Articoli con tag Waco

Bambini nelle sette. L’approccio dolce della studiosa Lorraine Derocher

20 Maggio 2015

I giovani che vivono in  comunità isolate come le sette, devono essere protetti, ma l’intervento in ambiente settario è difficile e molto più complesso di quanto si possa immaginare…

Enfants dans des sectes: vaut mieux opter pour l’approche douce

CLAUDE PLANTE

Intervenir auprès de sectes religieuses en protection de la jeunesse

Les jeunes vivant dans ces communautés isolées, comme des sectes, doivent alors être protégés, mais l’intervention en milieu sectaire est ardue et beaucoup plus complexe qu’on peut l’imaginer.

C’est la conclusion d’une étude menée par Lorraine Derocher, chargée de cours à la Faculté des lettres et sciences humaines et à la Faculté de théologie et d’études religieuses de l’Université de Sherbrooke.

Les sectes fermées peuvent constituer un environnement où des enfants subissent de mauvais traitements qui sont justifiés par une idéologie religieuse. On n’a qu’à penser à Jonestown en 1978, quand 918 membres d’une secte sont morts dans un suicide forcé. À la tragédie de Waco, où 82 membres d’une secte, dont 21 enfants, sont décédés dans un incendie après un siège de 51 jours en 1993.

« Ce genre d’événement est parfois suscité par un processus d’intervention de l’État qui s’est mal terminé. Ça m’interpelait, et c’est la raison pour laquelle j’ai pensé que les intervenants avaient besoin d’éclairage sur le sujet », dit Mme Derocher.

Pour éviter de nouvelles tragédies, elle a élaboré un modèle d’intervention dont plusieurs intervenants pourraient s’inspirer, selon la spécialiste qui prône l’approche douce. « Le mieux est d’intervenir directement auprès des parents, quand c’est possible. C’est surprenant comme certains d’entre eux peuvent collaborer même s’ils sont parties prenantes », affirme-t-elle.

Pour développer son modèle d’intervention, la chercheuse a mené plusieurs entrevues auprès de professionnels, d’adultes qui étaient enfants au moment des interventions et de parents qui font l’objet des mêmes interventions, affirme un communiqué de presse.

« Mon but était de me faire raconter la même histoire à partir de trois angles : celui des parents qui étaient à l’intérieur de la secte, celui des intervenants qui voulaient protéger les enfants et celui, bien entendu, des enfants », dit-elle.

Ces données sont au coeur de l’ouvrage qu’elle vient de publier aux Presses de l’Université du Québec, Intervenir auprès des sectes religieuses en protection de la jeunesse – Un défi.

 

FONTE: LA PRESSE.CA

http://www.lapresse.ca/la-tribune/actualites/201505/20/01-4871125-enfants-dans-des-sectes-vaut-mieux-opter-pour-lapproche-douce.php

 

NOTA: Sul metodo d’intervento dolce proposto da Lorraine Derocher, vedi anche precedente articolo, tradotto in lingua italiana, qui:

https://favisonlus.wordpress.com/2014/06/28/nuovo-studio-della-ricercatrice-lorraine-derocher-il-comune-denominatore-di-quasi-tutti-i-gruppi-settari-e-lisolamento-dei-bambini-trad-italiano/

 

 

 

 

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Messaggeri di Dio o mercanti di immoralità?

Novembre 2014

SANTONI INDIANI E CULTI CONTROVERSI: UN’ANALISI

Un nuovo articolo a firma di Sr Sharma (ex professore di sociologia della religione alla Punjab University) e pubblicato da JAGO PUNJAB, uno dei principali giornali del Punjab, ripercorre i fatti di cronaca che vedono da diversi anni protagonisti noti santoni indiani e i loro culti controversi. L’autore, tuttavia, non si limita a riferire vicende di cronaca giudiziaria, ma offre uno spaccato di una società attraversata da un malessere profondo, in cui loschi guru in “relazione simbiotica” con leader politici e a capo di organizzazioni spirituali fraudolente continuano a raccogliere enormi seguiti. Questi auto-proclamati uomini di Dio, sono stati sovente accusati di crimini a sfondo sessuale, dalla pedofilia allo stupro e sfruttamento su larga scala, di reati finanziari e di omicidi, senza che simili fatti ne abbiano significativamente scalfito prestigio e autorità. L’autore, si sofferma anche sul fatto che in India non si sono mai verificate vicende eclatanti come i drammatici omicidi-suicidi di massa e gli attacchi terroristici che hanno visto protagonisti noti culti americani o giapponesi o, -citando l’Europa-, la tragedia dell’Ordine del Tempio solare, ma ritiene sia comunque tempo per il Governo e le autorità competenti, di assumere le necessarie misure per monitorare le attività illecite di guru truffatori e culti nocivi.

Proprio l’Europa, per l’autore, sarebbe il modello a cui guardare, poiché l’educazione laica e razionalista avrebbe posto un freno al dilagare di superstizioni, fanatismi e al proliferare di gruppi settari distruttivi.

Ancorché in Europa la tragedia dell’OTS resti un fatto isolato, il fenomeno settario non ha affatto risparmiato i nostri paesi, -ne sono riprova le molteplici Raccomandazioni dell’APCE, purtroppo a tutt’oggi recepite da pochissimi stati membri e gli innumerevoli casi che approdano nelle aule di giustizia -,  né va certamente ignorata l’attuale azione di reclutamento, indottrinamento e manipolazione psicologica di giovani e minorenni europei nei cosiddetti culti della morte. A quest’ultimo riguardo, un corposo e accurato rapporto, frutto del lavoro di 6 mesi e di un sondaggio condotto su 160 famiglie, è stato presentato proprio nei giorni scorsi al Ministero dell’interno francese dal Centro di prevenzione contro le derive settarie connesse all’Islam radicale (CPDSI). Le conclusioni del rapporto pongono il luce come la maggior parte dei giovani indottrinati provengano da classi medie, non siano in linea di massima socialmente vulnerabili e godano di buona istruzione. Anche il pregiudizio che vi sia un interesse legato alle credenze risulta di fatto infondato, poiché i soggetti reclutati appartengono per l’80% a famiglie atee.

http://www.bouzar-expertises.fr/metamorphose

Questa, a nostro parere, la grave dimenticanza e la pecca di un analisi in un articolo per il resto di indubbio interesse e di cui consigliamo la lettura

 

 

Al seguente link l’articolo in lingua inglese

http://jagopunjabjagoindia.com/messengers-of-god-or-merchants-of-immorality-35569

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LA CINA E I CULTI VIOLENTI / IL SOFT POWER PUO’ VINCERE LA LOTTA CONTRO LE SETTE

Giugno 2014

LA CINA E I CULTI VIOLENTI

di Eugenio Buzzetti Twitter@Eastofnowest

Pechino, 6 giu. – L’omicidio di una donna in un Mc Donald’s di una piccola località dello Shandong da parte di alcuni membri di una setta religiosa ha riaperto il dibattito in Cina sul ruolo dei culti religiosi. Il 28 maggio scorso, una donna, di cognome Wu, è stata uccisa da sei membri della setta della Chiesa di Dio Onnipotente (tra cui un minorenne) a Zhaoyuan, nella Cina orientale, provocando la reazione sdegnata degli utenti di Weibo, il Twitter cinese, che hanno commentato con rabbia la barbara uccisione della donna – ripresa in un video – e l’inazione del presenti, che non hanno tentato di fermare gli assassini. Agli occhi dei suoi aggressori, Wu, che era madre di un bambino di cinque anni, era colpevole di non volere aderire alla setta, e ‘meritava’ la punizione in quanto non credente. In base ai riscontri della polizia di Zhaoyuan, i membri della setta erano alla ricerca di nuovi adepti e la donna aveva rifiutato di dare loro il suo numero di telefono. I cinque maggiorenni, che non hanno mostrato alcun pentimento per il loro gesto durante gli interrogatori, dovranno rispondere dell’accusa di omicidio di primo grado…

CONTINUA LA LETTURA DELL’ARTICOLO QUI: http://www.agichina24.it/focus/notizie/la-cina-e-i-culti-violenti

Fonte: Agi China 24

 

IL SOFT POWER PUO’ VINCERE LA LOTTA CONTRO LE SETTE

(L’OPINIONE DI LU YUNFENG,  PROF. DI SOCIOLOGIA ALL’UNIVERSITA’ DI PECHINO:LA SOLA REPRESSIONE NON PUO’ IMPEDIRE LA DIFFUSIONE DI CULTI DISTRUTTIVI NEL PAESE. OCCORRONO ALTRE MISURE PER CONTRASTARE EFFICACEMENTE UN FENOMENO IN CRESCITA, COME IL MIGLIORAMENTO DELLE ORGANIZZAZIONI E DEI SERVIZI SOCIALI PER PREVENIRE L’IRRETIMENTO IN GRUPPI ABUSANTI DI PERSONE IN STATO DI NECESSITA’ E GARANTIRE LORO IL NECESSARIO SUPPORTO. IMPORTANTE ANCHE  DAR VITA A STRUTTURE DOVE GLI EX SEGUACI POSSANO INTERAGIRE CON I GRUPPI ANTI-SETTE )

Soft power can win fight against cults

12/6/2014

By Zhang Zhouxiang    

The May 28 tragedy in Zhaoyuan, Shandong province, in which six “Church of the Almighty God” followers beat a woman to death, has highlighted the harmful consequences of destructive cults in China and prompted the Ministry of Public Security to announce a crackdown on cults.

The crackdown alone may not prevent cults from spreading in the country, says Lu Yunfeng, professor of sociology at Peking University. The authorities need to take more comprehensive measures to deal with cults.

Although many countries and regions have taken strong measures to curb destructive cults, the results have often not been very effective. A good example is China’s Taiwan, where Yiguangdao (I-Kuan Tao) has grown from a small sect into one with almost 1 million followers in 30 years despite the local authorities’ continuous attempts to rein it in.

Lu says many cults have grown at a faster pace after crackdowns, because they can spread their tentacles through social networks by using “friends”. Worse, crackdowns can sometimes cause a “scarcity effect”. That means, crackdown can “encourage” cults to adopt “innovations” to sustain the networks. So the networks can be more “pure” and secretly organized, and the crackdown can serve as a “filter” to maintain the members who are most loyal and stubborn. All of these may make the crackdown in the future more difficult.

The spread of cults has a lot to do with the lack of enough channels for people to seek spiritual help at a time when China is undergoing social transformation. “Emerging cults are like fever … a symptom that reminds us that not all is well with society”, Lu says. Proper “social governance”, he says, could be the cure to the social ailment of cults.

For that, we have to first lessen our reliance on the State, and let the people and social organizations play a bigger role in countering cults. Since cults are destructive in nature, non-cult followers see them as a threat to society, he says.

One of Lu’s students seeking admission to a master’s course has spent more than a year working on a paper on the “Church of the Almighty God”. Investigations show that the cult is widely hated by its followers’ family members because it demands that its adherents “sever” relations with their families. Media reports also say that one of the six suspects in the Zhaoyuan case believes his mother is a “demon” who should be “murdered”. His mother is one of the victims-turned-opponents of the cult.

The authorities, therefore, needs to go further, beyond administrative measures, to use more legal means to deal with cults. For example, instead of simply banning destructive cults, it can start legal proceedings against cult leaders and followers to punish them for their illegal activities. Such measures, however, need some time to yield results.

Citing the example of Mormons in the United States, Lu says they used to advocate (and practice) polygamy which was contradictory to federal laws. But the federal government insisted on strictly enforcing the law, and the Mormons officially gave up practicing polygamy in 1890, a full 28 years after US Congress passed the Morrill Anti-Bigamy Law.

A different example is the Waco Siege of 1993, when an investigation into Davidians in Waco, Texas, led to a clash between police and cult followers. Altogether, 86 followers died in a fire and 10, including four police officers, died in gunbattle. Besides, the authorities have to find out the social causes behind the spread of destructive cults and deal with them appropriately. “You cannot forever stop water in a pot from boiling by keeping on adding more water … you need to extinguish the fire,” Lu says, quoting a Chinese proverb.

Disappearing traditions – like the bonds within extended families and the sense of belonging in a community – have left a void in society which cults have rushed in to fill. Many scholars in religion believe cults are popular mainly in certain rural regions of the country that are relatively underdeveloped, and appeal chiefly to uneducated women and senior citizens. Such people believe cults can help solve some of their problems, which are not merely material.

However, material benefits, like donations for medical treatment, and physical help in times of need do help cults to attract followers. That explains why some local authorities find penalizing people for being cult followers has not fully succeeded in reining in cults. Since not all followers join cults for material benefits, they don’t leave them when they suffer material loss.

The authorities, therefore, need to improve social services to prevent more poor people from falling prey to cults to seek spiritual (and perhaps material) comfort. Moreover, they also need to help strengthen social relations and encourage the development of bona fide social organizations which would provide spiritual comfort for ordinary people. For instance, Lu says, local governments could help build “love families”, where former cult followers can interact with anti-cult groups to understand their mistakes.

For several years, Lu has been deliberating on a deeper question: How to transform China’s religion policy into a national strategy? Giving the example of the US, he says the country’s Constitution clearly states “freedom of religion”, but all US dollar notes carry “In God we trust” in capital letters, and US presidents have been ending their speeches with “God bless America” for the past several decades.

That, Lu says, is quite a smart strategy, of including Protestant tradition in the US’ national identity. The practice is well explained in US scholar Samuel P. Huntington’s Who Are We? The Challenges to America’s National Identity.

Lu advises Chinese to ask the same question: Who are we? The answer may be hard to fathom. But Chinese people do need to follow certain values that conform to traditional Chinese culture and are linked with China’s national identity. Only when they succeed in doing so will destructive cults lose their appeal and be rooted out of society.

The author is a writer with China Daily.

zhangzhouxiang@chinadaily.com.cn.

 

Fonte: China Daily

http://africa.chinadaily.com.cn/opinion/2014-06/12/content_17580921.htm

 

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La faccia nera della globalizzazione e riflessioni sul massacro di WACO

4/12/2013

La face noire de la mondialisation

Waco, retour sur un massacre

De la nécessité de savoir pressentir l’irrationnel violent

Quand d’année en année le jihad s’effiloche ; quand les Etats-Unis saisissent enfin que, de la Somalie à l’Afghanistan en passant par l’Irak, une préoccupante distance existe entre terreur salafiste d’une part et islam tribal de l’autre, imaginons les plausibles terrorismes de demain.
Où regarder ? Que chercher ? Comme elles sont dans l’air du temps, comme, de Breivik à Merah, on en voit déjà d’inquiétantes prémices, envisageons d’abord les formes qu’à l’horizon prévisible, pourrait prendre la violence des illuminés, délirants ou sectaires.

Waco, vingt ans déjà cette année.
On en sait si peu sur cette tragédie texane – 76 morts dont 23 enfants et deux femmes enceintes ! Et, du moins en Europe, nulle réflexion sensée sur l’affaire – alors qu’à Waco, 23 des 53 morts adultes sont européens (britanniques). Or bien sûr – car rien n’est jamais fini quand il s’agit des sectes – les “Branch Davidians” sont toujours implantés à Waco, mais aussi ailleurs dans le monde. Nous le verrons plus bas.

Méditons donc d’abord sur Waco et ses séquelles – non comme stérile exercice historique de retour au passé, mais comme possible bouffée terroriste sise dans notre avenir ; comme un exercice concret du savoir-qui-pressent.

Nous sommes en mars 1993 à Waco, qui fut jadis la terre des Indiens Huecos (d’où son nom, américanisé en “Waco”). Depuis les années 1950, une petite secte évangélique-apocalyptique, les “Branch Davidians”, est installée à la périphérie de la ville, sur un aride campus baptisé “Mont Carmel”. Dès la décennie 1950 d’ailleurs, un “prophète” y annonçait la fin des temps.
Dans une lecture littéraliste-hallucinée de la Bible, quelques dizaines d’illuminés cherchent à Mont Carmel la justification de leurs hantises et de leurs délires mystiques.
A quoi il faut ajouter l’influence des “prophètes” de l’Eglise (moins radicale) des Adventistes du 7e jour et un fort sécessionnisme texan. Car au jour du Jugement, c’est à Waco qu’adviendra la résurrections des corps. Toute l’humanité renaîtra – même Hitler, certifie-t-on à Mont Carmel.

En 1993, le “prophète” du moment est Vernon Howell, dont le nom biblique est “David Koresh”. Bien sûr, Howell règne sexuellement sur ses fidèles – c’est dans la Bible ! “Koresh” a pour “mission divine” d’engendrer les 24 Anciens qui jugeront l’humanité à la fin des temps. D’où des “mariages” en chaîne avec les femmes de Mont Carmel, célibataires, mais aussi compagnes et filles des autres “Branch Davidians”.

Certaines des “épouses” mystiques ont 14 ans…

A cela vient encore s’ajouter le “survivalisme”. Il faudra tenir le choc lors de l’Apocalypse – à ce prix est la survie de la communauté des “élus” ! Donc les armes et les munitions s’empilent à Mont Carmel. La secte en fait même un commerce, légal au Texas. Hormis cela, les “Branch Davidians” sont plutôt de doux dingues. Pas d’antécédent d’actions violentes sur le campus, ni d’histoires avec la police locale.
Tel est le cadre de la tragédie.

Sorte de gabelle fédérale chargée de contrôler et taxer les armes, le tabac et les armes à feu, l’ATF débarque alors à Mont Carmel. Par dizaines, façon Robocop, des hommes lourdement armés bondissent d’hélicoptères. La secte a-t-elle bien payé toutes ses taxes ? Car, l’absurde origine du drame est un banal contrôle fiscal.
Le ton monte vite à Mont Carmel où, souvenons-nous, de fatalement instables illuminés attendent la fin des temps. C’est alors qu’une arme apparaît… La première fusillade fait 9 morts, dont 5 fédéraux.
Exit l’ATF.

Au tour du FBI d’encercler le campus. “No surrender” clame aussitôt le “prophète”. En un effrayant déchaînement de violence d’Etat, des chars d’assaut entrent dans la danse. Des canons ouvrent le feu sur Mont Carmel.

Rappel, tant l’histoire est inouïe : il s’agit juste, à l’origine, d’un retard dans le paiement d’une taxe.
Les “Branch Davidians” attendaient l’Armageddon ? Ils ont droit à Apocalypse Now. Le 19 avril 1993, au 51e jour du siège, un gigantesque incendie engouffre et anéantit Mont Carmel. 76 morts. 7 survivants de la secte filent en prison (dont deux Britanniques et un Australien).

Mais le drame est loin d’être consommé. Car quand débute la décennie 1990, Timothy McVeigh, jeune vétéran de la guerre du Golfe, visite parfois Mont Carmel et s’attache aux “Branch Davidians”. Ulcéré par le drame, McVeigh décide de les venger. Et prépare un attentat dont, comme d’usage, le FBI n’apprendra ni ne surprendra rien.
Le 19 avril 1995 (2e anniversaire de la tragédie), une camionnette bourrée de 700 kilos de nitrate d’ammonium détruit l’immeuble fédéral d’Oklahoma City qui abrite les bureaux de l’ATF et du FBI. 168 morts, 450 blessés, 324 immeubles ravagés alentour. Tout inclus, l’attentat coûte 6 000 dollars. Et provoque pour 650 millions de dollars de dégâts.
Condamné à mort, McVeigh est exécuté en juin 2001.

Dans une superbe enquête, Esquire (octobre 2013) révèle que de 20 à 30 “Branch Davidians” vivent toujours sur le campus de Waco. Ils y attendent bien sûr l’apocalypse et aussi, en prime, la résurrection de “David Koresh”.

Quelles leçons tirer de ce drame ?
• D’abord une cruciale surveillance des illuminés type “Branch Davidians”, surtout de leurs mouvances – McVeigh n’est pas un fidèle de la secte, juste un proche.
• Une surveillance aussi légère et discrète que possible. Rien de pire que d’aggraver encore la paranoïa d’individus déjà convaincus d’avoir à affronter tous les diables avant d’accéder au paradis. Disposition encore aggravée par le “délire à plusieurs” (en psychiatrie : “type de persécution partagé par deux ou plusieurs individus”).
• Surtout, anticiper. Pour l’attentat, la génération spontanée n’existe pas plus qu’en biologie. Dans le cas très voisin d’un Breivik : un même individu perturbé achète des quintaux d’un fertilisant agricole explosif et en même temps, des armes de guerre. Il prépare forcément un massacre ou un attentat. Cela peut et doit être détecté.

Par Xavier Raufer

 

Fonte: Le nouvel Economiste

http://www.lenouveleconomiste.fr/waco-retour-sur-un-massacre-20755/

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ARCHIVI novembre 1993: Il Messia donna, il suicidio collettivo e l’Apocalisse rinviata

LA PAPESSA IN MANETTE RINVIATA L’ APOCALISSE

KIEV – “Marina, lascia stare, torna a casa”, la prega il marito. “Mamma, torna da noi”, piange il figlioletto. Ma anche con le manette ai polsi e i poliziotti intorno, la donna che si sente “il Messia” continua a interpretare il suo ruolo. “Siete la voce di Satana”, risponde, pacata, al marito e al bambino. “Io ho 33 anni, l’ età di Cristo quando salì sulla croce. Adesso mi ammazzeranno, ma fra tre giorni risorgerò per salvare il mondo dai suoi peccati. Verrà l’ Apocalisse, e salirò al cielo con i miei Fratelli Bianchi. Amen”. La scena a cui assistiamo nel quartier generale del ministero degli Interni ucraino sembra presa da un film sul filone dell’ “Esorcista”. Solo che è vera. Questa bella ragazza dai lunghi capelli scuri, all’ anagrafe Marina Zvigun, è perfettamente convinta di essere il nuovo “Messia”. Mentre è una vittima, la prima di una lunga serie, dell’ uomo che con l’ ipnosi si è impossessato della sua anima. “Lui è San Giovanni Battista”, replica dolcemente Marina. “Lui”, ci spiega il capitano Levcenko della Milizia di Kiev, “è il cervello di Fratellanza Bianca. Per fortuna non può più nuocere. Ma ci servono i migliori esperti del mondo per risvegliare dall’ ipnosi i bambini che ha stregato. Continuano a ripetere all’ infinito ‘ io sono un angelo’ . E si uccideranno con lo sciopero della fame”. ‘ Quel conto alla rovescia’ La “papessa” e il “guru”, o “la Madonna e il Battista” (un’ altra delle loro “reincarnazioni”), erano fra i sessanta membri della “Fratellanza Bianca” arrestati mercoledì a Kiev dopo una furibonda battaglia fra le icone millenarie della chiesa di Santa Sofia. La Milizia li ha identificati ieri mattina. Centinaia di poliziotti hanno sbarrato l’ accesso alla cattedrale per evitare la “crocefissione” e il “suicidio di massa” promesso dai fanatici seguaci della setta. Il conto alla rovescia per la “fine del mondo”, annunciata per domenica, con “epicentro” nella capitale dell’ Ucraina, sembra interrotto. E noi giornalisti, spediti qui per quello che in teoria doveva essere l’ ultimo reportage della carriera, possiamo tirare un sospiro di sollievo: gli inviati continueranno a scrivere, l’ umanità – cosa ancora più importante – a vivere. A meno che la profezia della “papessa” non si avveri anche senza il suo sacrificio sulla croce. Ammettiamolo: la tentazione di lasciarsi prendere dall’ ironia è forte. Anche per i poliziotti di guardia alla cattedrale: “Fa un po’ freddino per una crocefissione, il Golgota dovevano cercarlo più a sud”, diceva uno che forse ha ripassato il Vangelo. E con quindici gradi sotto zero, non si può dargli torto. Ma c’ è poco da scherzare nella saga dei “Fratelli Bianchi”. Ecco come la raccontano, con la speranza che sia conclusa per sempre, i detective del ministero degli Interni. Marina Zvigun è nata a Donetsk, nell’ inferno delle miniere di carbone che sono la ricchezza dell’ Ucraina. La sua sembra una educazione modello: brava a scuola, iscritta al Komsomol (la lega giovanile del Pcus), sposata con un ispettore minerario a cui ha dato subito un figlio, laureata in giornalismo, eletta consigliere comunale. Poi, nel 1990, un fatto le cambia la vita. Ha appena compiuto 30 anni. Viene ricoverata in ospedale per un aborto, i medici sbagliano la dose di anestetico, per un pelo non si risveglia. Quando finalmente apre gli occhi, dice che ha parlato “con Dio”. Quando esce d’ ospedale, va a Kiev con una scusa, e non torna mai più. Vuole confidare il suo trauma interiore a un uomo conosciuto sei mesi prima a Donetsk: Jurij Krivonogov, 50 anni, ex-ingegnere, ex-ricercatore nei laboratori del Kgb sulle “armi parapsicologiche”. Nel “boom” di santoni, guaritori e veggenti che accompagna la perestrojka, l’ ingegnere si ricicla come esperto di ipnosi, yoga, fenomeni paranormali. “Ero morta, ho visto Dio, sono risorta”, gli dice Marina. “Ma sicuro”, la incoraggia il “guru”. Krivonogov è vanitoso, crudele, ossessionato dall’ ordine e dalla disciplina, divorato da perversioni sessuali. Da questa miscela sviluppa l’ idea di presentarsi al mondo come il “Cristo ritornato”. Ma nella sua follia si rende conto che sarebbe difficile fare il “Messia” con un volto di cinquantenne, né bello, né affascinante. Marina è quello che gli serve. La ipnotizza: “Tu”, le dice, “sei il Messia, insieme siamo la reincarnazione di Adamo ed Eva, Maria Vergine e San Giovanni Battista”. La ribattezza “Maria Kristos”, e il gioco è fatto. Una dieta vegetariana Così nasce “Fratellanza Bianca”. Da una piccola base nel centro di Kiev, la coppia di santoni fa proseliti in tutta l’ Ucraina, in Russia, negli Usa, in Canada, in Israele. I “comandamenti” della setta sono implacabili: gli adepti devono abbandonare la famiglia, gli studi, il lavoro, disfarsi di ogni bene patrimoniale (e consegnarlo a Jurij), rinunciare a tutte le comodità, seguire una rigida dieta vegetariana, pregare da mattina a sera. Per bocca di “Maria Kristos”, Jurij profetizza un cataclisma universale, l’ Apocalisse biblica: terremoti squasseranno la Terra, immense voragini risucchieranno tutto. La fine del mondo: preannunciata dalla crocefissione del “Messia”. Suicidandosi, i “fratelli bianchi” potranno risorgere con lei, “il terzo giorno”, per godere vita eterna. Nel vuoto d’ identità lasciato da una “fine del mondo” assai più concreta, la fine del comunismo, migliaia di persone si arruolano nell’ esercito spirituale di Jurij. Se siano i “144 mila” accorsi a Kiev per la fine del mondo, secondo loro, o molto meno, non si sa: la Milizia ne ha arrestati 700, in maggioranza giovanissimi. Attirati dal carisma, imprigionati dagli “occhi” di Jurij, che li teneva a pane e acqua, poi usava l’ ipnotismo per trasformarli in “zombi”. E se qualcuno dava segni di cedimento, per punizione diventava la vittima di “sacrifici umani”: bruciato vivo nel fuoco che “purifica l’ anima da tutti i peccati”. Con i soldi estorti ai propri fedeli, Jurij e Maria giravano il mondo: il sospetto è che il “guru” avrebbe continuato da solo, dopo la crocefissione di lei e il suicidio degli “apostoli”. Ora farà un lungo viaggio nelle carceri: deve rispondere di violenze di massa e sequestro di persona. Poteva finire molto male, come a Waco, in Texas, lo scorso anno. I morti non ci sono stati, ma la Russia sembra avviata sulla stessa strada dell’ America: due grandi paesi accomunati da anime perse, sette fanatiche, santoni visionari. Non è un caso se missionari d’ ogni genere, dai predicatori televisivi ai testimoni di Geova agli Hare Khrishna, invadono l’ ex “Paradiso del Socialismo”, sentendolo un terreno fertile per i loro vangeli. A Kiev, la gente si raccoglie davanti a Santa Sofia, discutendo sulla fine del mondo: comincerà lo stesso domenica? E a forza di discorsi apocalittici, il cronista tende l’ orecchio per sentire se, come nel film di De Sica, dal cielo scende una voce misteriosa che dice: “Alle ore 18 comincia… il Giudizio Universale”.

di ENRICO FRANCESCHINI

12 novembre 1993

 

Fonte: LA REPUBBLICA (Archivio)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/11/12/la-papessa-in-manette-rinviata-apocalisse.html

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Attentato Boston. Le due piste e i precedenti di Oklahoma e Waco

16 Aprile 2013

Fondamentalismo islamico o pista interna?

Terrore a Boston, gli Usa blindati riscoprono la paura

 di Mattia Ferraresi  

Spaventa la complessità dell’atto terroristico, il primo che arriva a  compimento dopo l’11 settembre

boston

New York – Nel concitato e contraddittorio flusso di  informazioni che proviene da Boston si possono distinguere chiaramente due dati:  le bombe nei cestini della spazzatura a margine della maratona sono la sostanza  mortifera di un attentato strutturato, con un livello di complessità e tempismo  orribilmente efficace. Una follia in cui si scorge metodo e pianificazione.  Senza una rivendicazione non si può dire con certezza se questo metodo porti la  firma del fondamentalismo islamico, quella dei suprematisti bianchi o di chissà  quale altra diavoleria che può spingere qualcuno a mettere dell’esplosivo in  mezzo agli spettatori di una maratona.

Quella delle bombe in sequenza è una tecnica collaudata  nelle file di al Qaida e fra i lupi solitari che si radicalizzano su internet,  ma la scelta dei cestini della spazzatura appare inusuale. Di certo elementi  qaidisti non hanno mai smesso di minacciare gli Stati Uniti, alla ricerca del “secondo colpo”, quello che prova che l’estremismo non è stato piegato dalla  reazione americana. Nel 2010 il pachistano Faisal Shahzad ha parcheggiato un Suv  pieno di esplosivo in Times Square, a New York, minaccia sventata dai venditori  ambulanti che hanno avvertito la polizia dopo aver visto del fumo uscire  dall’auto. Meno di sei mesi prima erano stati i passeggeri di un aereo diretto a  Detroit a fermare il nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab, che aveva le mutande  imbottite di esplosivo. Dall’11 settembre 2011 gli agenti federali hanno  sventato decine di attentati di matrice islamica: alcuni erano nello stadio  della pura congettura, altri alle soglie della fase d’esecuzione. E lo stesso  vale, sebbene in misura diversa, anche per il terrorismo interno, quello della  destra radicale e razzista.

Nel 2011 il suprematista Kevin Harpham è stato arrestato e  condannato a 32 anni di prigione per aver messo una bomba nei pressi di una  parata per la festa di Martin Luther King a Spokane, nello stato di Washington.  I commentatori hanno subito fatto notare che l’attentato di Boston è avvenuto  nel Patriots’ Day, il terzo lunedì di aprile in cui due stati del New England  celebrano le battaglie di Lexington e Concord, incipit della rivoluzione  americana. La data appare connessa con l’attentato di Oklahoma City (19 aprile  1995), quello di Waco (19 aprile 1993) ma anche con la sparatoria di Columbine  (20 aprile 1999) e il massacro del Virginia Tech (16 aprile 2007); soltanto uno  di questi eventi – Waco – è avvenuto, al pari dell’attentato di Boston, nel  giorno dedicato ai patrioti che hanno lottato per l’indipendenza, e la tragedia  è stata l’epilogo di un assedio durato 50 giorni. Non proprio il sigillo della  premeditazione a sfondo simbolico. L’elemento comune all’ipotesi interna e a  quella esterna è la complessità dell’atto terroristico – così lo classificano,  ma non ancora pubblicamente, le forze dell’ordine – il primo che arriva a  compimento dopo l’11 settembre. Barack Obama ha detto che i colpevoli sentiranno “il peso della giustizia”, che pagheranno per le tre vittime finora accertate  (uno è un bambino di otto anni) e per gli oltre 140 feriti, di cui almeno 15 in  gravissime condizioni: una promessa adeguata alla natura terroristica di un  gesto che l’America è riuscita a confinare per oltre dieci anni nello spazio dei  sogni perversi degli estremisti.

Il secondo elemento chiaro in questa fase di ricognizione,  accertamento e lutto è che l’attacco ha centrato il suo obiettivo: produrre  paura. Nel giro di un paio d’ore dopo le esplosioni Boston si è svuotata, si  sono moltiplicati falsi allarmi bomba in tutti gli angoli della città, hanno  evacuato piazze ed edifici. Il paese si è sentito ancora una volta nudo,  vulnerabile, esposto a un male che credeva di avere debellato. Tutta l’America  si è rispecchiata in quelle migliaia di bostoniani che in preda al panico hanno  mollato quello che stavano facendo per correre a casa, finalmente al sicuro dopo  la maratona che ha riportato in superficie l’orrore.

Fonte: LINKIESTA

http://www.linkiesta.it/terrore-boston-in-cerca-dei-colpevoli

 

Strage di Boston, due le ipotesi al vaglio dell’Fbi: jihad ma anche terrorismo interno

Al momento non c’è stata nessuna rivendicazione per l’attentato che ieri durante la maratona di Boston ha causato 3 morti e oltre 140 feriti (nessun italiano) – Fbi e Cia sono dunque al lavoro per individuare movente e responsabili: la prima ipotesi è di un atto di terrorismo islamico isolato e artigianale, ma prende corpo anche la pista interna…

Nessuna rivendicazione, al momento, per la strage di Boston (il bilancio alle 13.30 italiane parla ancora di 3 morti e oltre 140 feriti di cui diverse decine in modo grave): Cia e Fbi sono dunque al lavoro per cercare le motivazioni e soprattutto i colpevoli.

Le piste percorse dall’intelligence Usa, in costante contatto col presidente Obama, sono al momento principalmente due. La prima è quella del terrorismo islamico, non tanto di livello organizzato e internazionale come quello Al-Qaeda, ma di qualche jihadista isolato residente negli Stati Uniti: proprio qualche settimana fa, infatti, la rivista di propaganda islamica Inspire Magazine ha dedicato un numero speciale a questa nuova forma di terrorismo artigianale, definito “opensource jihad”.
Questa è la pista più credibile e, paradossalmente, forse più rassicurante, visto che l’alternativa che sta prendendo corpo in queste ore è alquanto inquietante: si parla infatti dell’ipotesi di un atto di terrorismo interno, nella fattispecie dell’estrema destra americana. A supportare questa tesi è soprattutto la data scelta per la strage: il 15 aprile infatti negli Usa, e in particolare a Boston, è il Patriot’s Day, ed è anche il giorno dove i contribuenti pagano le tasse. Che l’orribile attentato, costato la vita anche a un bambino di 8 anni, sia frutto di una feroce insofferenza contro la politica fiscale? Gli inquirenti al momento non lo escludono: potrebbe trattarsi di un atto di protesta violento da parte di un gruppo nazionalista di estrema destra. A supportare questa tesi è anche il noto criminologo Alain Bauer, consigliere delle polizie di New York e Los Angeles, che intervistato da diversi organi di stampa ha dichiarato: “La scelta di Boston è alquanto bizzarra per un gruppo internazionale: la pista interna al momento è favorita”. Bauer cita anche alcuni agghiaccianti precedenti, come la strage di Oklahoma City nel 1995, che arrivò per vendetta dopo la cruenta operazione di polizia condotta due anni prima a Waco per espugnare un ranch nel quale aveva sede la setta religiosa dei davidiani. O ancora la bomba esplosa da un nazionalista antisemita nel 1996 ad Atlanta durante le Olimpiadi. “C’è però anche la pista islamica, senza dubbio – ha spiegato ancora Bauer -: per esempio la doppia esplosione di ordigni di questo tipo richiama molto il modus operandi degli artificieri libanesi”.

 

di Giueppe Baselice

 

Fonte: First online

http://www.firstonline.info/a/2013/04/16/strage-di-boston-due-le-ipotesi-al-vaglio-dellfbi-/b1eb26ee-fa37-4280-8715-8cd95d6c8382

 

NOTA: Leggi anche articolo a firma di  David Martosko, pubblicato sul Daily Mail, qui

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2309632/Obama-insists-federal-government-Boston-Marathon-bombings-declines-attacks-act-terrorism.html

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A vent’anni dalla tragedia di Waco, alcuni davidiani sopravvissuti continuano a credere alla “divinità” del loro leader

david-koresh-leader-of-branch-davidians-seventh-day-adventists-awaiting-end-times14/04/2013

WACO — Clive Doyle is a pleasant-looking man of 72, with wavy graying hair. Australia lingers in his accent. He wore a leather jacket on the chilly recent afternoon when we spent more than an hour together at a picnic table in a Waco park. He was soft-spoken, articulate and seemingly very sane.

Yet 20 years ago this Friday, this same man was one of only nine Branch Davidians to survive the internationally televised inferno on the Texas prairie. Killed that day near Waco were cult leader David Koresh and 73 followers, including Doyle’s 18-year-old daughter, Shari, and 20 children under 14. Before the fire and the 51-day standoff with the federal government, Doyle’s daughter had been one of many women and girls of the cult taken into Koresh’s bed. Koresh — who preached that he was the Lamb of God, drove a sports car and motorcycle, and had a rock band and an arsenal of illegal weapons — had ordered his male followers to be celibate.

Doyle has had two decades to reflect on these things, and clearly he has. So my question was obvious.

“You mean, have I woken up?” Doyle said to me with a smile.

Well, yes.

“I’ve had questions and adjusted my beliefs somewhat,” Doyle said that day in the park. “But I still believe that David was who he claimed to be. You are sitting there listening to him. You hear all these things and the Scriptures come alive. And at the time, everything seems so imminent. That’s why I believed the way I did.

“I believe he was a manifestation, yes, of God taking on flesh,” Doyle said. “God has done that more than once.”

Most of the other survivors remain similarly steadfast, Doyle said, a handful of people who still gather in Waco on Saturday mornings to pray. Thus one of the most tragic and bizarre episodes of American history remains just that. Bizarre, unexplainable.

It began on a rainy Sunday morning, Feb. 28, 1993, with an ill-fated raid by agents of the Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms. The assault on what was known as Mount Carmel followed a long federal investigation into Koresh’s growing arsenal. Local social services agencies had also looked into reports that the leader was having sex with underage girls who were part of the community.

Four federal agents were killed in a bloody gunbattle with the cultists that Sunday, and 20 more were wounded. Six Branch Davidians died. By that evening, the muddy encampment called Satellite City had sprouted nearby. Hundreds of reporters from around the world loitered for the next six weeks, eating Salvation Army doughnuts, getting haircuts, practicing their golf swings, and chronicling a darkly comic cat-and-mouse game between Koresh and FBI negotiators.

Souvenir vendors sold T-shirts that said Waco was really an acronym for “We Ain’t Coming Out.” Leno, Letterman and Saturday Night Live had a fresh supply of punch lines for weeks.

“This just in,” SNL’s Kevin Nealon reported on Weekend Update. “David Koresh has admitted he’s not really Jesus but actually is a disgruntled postal employee.”

Most assumed that the nuts near Waco would eventually come marching out. Not me.

While the siege droned on, I was working on a book about Koresh, talking to people around the world with firsthand acquaintance. Samuel Henry was one, a middle-aged carpenter in Manchester, England, who lost his family to the cult, one by one. Koresh, the guitar-playing Yank with shoulder-length hair and a dense interpretation of the Book of Revelation, was rejected by most on his international recruiting trips. But Samuel Henry told me that his daughter Diana was beside herself after hearing Koresh preach in a Manchester living room.

“Daddy, listen!” she cried. “Listen!”

Diana Henry, two sisters and two brothers all ended up with Koresh in Texas.

“You’ve got to be joking,” Samuel Henry cried when his wife, Zilla, announced that she was following her children. “Let’s talk about this. Let’s pray about this.”

“It’s too late,” Zilla told him in 1990. “This man is the Christ.”

Samuel Henry, a religious man himself, flew to Texas to confront Koresh but could not persuade his family to return. When we talked during the standoff, he said he thought Koresh was another Jim Jones, the cult leader who inspired 900 followers to commit suicide in Guyana in 1978. I heard similar stories from other relatives. By mid-April 1993, I had come to believe that the standoff was headed toward a dark and tragic end.

April 19, 1993, was a bright, very windy spring day. The fires at Mount Carmel became visible around noon, six hours after the FBI began to fire tear gas into the compound and break down walls with armored vehicles. Government conspiracy theorists have had a field day ever since, alleging, among other things, that federal agents either accidentally or intentionally started the fire, and pinned the Branch Davidians inside with gunfire.

Waco was a primary inspiration for Oklahoma City bomber Timothy McVeigh, who struck on the same date, two years later.

“The bad acts alleged in this case are among the most serious charges that can be leveled against a government,” special counsel John Danforth would write in 2000, after a long investigation into what happened. “That its agents deliberately set fire to a building full of people, that they pinned children in the burning building with gunfire, that they illegally employed the armed forces … and that they then lied about their conduct.”

In 1999, a Time magazine poll showed that 61 percent of the American public believed the government had started the fires. That was ridiculous, Danforth concluded.

“What is remarkable is the overwhelming evidence exonerating the government from the charges made against it, and the lack of any real evidence to support charges of bad acts. … In the face of such a calamity, we have a need to affix blame. Things like this just can’t happen; they must be the government’s fault. We are somehow able to ignore the contrary evidence — never mind the fact that the FBI waited for 51 days without firing a shot, never mind the evidence that the Branch Davidians started the fire, never mind that the FBI agents risked their own lives in efforts to rescue the Davidians — and we buy into the notion that the government would deliberately kill 80 people in a burning building.”

Meanwhile, obscured by the conspiracy theories was the sinister, inexplicable reality. Teachers, lawyers, college professors, social workers, mothers, fathers, sons and daughters had fallen under Koresh’s spell, surrendering their money, wives and daughters, and ultimately their lives in fiery deaths.

After all these years, it was clear from my recent visit with Clive Doyle that the spell lingers.

‘It was a cult’

Jason Sharp lives in Frankfort, Ind., but that recent afternoon he was visiting relatives in Texas and figured, why not? He was 19 when he watched the fire on television, live with the rest of the world.

“I wanted to see where it took place,” he said that day at Mount Carmel. “This is going to be a part of history.”

Today, a small wood-frame church marks the spot where the Branch Davidian compound stood, about 10 miles east of Waco. The only real remnants are the shell of an in-ground swimming pool and cinder-block bunkers now filled with water. Elsewhere are a stone memorial for the cult victims and another for the ATF agents who died. It is a quiet, peaceful place.

When Sharp drove off down a gravel road, I walked around the corner of the church and found Charles Pace sitting in his car, talking to a friend. Pace is the pastor of a sect of Branch Davidians, about 20 of them, who still worship at the church. They also built and maintain the memorials and engage in organic farming. Pace’s group doesn’t have much to do with Clive Doyle and the other survivors. The reason became apparent when Pace started talking about Koresh.

“It was a cult, a sex cult,” Pace said.

The Branch Davidians had begun as an offshoot of the Seventh-day Adventists. Pace, a sect member since the 1970s, said he confronted Koresh after hearing him preach in 1984. At the time, he went by the name Vernon Howell, something of a misfit who had been kicked out of a Seventh-day Adventist church in Tyler. Vernon Howell was full of it, Pace thought, but he had memorized large chunks of the Bible.

“He was the kind of guy who could get in your face and challenge you with Scripture,” he said. “He liked the sport of it. But I saw through the whole thing. I protested.”

Pace warned Clive Doyle and the others that Koresh was a false prophet.

Few listened.

“To this day, people like Clive Doyle don’t like me,” Pace said.

So Koresh became the resident Messiah, and Pace moved to Alabama.

“I think he had good intentions at first, but it kind of goes to your head,” Pace said. “I believe it went to his head, and it went to their heads at the same time. It must have been nuts here. I would have beat the sh– out of him if he came near my daughter or my wife. He told them that he was God in the flesh, and they believed him.”

I told Pace of my own sense of darkness as I learned more about Koresh and his cult.

“I always felt that way with him, too,” Pace said. “I still feel that way when I’m around the survivors. It’s still there. There’s something missing in them. They still believe he’s coming back. They still believe it was OK for him to sin.”

‘His spirit impressed me’

In 1994, Clive Doyle was acquitted of charges that included conspiracy to murder a federal agent. He was mentioned several times in the Danforth report. Two decades later, he and a friend, Ron Goins, rent the second floor of a large Victorian house in Waco. They met me on the sidewalk out front.

Doyle got behind the wheel of an old van for a short but awkward drive to the park.

“So you’re the famous Tim Madigan,” he said.

I didn’t know how to respond.

“You wrote the book [about Koresh],” he said.

“I did.”

” See No Evil,” Doyle said.

“What did you think of it?”

“Not much,” Doyle said. “But I can’t blame you. It was published a month after the fire. A lot of information has come out since then.”

We pulled into the park and sat at a table with a fine view of the Brazos River. Happy young joggers ran past every few minutes.

Doyle told me that he grew up in Australia. He learned of the Branch Davidians in the 1960s through their literature, and he moved to the United States to pursue the faith in 1966. Through much of the 1970s, the Branch Davidians lived quietly in the Central Texas countryside, led by an older woman named Lois Roden.

Doyle met Vernon Howell in 1981.

“Over the next couple of years, he came and went several times,” Doyle said. “Each time he came, he stayed a little longer. In ’83, Lois Roden basically told him, ‘You’ve been sharing this message with me. Now it’s time you present it to the rest of the people.’ She turned the pulpit over to him. We had been taught that God would lead his people through prophets. We’ve been instructed to give them a hearing.

“We don’t fall for every one who comes along,” Doyle continued. “But 99 percent of the people accepted him. We accepted him as a messenger of God. I was one of the first.”

Was it his good looks? His guitar? The fact that he had memorized so much of the Bible?

“I don’t know that he was a very talented con man,” Doyle said. “It was not like we were swept off our feet because he looked like Jesus. You listened to what he had to say and either you were impressed or you weren’t.

“His spirit impressed me,” he said. “It’s hard to go back and pinpoint what words he used or what day it was. I couldn’t tell you. But it was definitely a strong conviction that he had something and it probably had something to do with Lois turning over the pulpit to him.”

What about the sex? How could Doyle let Koresh take his daughter?

“I still believe that it was of God,” Doyle said.

That Koresh should have sex with his daughter?

“Correct,” he said. “She made her own choice based on her Bible studies.”

“But Clive, she was 18,” I said.

“When God chooses messengers, some of these people are asked to do things by God which would be an anathema or contrary to the morals of the people of the day,” Doyle said. “David said once that, ‘They will accuse me of the very things that they themselves are doing. They will get on me about the women, but many of the same people that hate me, throw all these statements around about me, are having one-night stands with their secretaries.'”

What about the children?

Koresh had long preached that flames were a way to heaven, a fulfillment of prophecy. Three days before the fire, the Davidians put out a sign that said, “The flames await Isaiah 13.”

The Danforth report concluded that on April 19, the Branch Davidians spread accelerants throughout the compound and set fires in at least three locations. Microphones picked up several references inside the compound to lighting the fires. As the buildings were consumed, most inside showed no desire to escape.

That day in the park, Doyle and I talked briefly about the standoff and fire.

“I never saw anybody light the fires,” Doyle said. “I was in the chapel area, by the front door. The FBI was gassing us all morning. I heard someone yelling from upstairs that the building was on fire.”

He didn’t say why he decided to get out when so many others, including his daughter and six members of Samuel Henry’s family, did not. He did say that his daughter had believed until the end.

The longer we talked, the more it became apparent: Shari Doyle is a big reason Doyle continues to believe in Koresh. He doesn’t want to jeopardize the reunion with her, a reunion in the hereafter.

“Here’s what I would like you to consider,” he said. “What if I gave up on the whole thing? What if I really bought into the idea that we had been deceived? I would give up everything. There would be nothing to have faith in. I would not have any hope or anything to look forward to.”

“You mean seeing your daughter again?” I said.

“My daughter and a lot of the other people were my friends, too,” he said softly.

“But what about all the children who died?” I said. “They didn’t have a choice. How can you rationalize that?”

“I understand that it turns a lot of people off,” Doyle said. “But God has always allowed children to die.”

We finished our conversation in front of his house.

“I have a question for you,” Doyle said. “If you had to do it all over again, knowing what you know now, would you write the same book?”

I thought about that.

“Yes,” I said.

There was certainly plenty of room to second-guess the government, I told him, but I still believe, more than ever, that Koresh was responsible.

“Think about his theology,” I said. “It all led to the same place, to him. All the sex. The money. The car. The motorcycle. The guitars and rock bands. Who else got any of the benefits? Wasn’t that convenient?”

Doyle was silent for several moments.

“I guess we won’t know for sure until David comes back,” he said.

“I’ve got your cell number,” I said. “If that happens, I’ll be the first to call and apologize.”

Doyle smiled. We shook hands and said goodbye.

By Tim Madigan
Fonte: Star-Telegram

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