrettanto per gli amici che negli anni immediatamente successivi, mi sono stati vicini. Al mio terapeuta che con enorme bontà e pazienza, mi ha ‘portato’ alla guarigione con l’amore di un padre. Inoltre vorrei lanciare un appello. Diffidate da chiunque vi prometta guarigioni miracolose, siano esse fisiche o psichiche. Da chi vi chiama ‘fratello’ o ‘sorella’, inducendovi sorridendo a frequentare un gruppo pseudo cristiano. Entrare è molto facile e chiunque può cadere nella ‘trappola’: ricchi, poveri, intellettuali o ignoranti, non c’è distinzione. Chi opera nelle sette sa come agganciare nuovi adepti. Una volta ‘dentro’ all’inizio, percepirete anche un certo benessere ma a poco a poco, senza che ve ne rendiate conto la setta vi prenderà tutto: mente, cuore…anima, giacché il lavaggio del cervello è già iniziato e della vostra persona non rimarrà nulla. Scoprirete all’improvviso di essere stati ‘marionette’ governate da menti lucide e fuorviate. Vi garantisco che pochissimi sono riusciti ad uscirne e chi come me se ne è tirato fuori, lo ha fatto con grande sofferenza perché ‘privo’ di identità e per riappropriarsi della sua vita ha dovuto lottare fino allo strenuo. Racconterò nel dettaglio la mia vicenda senza però dimenticare un ultimo, sincero ringraziamento al mio parroco, il quale mi ha saputo ascoltare, ridandomi la gioia della fede in Dio. Per darvi un senso del tempo, alla mia nascita i miei genitori, seppur in maniera non assidua, frequentavano già il Gruppo di Cerveteri creato da una santona alcuni anni prima. I miei primi ricordi mi riconducono alle regole su ciò che fosse consentito o proibito fare. Parto dall’alimentazione per fornirvi un’idea più precisa.

Non potevamo mangiare carne di maiale; negli anni il divieto si estese fino a togliere definitivamente qualsiasi tipo di carne per poi arrivare ad escludere tutti i dolci. Il sale, lo zucchero, il pomodoro, il caffè, il fumo. Alla fine potevamo mangiare solo pasta o riso bolliti, il pesce (per chi poteva permetterselo), verdure e frutta. Fatta esclusione per la pasta ed il riso, tutto il resto eravamo ‘indotti’ ad acquistarlo dai nostri ‘fratelli’ e ‘sorelle’ che vendevano questi ed altri prodotti imposti alla nostra alimentazione. I divieti non si limitavano a questo, si estendevano anche al modo di vestire, alla scelta del tipo di studio, ai programmi televisivi, fin quando non giungemmo in modo netto al divieto assoluto della televisione e di conseguenza della radio con l’obiettivo ultimo di relegarci all’isolamento più totale. Non potevamo recarci dal medico anche se gravemente ammalati – poiché secondo la ‘predicazione’ della maestra per guarire, era sufficiente la sola fede in lei. Ricordo nitidamente una donna del gruppo, una persona buona ed anche piuttosto giovane, aveva dei forti dolori al ventre. Le fu proibito di andare dal medico e per questo perse la vita.

Anche se agli occhi di chi legge potrà apparire ‘folle’ tutto questo, per me era ‘normale’ vivere in questo modo, perché queste furono le regole con cui ero nato e trattandosi di una setta, non avevo termini di paragone con la libertà. Ed ero ancora adolescente. Iniziai la scuola e mi fu subito proibito socializzare con chiunque non appartenesse al gruppo o setta o ‘La Missione’, come eravamo obbligati a definirla. Gli estranei, fossero stati anche i nostri genitori, andavano allontanati dalle nostre vite, andavano evitati, perché erano dei démoni travestiti da persone. Anche fossero stati nostri familiari non cambiava nulla: era d’obbligo allontanarli e pregare per loro senza poterli frequentare. Chi apparteneva alla ‘Missione’ doveva in assoluto essere ‘grato’ alla santona, la maestra, la quale riteneva di essere la reincarnazione di Gesù Cristo stesso e noi i fortunati ‘prescelti’, con un posto già assegnato in paradiso per l’immensa ‘gloria’ di averla conosciuta”.

Ma andiamo avanti con nostra inchiesta: quello che leggerete tra poco sarà davvero inquietante. Avremo così modo di capire meglio l’abisso che il giovane era costretto a subire, ogni singolo giorno della sua innocente esistenza…

“Tuttavia questo posto in paradiso dovevamo ‘mantenercelo’ attraverso la preghiera  e la penitenza corporale. Tornerò su questo più avanti.   La maestra a suo dire, aveva una serie di poteri come quello di vedere dove finivano le anime dei defunti, se all’inferno, in purgatorio o in paradiso oltre ad avere la capacità di leggere nei nostri pensieri o l’autorità di compiere esorcismi e molto altro ancora. Questo per far capire che tipo di pressione psicologica la donna esercitasse su di noi quasi annientando la nostra volontà fino a sostituirla con la sua. Ci veniva da lei detto che l’anima di tutti quelli che disgraziatamente morivano in un incidente d’auto o comunque decedevano di morte violenta, era destinata alle fiamme infernali poiché la morte violenta in sé era opera del maligno, il quale agiva provocando morti violente per mietere ‘anime’. Atterriti, soprattutto i più giovani di noi, quando passavamo in un luogo teatro di un incidente mortale, dovevamo farci il segno della croce, recitando di seguito una preghiera esorcizzante affinché lo spirito ‘maligno’ della povera vittima lì deceduta non si impossessasse della nostra anima ossia, non reincarnasse in noi il Diavolo.

Ero entrato in un tunnel di paura irrefrenabile, privo della capacità di comprendere da un lato e discernere la verità dal frutto delle intimidazioni ossessive cui tutti noi eravamo costantemente sottoposti. Si parlava spesso del maligno durante le preghiere e la maestra non mancava occasione di ripeterci che il maligno era sempre in agguato e che poteva nascondersi dietro chiunque, in particolare dietro le sembianze di un animale: il gatto. Cominciammo così, plagiati da queste follie, a scansare i gatti, ad odiarli; qualcuno di noi, per adempiere con maggior coerenza agli avvertimenti ricevuti, era arrivato a torturare i gatti fino ad ucciderli usando metodi non descrivibili. Altra proibizione solenne era il mare. Il mare era il regno del maligno o meglio – era il luogo dove la santona aveva incatenato il demonio e tutti i dannati delle tenebre.  Vietatissimo avvicinarsi al mare. E così è stato per anni e anni della mia vita.  Nella vita quotidiana della setta, parte inscindibile delle pratiche imposte erano le preghiere e le penitenze.

Le prime erano recitate non solo nelle nostre case. Poco fuori Cerveteri, altri adepti nostri ‘fratelli’ avevano costruito una grande sala adiacente le loro belle case, dove tutto il gruppo della zona si riuniva. Lì pregavamo recitando il Pater, l’Ave e Gloria con l’aggiunta del nome della ‘maestra’. Le penitenze invece erano corporali e dolorosissime, necessarie per divenire più puri e poter raggiungere il ‘dono’ più ambito: sposare la nostra Maestra ‘attraverso un vero e proprio rituale”.

Quello che leggerete ora potrà sembrare incredibile ma non si discosta di una virgola dalla più sincera verità dei fatti.

“Per tanti non era più sufficiente la già dura privazione di molti alimenti, ora si passava al vero e proprio ‘autolesionismo’, procurandoci del male fisico, martoriando il nostro corpo in ogni maniera possibile. Era divenuto un circolo vizioso e psicologicamente pericoloso, interamente basato sul semplice paradigma: poca preghiera e penitenza uguale a niente doni divini uguale senso di colpa o comunque d’inferiorità nei riguardi dei nostri fratelli più virtuosi che avevano raggiunto la ‘perfezione’. Quindi ancora più preghiera, ancora maggiore mortificazione della carne. Questo aberrante meccanismo era ormai in noi, totalmente plagiati, inermi, sfiancati dall’assenza di proteine il cervello produceva poca serotonina e per questo il trascorrere dei giorni era divenuto un lungo e crescente susseguirsi di angosce e paure, conseguenza tangibile – ci veniva detto – della punizione di Dio per le nostre poche preghiere e penitenze.

Iniziammo con i rovi. Frustate a sangue sulla schiena e in ogni parte del corpo. C’è chi si faceva frustare, io lo facevo da solo. Ad ogni colpo ne seguiva un altro sempre più violento, fino a picchiare sulla carne viva. Alcuni adepti si costruirono dei ‘letti di chiodi’ per poi sdraiarvisi sopra. Altri erano arrivati a ‘marchiarsi’ con il ferro rovente le iniziali della santona sul petto. Quando questo accadeva davanti a me, sentivo la carne che friggeva. Arrivai così anche io ad usare le lamette da barba, sfregiando violentemente molte parti del mio corpo…era divenuta una sorte di ‘caccia al dolore’…non bastava mai…di più, sempre di più. Vedere uscire il sangue dal corpo era come ricordare la ‘Passione di Cristo’ e il sangue usciva eccome…ve lo assicuro. Il peggio doveva ancora arrivare e sarebbe arrivato presto!”.

La settimana prossima Christian vi renderà testimoni di quanto accadde sulla sua pelle, nel  penultimo capitolo di questa triste esperienza.

Fonte: ORTICA WEB

http://www.orticaweb.it/mi-tagliavo-con-le-lamette/

GLI ABORTI, LA SOLITUDINE E LA RABBIA (seconda parte)

La setta di Cerveteri, i matrimoni combinati e poi un giorno la morte della Santona

di Alfredo Falvo

Giungiamo alla parte conclusiva dell’odissea vissuta da Christian all’interno della setta. Il capitolo finale parla dei matrimoni combinati tra adepti, gli aborti che ne sono scaturiti da parte di giovani mamme colpevoli solo di essere rimaste incinte. E poi il vuoto. Un vuoto fatto di solitudine e di rabbia per il tempo trascorso e la mancanza di libertà nella fase adolescenziale prima e poi adulta.

“Ricordo bene, tutto è nitido nella mia mente. Ricevetti anche io il Dono supremo, quello a cui tutti aspiravamo: l ‘unione con “Cristo – la Santona – lo sposo di Gesù’.

La cerimonia nuziale si svolgeva nell’abitazione romana della Maestra; quel giorno vidi diversi bambini, le bambine erano vestite da piccole spose. La Maestra ci infilò all’anulare sinistro un piccolo anello, all’interno del quale era inciso il nostro nome e il nome di Lei, la santona.

Nel gruppo eravamo tutti “sposi “, chi prima chi poi ricevettero il grande Dono .

Celebravamo “la festa degli sposi“ ogni anno in data 13 ottobre, non ne conosco il motivo.

Ricordo che vi era un ‘fratello’ incaricato di raccogliere denaro destinato al banchetto nuziale che si sarebbe svolto nella sala dove ci riunivamo per pregare. In quel giorno eravamo liberi di mangiare di tutto e c’era addirittura il classico cesto di confetti, proprio come in ogni circostanza di ‘unione’ religiosa.

Alcune ragazze cantavano inni alla Maestra e poi si gridava ‘evviva gli sposi’, esattamente come in un matrimonio tradizionale. Ho il dovere di specificare un elemento importante: nella raccolta fondi per dar luogo alla festa, nessuno veniva esonerato, neanche le famiglie molto povere, le quali anche non potendo, dovevano contribuire in egual misura ai festeggiamenti degli altri fratelli.

Nel tempo mi sono sempre chiesto chi mai gestisse la raccolta fondi? E ancora, a quanto ammontava la cifra per dar vita a quella festa?

Non lo saprò mai poiché non venivano forniti né resoconti né spiegazioni. Dovevamo fidarci e basta.

Ma non solo questa domanda mi posi nel tempo. Infatti non posso tralasciare un particolare interessante: le fedi nuziali non ci venivano di certo date in regalo – oh no – dovevamo rendere tutto il nostro oro anche le fedi di chi era entrato nella setta già sposato nella vita reale, ossia i coniugati, come i miei genitori ad esempio. E allora la domanda: a chi andava l’oro?

Chi lo fondeva per poi ricavarne tantissime piccole vere? Trovai un giorno la risposta: nel gruppo vi era anche un orafo di Roma, un’altro fratello (al quale dovevamo rivolgerci per qualsiasi regalo di oreficeria); con il tempo seppi che l’orafo in questione aveva ben cinque altre gioiellerie in vari punti della capitale.

Ma torniamo alla “festa degli sposi“.

Questa si svolgeva anche in un luogo da dove arrivavano folle provenienti da tutta Italia, in una località chiamata “San Venanzo“. Il posto era posizionato dentro un immenso bosco: ettari ed ettari di bosco recintato poco distante da Orvieto.

In quelle occasioni faceva la sua seppur breve comparsa “lei, La maestra”.

Arrivava a bordo di una Mercedes nera, seduta nei sedili posteriori, accompagnata dall’autista.

Vestiva in modo particolare, spesso indossava dei mantelli o qualcosa di simile a delle pellicce.

Ed eccoci entrare nell’orrore, nella vera e propria disgrazia. Sposi della Santona quindi ‘castità assoluta’ per chi era entrato nella setta ed era coniugato.

Da questo momento (ironia della sorte), era vietatissimo condividere lo stesso letto; c’erano molte coppie giovani con figli piccoli e i miei genitori erano una di queste. Chi non era sposato invece non poteva assolutamente sposarsi, doveva mantenere il celibato o il nubilato poiché di lì in poi erano da considerasi sposi della “Maestra”… quindi di Gesù.

Questa fu la più crudele delle imposizioni e non ho difficoltà a dire che arrecò molti danni e sofferenze a diverse unioni. Accadeva infatti che non tutte le giovani coppie rispettassero la ferrea imposizione di castità  e alcune donne di conseguenza rimasero incinta. E questo rappresentò un dramma difficile da descrivere.

Tutti i ‘fratelli’ si scagliavano contro la poveretta, specialmente quelli di età avanzata (per i quali rispettare il voto di castità più che un sopruso era evidentemente un sospiro di sollievo), quindi si incitava la donna ad abortire, facendole compiere sforzi fisici, bagni bollenti per espellere il frutto del peccato: sentivo dire addirittura che i figli della colpa fossero maledetti.

Qualcuna perse il bambino, se non per gli sforzi o quant’altro, ci avrebbe pensato lo stress psicologico a far sì che la gravidanza si interrompesse…..non posso aggiungere dettagli su questo tema per tutelare la mia identità e quella di chi subì aborti per questo motivo.

La ‘castità forzata’ diede vita ad una serie di violenze, abusi, accoppiamenti malsani, incesti sui quali preferisco tacere per tutelare chi ne fu vittima. Tra questi anche bambini. Contestualmente crescevano gli stati di depressione ma ormai eravamo tutti talmente soggiogati da pensare che la nostra sofferenza era per il poco pregare o per le scarse penitenze quindi si arrivava a chiedere nella preghiera a ‘Cristo-Maestra’ di darci ancor più sofferenza… come facile immaginare, un cerchio senza via d’uscita.

Eravamo nel delirio e nella totale paura delle conseguenze: iniziarono così a circolare foto di immagini infernali, rappresentazioni di come fosse esattamente l’inferno (solo molti anni dopo dedussi fossero fotomontaggi). Era orribile, da non potervi dire e ancora oggi al ricordo ho i brividi.  Questa era la fine per chi disobbediva agli ordini. Poi iniziarono a circolare foto del paradiso, questo per contrastare ed aumentare ancor più l’attaccamento alla fede nella ‘Maestra’.

Tutto era proibito ormai, qualsiasi cosa ci portasse ad un confronto con il mondo esterno. Non si poteva più neanche lavorare; molti smisero ma non tutti. La scuola e l’istruzione furono bandite come anche la televisione e la musica, con l’ordine di ascoltare solo musica e canzoni dedicate alla “Maestra”.

Fin quando un giorno arrivò la notizia della sua morte, giunta nel corso di un pomeriggio di fine Agosto del 1984.

Ormai 30 anni fa. Improvvisa e inaspettata. Rimasi smarrito ed iniziai a provare sentimenti contrastanti: smarrimento prima e poi incredulità ma su tutte le emozioni che scorrevano in me la più potente fu il senso di libertà che per la prima volta nella mia vita iniziai ad assaporare. Tutto il gruppo di Cerveteri, compreso me e la mia famiglia, si mosse per andare alla villa di Valmontone dove morì la Maestra durante la vacanza estiva. Osservai quell’esile cadavere. Era brutta. La sua bocca era semiaperta e rimasi ossessionato dal fatto che un moscone nero si insinuò in una sua narice per uscirne dopo poco, attraversare la sua bocca e volar via. Il giorno del suo funerale la chiesa era talmente gremita che alcuni turisti all’uscita del feretro, pensarono fosse morto un personaggio del mondo dello spettacolo. Inutile dire le diatribe interne al gruppo su chi dovesse prendere il suo posto in seno alla comunità di adepti. La ‘setta’ iniziò a sgretolarsi, a frammentarsi, a dividersi giorno dopo giorno e forse questo più di altri motivi, iniziò a creare dubbi persistenti in ognuno di noi. Per quel che mi riguarda capisco di essere uscito da quell’incubo solo materialmente ma la psiche e l’inconscio continuano a metabolizzare per anni. Alcuni danni sono irreversibili e le cicatrici restano a vita. Su di me le conseguenze furono devastanti; già malato di depressione e mai curato, tutto si accentuò. Iniziai a condurre una vita solo apparentemente ‘normale’ ma la mia mente inconsapevole, non si era ancora liberata di lei. Mi ammalai di bulimia e subito dopo di anoressia… avevo paura di tutto.

Anche solo andare in auto o fare la fila alla Posta mi creava forti stati d’ansia. Mi ritrovai d’improvviso in uno stato che non avevo mai conosciuto; mi sentivo come un cane ‘abbandonato’ dal padrone, senza un punto di riferimento.

Tutto divenne molto difficile. Tentai per tre volte il suicidio ma alcune circostanze che oggi definisco miracolose mi salvarono… sempre.

Ridotto ormai uno scheletro incontrai una persona con la quale, ancora oggi non so il motivo, mi aprii e iniziai a confidarmi. Mi consigliò di farmi aiutare dalla psicoterapia e così presi coraggio e mi rivolsi ad uno psicologo che mi diede un aiuto enorme.

Iniziai a vivere la mia vita solo intorno ai 30anni, dopo aver eliminato paure e sensi di colpa ed un matrimonio fallito alle spalle. Mi avvicinai a Dio, pregandolo ripetutamente di liberarmi da quell’incubo che la mia vita era stata fino a quel momento.

So che ancora oggi la ‘Missione’ esiste ed è più forte che mai.

L’emblema è rimasto l’icona con l’immagine della Maestra. A distanza di 80 anni e più dalla fondazione di questa Missione, questa donna è come non fosse mai morta”.

Fonte: ORTICA WEB

http://www.orticaweb.it/gli-aborti-la-solitudine-la-rabbia/

 

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MINORI, ABUSI PSICOLOGICI E CONTROLLO COERCITIVO. Nuovo studio suggerisce che l’abuso mentale nei minori, può avere effetti più gravi di quello fisico e sessuale

Ottobre 2014

Tratto da: PSYCH CENTRAL

http://psychcentral.com/news/2014/10/09/for-kids-mental-abuse-can-be-worse-than-sexual-physical-abuse/75945.html

 

For Kids, Mental Abuse Can Be Worse than Sexual, Physical Abuse

By Senior News Editor
Reviewed by John M. Grohol, Psy.D. on October 9, 2014

Although childhood emotional abuse is rarely addressed by clinicians, new research suggests psychological abuse among children may lead to more problems than sexual or physical abuse.

The finding that childhood emotional abuse and neglect is rarely addressed in prevention programs or in treatment victims is sobering.

“Given the prevalence of childhood psychological abuse and the severity of harm to young victims, it should be at the forefront of mental health and social service training,” said study lead author Joseph Spinazzola, Ph.D.

The study appears in a special online issue of the journal Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy.

Researchers used a national data set of childhood traumatic stress to analyze data from 5,616 youths with lifetime histories of one or more of three types of abuse.

Abuse classifications included psychological maltreatment (emotional abuse or emotional neglect), physical abuse, and sexual abuse.

A majority of cases (62 percent) had a history of psychological maltreatment, and nearly a quarter (24 percent) of all the events were exclusively psychological maltreatment.

Researchers defined psychological maltreatment as care-giver inflicted bullying, terrorizing, coercive control, severe insults, debasement, threats, overwhelming demands, shunning, and/or isolation.

Investigators discovered children who had been psychologically abused suffered from anxiety, depression, low self-esteem, symptoms of post-traumatic stress, and suicidality.

An important discovery was that the residual trauma after psychological abuse occurred at the same rate, or in some cases, at a greater rate than children who were physically or sexually abused.

Conditions such as depression, general anxiety disorder, social anxiety disorder, attachment problems, and substance abuse occurred more often after psychological maltreatment, than physical or sexual abuse.

When psychological maltreatment accompanied physical or sexual abuse negative outcomes far exceeded what was found than when children were sexually and physically abused and not psychologically abused.

Moreover, sexual and physical abuse had to occur at the same time to have the same effect as psychological abuse alone on behavioral issues at school, attachment problems and self-injurious behaviors.

“Child protective service case workers may have a harder time recognizing and substantiating emotional neglect and abuse because there are no physical wounds,” said Spinazzola.

“Also, psychological abuse isn’t considered a serious social taboo like physical and sexual child abuse. We need public awareness initiatives to help people understand just how harmful psychological maltreatment is for children and adolescents.”

Nearly three million U.S. children experience some form of maltreatment annually, predominantly by a parent, family member, or other adult caregiver, according to the Children’s Bureau, part of the U.S. Department of Health and Human Services.

The American Academy of Pediatrics in 2012 identified psychological maltreatment as “the most challenging and prevalent form of child abuse and neglect.”

 

Source: American Psychological Association

 

SI RIPORTA DAL SITO DELL’AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION -APA-,  IL TESTO DELL’ARTICOLO CON NOTE  

http://www.apa.org/news/press/releases/2014/10/psychological-abuse.aspx

October 8, 2014

Childhood Psychological Abuse as Harmful as Sexual or Physical Abuse

Often unrecognized, emotional abuse prevalent form of child abuse, study finds

WASHINGTON — Children who are emotionally abused and neglected face similar and sometimes worse mental health problems as children who are physically or sexually abused, yet psychological abuse is rarely addressed in prevention programs or in treating victims, according to a new study to be published by the American Psychological Association.

“Given the prevalence of childhood psychological abuse and the severity of harm to young victims, it should be at the forefront of mental health and social service training,” said study lead author Joseph Spinazzola, PhD, of The Trauma Center at Justice Resource Institute, Brookline, Massachusetts. The article will appear in a special issue of the APA journal Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy®.

Researchers used the National Child Traumatic Stress Network Core Data Set to analyze data from 5,616 youths with lifetime histories of one or more of three types of abuse: psychological maltreatment (emotional abuse or emotional neglect), physical abuse and sexual abuse. The majority (62 percent) had a history of psychological maltreatment, and nearly a quarter (24 percent) of all the cases were exclusively psychological maltreatment, which the study defined as caregiver-inflicted bullying, terrorizing, coercive control, severe insults, debasement, threats, overwhelming demands, shunning and/or isolation.

Children who had been psychologically abused suffered from anxiety, depression, low self-esteem, symptoms of post-traumatic stress and suicidality at the same rate and, in some cases, at a greater rate than children who were physically or sexually abused. Among the three types of abuse, psychological maltreatment was most strongly associated with depression, general anxiety disorder, social anxiety disorder, attachment problems and substance abuse. Psychological maltreatment that occurred alongside physical or sexual abuse was associated with significantly more severe and far-ranging negative outcomes than when children were sexually and physically abused and not psychologically abused, the study found. Moreover, sexual and physical abuse had to occur at the same time to have the same effect as psychological abuse alone on behavioral issues at school, attachment problems and self-injurious behaviors, the research found.

“Child protective service case workers may have a harder time recognizing and substantiating emotional neglect and abuse because there are no physical wounds,” said Spinazzola. “Also, psychological abuse isn’t considered a serious social taboo like physical and sexual child abuse. We need public awareness initiatives to help people understand just how harmful psychological maltreatment is for children and adolescents.”

Nearly 3 million U.S. children experience some form of maltreatment annually, predominantly by a parent, family member or other adult caregiver, according to the U.S. Children’s Bureau. The American Academy of Pediatrics in 2012 identified psychological maltreatment as “the most challenging and prevalent form of child abuse and neglect.”

For the current study, the sample was 42 percent boys and was 38 percent white; 21 percent African-American; 30 percent Hispanic; 7 percent other; and 4 percent unknown. The data were collected between 2004 and 2010 with the average age of the children at the beginning of the collection between 10 and 12 years. Clinicians interviewed the children, who also answered questionnaires to determine behavioral health symptoms and the traumatic events they had experienced. In addition, caregivers responded to a questionnaire with 113 items pertaining to the child’s behavior. Various sources, including clinicians’ reports, provided each child’s trauma history involving psychological maltreatment, physical abuse or sexual abuse.

Article: “Unseen Wounds: The Contribution of Psychological Maltreatment to Child and Adolescent Mental Health and Risk Outcomes,” Joseph Spinazzola, PhD, and Hilary Hodgdon, PhD, The Trauma Center at Justice Resource Institute, Brookline, Massachusetts; Li-Jung Liang, PhD, University of California, Los Angeles School of Medicine; Julian D. Ford, PhD, University of Connecticut Medical School; Christopher M. Layne, PhD, and Robert Pynoos, MD, National Center for Child Traumatic Stress, Los Angeles, and University of California, Los Angeles; Ernestine C. Briggs, PhD, National Center for Child Traumatic Stress, Durham, North Carolina, and Duke University School of Medicine; Bradley Stolbach, PhD, University of Chicago; Cassandra Kisiel, PhD, Northwestern Medical School, publication TBD, Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy.

Article is available upon request from the APA Public Affairs Office.

Joseph Spinazzola can be contacted by email or by phone at (617) 872-6391.

The American Psychological Association, in Washington, D.C., is the largest scientific and professional organization representing psychology in the United States. APA’s membership includes nearly 130,000 researchers, educators, clinicians, consultants and students. Through its divisions in 54 subfields of psychology and affiliations with 60 state, territorial and Canadian provincial associations, APA works to advance the creation, communication and application of psychological knowledge to benefit society and improve people’s lives. 

 

 

NOTA: Leggi anche articolo “Emotional Abuse Can Be As Damaging As Sexual Abuse“, qui

http://nymag.com/scienceofus/2014/10/emotional-abuse-can-be-as-damaging-as-sex-abuse.html

 

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Reclutamento e rischi sui social network: come proteggere minori e adolescenti / Il grooming, la tecnica di manipolazione psicologica utilizzata sul web per adescare i bambini

7/10/2014

Recrutés sur Facebook pour le djihad : comment protéger les ados de cette menace et de toutes les autres sur les réseaux sociaux

Une adolescente a fugué pour faire le djihad. Elle a raconté s’être fait influencer par des relations Facebook. Un cas non isolé qui pose un nouveau défi aux parents, à l’école mais aussi aux collectivités publiques : celui de l’éducation des risques liés aux réseaux sociaux.

 Recrutés sur Facebook pour le djihad : comment protéger les ados de cette menace et de toutes les autres sur les réseaux sociaux

Atlantico : Une adolescente de 15 ans a fugué pendant 4 jours à Marseille, une étape vers un voyage qui devait la mener vers la Syrie pour faire le djihad avant qu’elle ne change d’avis. Selon la jeune fille, “des personnes sur Facebook” l’auraient “entrainé là-dedans”. Un fait divers qui fait écho au témoignage d’un autre jeune fille, Léa, publié la semaine dernière dans le Nouvel Observateur. Qui sont les jeunes les plus exposés et les parents ont-ils bien pris la mesure des dangers que peuvent présenter les réseaux sociaux ?

Serge Tisseron : Les parents doivent garder en tête qu’il faut élever les enfants et les ados de sorte que ces derniers deviennent capables de se protéger eux-mêmes contre les réseaux sociaux.

Il ne faut pas attendre qu’un jeune devienne ado pour l’éduquer à se protéger sur les réseaux sociaux. Dès qu’un enfant vient au monde, grandit, il faut garder à l’esprit qu’il faut le préserver d’un certain nombre de dangers. Et ces derniers sont aussi présents sur les réseaux sociaux.

L’éducation consiste non pas à guider et protéger les jeunes, mais leur apprendre à se protéger le plus précocement possible pour leur éviter un certain nombre de pièges de la vie. Les tentations des réseaux sociaux favorisent aujourd’hui ces pièges.

Le fil rouge de tous ces dangers, c’est l’insatisfaction de la vie présente et la recherche d’une vie alternative (l’entrée dans une secte, mouvement djihadiste, etc.). Certains jeunes courent le risque d’adhérer à des groupes qui se présentent comme des forces de proposition de vies alternatives plus gratifiantes ou plus utiles.

La première catégorie se résume aux jeunes qui souffrent d’un défaut d’estime d’eux-mêmes par des activités concrètes de l’existence (scolaires et ludiques). C’est-à-dire des jeunes qui se sentent non valorisés par leurs résultats scolaires ou dans leur vie familiale. Ils s’engagent sur les réseaux sociaux à la recherche de gens qui les valorisent, avec le risque de tomber sur des menteurs, des pervers, des manipulateurs qui les assureront d’être des gens formidables et les pousseront à s’engager au sein d’un mouvement.

>>>A lire également : Ces méthodes d’embrigadement typiquement sectaires que révèle le témoignage choc d’une adolescente recrutée par les djihadistes

La deuxième catégorie psychologique, ce sont les enfants qui ont acquis l’idée (à travers les jeux vidéos ou la télévision) que la meilleure façon de résoudre les problèmes de la vie, c’est la violence. Et malheureusement, il faut admettre que la violence brille dans le paysage audiovisuel et paye encore plus dans les jeux vidéos. Ces jeunes sont tentés de penser que le monde est pétri d’hypocrisie, que la violence est partout et qu’il faut tirer son épingle du jeu en étant soi-même violent. Ils ne pensent entraide et solidarité que dans un petit groupe de personnes victimes d’autres et utilisent la violence pour se défendre. Ils ne partent pas défendre des causes gagnantes, mais en difficulté. Ils partent défendre des victimes de façon violente. Leur conception de l’humanitaire est celle du redresseur de tort. Ils présentent un défaut d’empathie, un défaut de résolution des conflits par des méthodes pacifiques.

La troisième catégorie regroupe les jeunes qui présentent un défaut d’esprit critique, prêts à avaler n’importe quel discours enflammé, convaincant, métaphorique. Il ne concerne évidemment pas que les jeunes (voir les seniors victimes d’arnaques sur Internet). Le risque est qu’ils soient victimes d’arnaques au faux humanitaire ou arnaques sectaires.

A partir de là, il est question de les protéger. Tout le monde est impliqué : parents, école et collectivités publiques.

Il est important de valoriser les enfants, d’être attentifs à leurs activités. Trop d’entre eux vivent une fracture générationnelle terrible, en ayant l’impression que les parents méprisent globalement leurs activités diverses et variées. Or, il est capital de valoriser les jeunes, tout en développant leur esprit critique, par le goût du débat, de la controverse. Aucune autorité n’est instituée (parentale ou professionnelle dans le milieu scolaire). L’autorité est imposée par le fait qu’on connaît mieux les domaines que les autres. Mais certains jeunes connaissent mieux certains domaines que nous. C’est l’éducation inverse ! Elle développe l’esprit critique parce que chacun doit argumenter, et cela valorise les jeunes, leur donne confiance en eux-mêmes dans la société qui les accueille. Dans ce défaut de l’estime de soi, il y a aussi cette impression que la société ne les attend pas.

A noter que les dangers courus par les jeunes sur les réseaux sociaux sont des dangers que les jeunes ont toujours connus. Même si ce qui change c’est le canal. Et les profils psychologiques précités ont toujours existé chez les adolescents.

Ce qui est nouveau, c’est qu’à cette fragilité traditionnelle de l’adolescence s’ajoute une fracture générationnelle comme il n’y a jamais eue. C’est la première fois que les adultes ont peur des jeunes. Et cela insécurise encore plus jeunes et les rend d’autant plus vulnérables aux réseaux sociaux.

L’école doit évidemment développer une éducation aux médias. Dans les médias numériques, les gens ne se présentent pas tels qu’ils sont, il y a un effort d’idéalisation.

Les collectivités publiques ont aussi leur responsabilité. Elles gagneraient à ne pas considérer les ados comme des dangers potentiels.

Quels sont précisément les dangers rencontrés par les adoslescents sur les réseaux sociaux ?

Jacques Henno : Les réseaux sociaux ne sont que des outils et le problème vient nécessairement de l’utilisation de ces outils. Facebook compte notamment 1,3 milliard utilisateur dans le monde, et sur ces 1,3 milliard, près des trois quarts se connectent directement sur leur portable. Les jeunes Français ne sont évidemment pas loin de cette proportion.

  • 1er danger : la perte du lien social

Les ados passent du temps sur les réseaux sociaux, beaucoup de temps… Autrement dit, les réseaux sociaux sont extrêmement chronophages. Et un enfant y consacre plus de temps qu’à la lecture, à ses devoirs… Qui plus est, il ne fait plus marcher son imagination.

Nos ados sont connectés au réseau social mais déconnectés de l’espace social réel. En cela, il y a une perte du lien social réel au profit du virtuel. Et les réseaux sociaux qui vivent de la publicité font tout pour nous signifier leur existence, et nous pousser à nous connecter systématiquement. Exemple type : la simple publication d’une photo sur facebook est reprise sur le wall et donne même lieu à l’envoi de mails à nos contacts… Impossible d’y échapper. Autant d’occasions pour les réseaux sociaux de nous exposer aux publicités.

  • 2ème danger : rencontrer n’importe qui et n’importe quoi sur les réseaux sociaux

C’est une vérité qui s’applique à tout l’internet. Réseaux djihadistes, sectes, prédateurs sexuels… Tous sévissent aujourd’hui sur les réseaux sociaux. Ils ciblent des personnes en grande fragilité ou simplement des ados influençables.

A noter toutefois que les prédateurs sexuels n’agissent pas directement sur les réseaux sociaux de type Facebook qui gardent trace de tout. Ils opèrent de préférence sur d’autres réseaux sociaux. Nous pouvons prendre l’exemple de MySpace qui avait découvert sur son réseau la présence de personnes ayant été précédemment jugées comme délinquants sexuels.

Le risque est réel, l’actualité en a fait la démonstration, mais il ne doit pas être exagéré. Il n’y a en effet pas plus de risques de rencontrer un pédophile sur Internet qu’à la sortie de l’école et la plupart des enfants victimes de violences sexuelles ont rencontré le délinquant sexuel dans leur cercle familial, au sens large. Cela étant, le risque existe.

Le harcèlement fait partie des dangers potentiels. Mais pas seulement ! Le risque est aussi très vite de devenir harceleur, car sur les réseaux sociaux, la tentation est grande en effet.

  • 3ème danger : le vol d’identité numérique

Souvent, cela commence par un banal vol de compte, qui se transforme en cauchemar. Le vol de son identité numérique.

Beaucoup d’ados vont se connecter sur un réseau social à partir d’ordinateurs, tablettes, téléphones qui ne lui appartiennent pas. Aucune difficulté pour l’hôte de tirer profit des informations personnelles de celui ou celle qui s’est connecté au réseau social à partir de son ordinateur, tablette ou téléphone. Il est désormais possible pour ce dernier de tirer avantage de ces informations et parfois même d’ursurper l’identité sociale de simples copains ou autres.

  • 4ème danger : ruiner sa e-réputation

Nos ados d’aujourd’hui sont de futures adultes. Ils chercheront un emploi, créeront des associations, rencontreront un partenaire, etc. Or aujourd’hui, il est une constante, c’est la recherche d’informations sur la personne rencontrée à partir d’Internet. Cela est quasi systématique suite à une recherche d’emploi. En quelques clics, n’importe qui peut accéder à vos photos personnelles, à des photos taggées, si vos paramètres de comptes son mal réglés sur le plan de la confidentialité.

Qu’il s’agisse d’un recruteur ou autre. Côté recruteur, beaucoup procèdent désormais de la sorte pour éliminer le trop plein de candidatures. C’est le premier filtre. Et nombreux sont ceux qui ne font pas attention à leur e-réputation.

  • 5ème danger : l’exposition d’informations personnelles, relevant du carcatère privé

Cela concerne aussi bien notre adresse, nos études, jusqu’à quelque chose qui relève plus de l’exhibitionnisme social : ce que vous avez mangé, où vous avez passé la soirée, etc.

Il est important de rappeler ce qui relève de la vie publique (ce qui peut être dévoilé) d’un côté et de la vie privée de l’autre, notamment ce que l’on ne partage qu’avec sa famille, ses proches, ses amis, etc. C’est aussi la possibilité de pouvoir cacher quelque chose à quelqu’un.

La publicité ciblée sur les réseaux sociaux ou juste en naviguant est un exemple flagrant de violation de la vie privée.

Quelles sont les solutions à privilégier ?

  • Les parents doivent donner l’exemple : 

- Ne pas passer trop de temps sur son ordinateur, sa tablette, son smartphone… notamment lors des moments passés en famille, le soir ou le week end.
– Ne pas publier de photos de ses enfants sur les réseaux sociaux, notamment si son compte est mal paramétré et sécurisé.

  • Les enfants ne doivent pas user des réseaux sociaux avant un certain âge…

Facebook est interdit aux moins de 13 ans aux Etats-Unis, mais en France rien n’interdit quiconque de disposer plus tôt d’un compte Facebook. Mais à moins de 13 ans, il n’ont pas de recul et vont prendre de mauvaises habitudes. Arrivés à l’adolescence, leurs pratiques seront devenus une nouvelle norme, à leurs yeux tout du moins. Il y aura un déficit d’éducation au réseau social, avec tous les risques que cela suppose. S’inscrire sur un réseau social n’est pas une chose banale. Il ne faut pas le prendre à la légère.

  • Inciter les enfants à prendre un pseudonyme, notamment sur Facebook

Ainsi, les ados pourront préserver leur réputation et le rapprochement entre leur véritable identité et leur identité virtuelle ne pourra pas être fait. Cela évitera aussi le rapprochement, voire le harcèlement de gens mal attentionnés que l’ado aurait rencontré à l’extérieur du cercle de proches ou familial.

  • Apprendre aux enfants à bien paramétrer leur outil Facebook, la confidentialité et sécurité de leurs comptes

De la sorte, les ados ne seront en contact et n’échangeront qu’avec celles et ceux qu’ils auront sélectionnés… Le partage choisi en d’autres termes… Préserver sa vie privée ! On a en moyenne 130 amis sur Facebook, ce qui est beaucoup. Tout ce qu’on publie et partage n’a pas à être visible par tous.

Fonte: Atlantico

http://www.atlantico.fr/decryptage/recrutes-facebook-pour-djihad-comment-proteger-ados-cette-menace-et-toutes-autres-reseaux-sociaux-jacques-henno-serge-tisseron-1793727.html

 

NOTA:

Serge Tisseron est psychiatre, docteur en psychologie et psychanalyste, chercheur associé HDR à l’Université Paris VII.

Il a réalisé sa thèse de médecine sous la forme d’une bande dessinée (1975), puis découvert le secret de la famille de Hergé uniquement à partir de la lecture des albums de Tintin (1983).

Il est l’auteur d’une trentaine d’essais personnels. Il a imaginé en 2007 les repères « 3-6-9-12, pour apprivoiser les écrans », et le « Jeu des Trois Figures » pour développer l’empathie et lutter contre la violence dès l’école maternelle.

Il a créé en 2012 le site « memoiredescatastrophes.org, la mémoire de chacun au service de la résilience de tous ». Il est coauteur de l’avis de l’Académie des sciences « L’enfant et les écrans ». Il est aussi photographe et dessinateur.

 

NOTA: Sull’adescamento dei minori online leggi articolo pubblicato in data odierna da State of Mind (Il Giornale delle scienze psicologiche) “BIMBI ABUSATI IN RETE? IL FENOMENO DELL’ADESCAMENTO ONLINE”, qui:

http://www.stateofmind.it/2014/10/bimbi-abusati-rete-fenomeno-adescamento-online/

 

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