“Setta di Montecchio”. A un passo dal verdetto

12 Dicembre 2016

Ore decisive per il santone: sesso e schiavitù, oggi il verdetto sulla setta
Il Pm ha chiesto 15 anni per Cioni e 12 per il suo ex allievo prediletto, la difesa chiede una piena assoluzione. Un giallo partito vent’anni fa

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Arezzo, 12 dicembre 2016 – Vent’anni di sospetti, di pettegolezzi, di veleni. E un giorno, anzi poche ore, per dire una volta per tutte chi è Mauro Cioni, prete che ha gettato la tonaca all’ortica fra un milione di dubbi sulla sua vera personalità: il violentatore di sette donne che facevano parte della sua comunità e, peggio, colui che le ha ridotte in una forma di servaggio che per la legge si chiama schiavitù, oppure solo il capo, sia pure discusso come più non si potrebbe, di una setta ben oltre il limite dell’eresia?

Il Pm Angela Pietroiusti, della Dda di Firenze, non ha dubbi nell’indicare il primo corno del dilemma, nel dire (lo ha fatto anche nella sua requisitoria di mercoledì dinanzi alla corte d’assise) che siamo di fronte a una forma di «sfruttamento dell’uomo sull’uomo, economico e sessuale».

Non a caso ha chiesto 15 anni per il santone di Montecchio (del Loto, nel comune di Cortona) e 12 per il suo allievo prediletto, quel Carlo Carli che fu prima il più fedele dei seguaci e poi la guida, non solo spirituale, della scissione nella comunità di settembre 2009. La difesa è altrettanto netta nel chiedere l’assoluzione di entrambi: i rapporti sessuali furono volontari, così come la partecipazione alla comunità. Il resto tocca alla corte d’assise che oggi è alla sua ultima udienza: prima la camera di consiglio e poi la sentenza, clamorosa qualunque essa sia.

I giudici hanno dinanzi tre strade: condannare per tutto, dando ragione alla ricostruzione del Pm Pietroiusti, condannare soltanto per le violenze sessuali, che almeno dalle parole delle vittime, protagoniste di testimonianze da brividi nel corso del processo, paiono piuttosto chiare, assolvere perchè le donne che puntano il dito su Cioni e anche su Carli non sono credibili.

Senza dimenticare un’ulteriore possibilità: condannare il santone capo e assolvere il santoncino. Più improbabile pare l’inverso, cioè Cioni che esce indenne, mentre Carli resta impigliato nelle maglie della giustizia. Certo è che la setta di Montecchio è nell’occhio del ciclone almeno dai primi anni 2000.

Questa comunità rinchiusa in se stessa e nella quale regnava l’omertà (almeno fino a quanto l’autorità di Cioni non viene messa in discussione, appunto nel settembre 2009) è insediata nel cortonese da quando l’ex prete dell’empolese getta la tonaca e lascia anche la sua zona di origine, circondato dai suoi adepti. Un manipolo di famiglie raccolte attorno a un nucleo di case a due piani alla periferia del paese, nel quale circolano strane teorie teologiche ma senza che i protagonisti all’inizio diano troppo nell’occhio.

Persino la Chiesa, del tutto estranea ovviamente alla setta, non l’ha mai denunciata ufficialmente e Cioni si è potuto sposare a Camucia con un rito officiato da un vero sacerdote. In comune i fedeli mettono non solo le loro esperienze ma anche il loro denaro, grazie al quale Cioni, che non ha mai lavorato, porta avanti la comunità e mantiene se stesso. Poi, nel 2000, il primo scandalo, il suicidio di un ventenne che si spara col fucile. Le voci corrono maligne, Cioni viene indagato per istigazione al suicidio, ma ne uscirà indenne.

Ci voranno altri dieci anni perchè il caso esploda veramente, quando le donne dal di dentro cominciano a raccontare. Tocca ancora a Cioni e a Carli, stavolta le accuse sono pesantissime: violenza sessuale e riduzione in schiavitù, reati appunto da corte d’assise. E allora che succedeva nella setta di Montecchio e in quella scissionista di Siena?

di Salvatore Mannino

 FONTE: LA NAZIONE
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